
Ho sempre pensato che la pelle sia il diario più onesto che esista.
Essa, infatti, non mente, non dimentica, porta con sé tutto quello che siamo stati e quello che abbiamo scelto di essere.
Per questo, quando ho deciso di tatuarmi, non l’ho vissuto come un gesto estetico, né come una moda da inseguire, bensì come un atto di fedeltà a me stessa.
D’altronde imprimere sulla carne ciò in cui ho creduto, in cui credo ed in cui probabilmente crederò per sempre é come avere un diario autobiografico inciso a vita su me stessa.
Πάντα ῥεῖ: tutto scorre, e bisogna lasciarlo scorrere
Il primo tatuaggio porta le parole di Eraclito scritte nella loro lingua originale: Πάντα ῥεῖ, Tutto scorre. Il filosofo greco di Efeso, vissuto tra il VI e il V secolo avanti Cristo, costruì su questo principio l’intera sua visione del mondo: la realtà non è mai ferma, nulla rimane uguale a se stesso, il fiume in cui ci si immerge due volte non è mai lo stesso fiume, cambia l’acqua, cambia chi si immerge. La mutevolezza non è una minaccia, ma la natura profonda di ogni cosa.
Portare queste parole sulla pelle significa ricordarselo ogni giorno, fare pace con ciò che passa, con ciò che non si riesce a trattenere, con le stagioni della vita che cambiano senza chiedere il permesso. Ho imparato sulla mia pelle (è proprio il caso di dirlo!) che nella vita bisogna lasciar scorrere: i dolori, le delusioni, anche certe gioie che vorresti congelare e invece si dissolvono. Trattenerle per forza sarebbe come fare una diga ad un fiume; l’acqua trova sempre un’altra strada e perciò è meglio accompagnarla.
Forever Young: ottantacinque anni di Bob Dylan e una scelta di vita
Il secondo tatuaggio è diverso nel tono, ma uguale nell’intensità. Forever Young, le parole che Bob Dylan scrisse come augurio per suo figlio e che sono diventate, nel tempo, un manifesto per chiunque abbia scelto di non invecchiare dentro. Dylan ha appena compiuto ottantacinque anni, eppure ascoltarlo è ogni volta come sentire qualcosa di vivo, di irrequieto, capace di graffiare ancora.
La mia passione per la buona musica, il rock, il folk, il blues nelle loro forme più autentiche e senza compromessi, viene da lontano. Non rappresenta tifo, né nostalgia, per me è mero nutrimento dell’ anima. La musica buona ti cambia mentre l’ ascolti, ti lascia diversa da come eri prima e Dylan appartiene a quella categoria di artisti che non si spiega, si sente. Unico nella voce graffiata, nei versi che sembrano scritti sempre per la prima volta, in quella capacità di raccontare il mondo senza abbellirlo.
Tuttavia “Forever Young” per me non è solo un omaggio a lu, semplicemente descrive la mia concezione del tempo. Uno è vecchio soltanto quando le proprie paure superano i propri sogni. Ergo finché questi ultimi restano grandi, rumorosi, più ostinati delle paure, si resta giovani. Anche quando l’esistenza imponeva di farlo, io non ho mai smesso di sognare, e se qualcuno mi chiama visionaria, qualcun altro illusa, utopista, passionaria, ingenua, con quella sfumatura di superiorità che appartiene a chi ha smesso di sognare e ritiene di essere saggio, pazienza! Va bene così. Ognuno porta il peso che sceglie ed io preferisco la leggerezza ostinata di chi continua ad aspettarsi qualcosa dalla vita.

Susy: mani di velluto e cuore nel lavoro
Lasciatemi spendere due parole per Susy, una tatuatrice di rara precisione e di altrettanta rara sensibilità. Non ho sentito dolore, nemmeno una volta. Le sue mani sono sicure, il tratto netto, il lavoro curato in ogni dettaglio. Ha un dono che non è solo tecnico, ma soprattutto empatico. Sa ascoltare cosa vuoi davvero, prima ancora di prendere in mano lo strumento.
In un settore dove molti lucrano sull’emozione altrui, gonfiando i prezzi proprio perché sanno che si viene a chiedere qualcosa di significativo e perenne, Susy ha fatto scelte diverse.: economicamente onesta, umanamente generosa, e oggigiorno non sono cose scontate, anzi, sempre più rare.

Una storia antica, un significato mai banale
Il tatuaggio è una delle pratiche più antiche della civiltà umana. Lo testimoniano le mummie egiziane, i guerrieri polinesiani, le popolazioni indigene di tutti i continenti: già cinquemila anni fa, la pelle veniva scelta come superficie su cui tracciare appartenenza, credenza, rito di passaggio. In Giappone il tatuaggio ha una storia millenaria, legata prima al mondo spirituale e poi, in epoche diverse, alla criminalità organizzata e poi ancora riscattata come forma d’arte. In Occidente è arrivato attraverso i marinai, i viaggiatori, chi tornava da mondi lontani con segni che nessun altro capiva ancora.
Oggi i tatuaggi sono ovunque: sulle caviglie dei liceali, sui polsi dei manager, sui colli dei calciatori e proprio perché sono dappertutto il rischio è che diventino rumore di fondo, decorazione senza peso. Un trend tra i tanti, eppure io sono convinta che il senso originario, quello del segno permanente, del sigillo su qualcosa che conta, non vada disperso. Un tatuaggio non dovrebbe essere un capriccio di stagione, quanto piuttosto una promessa a se stessi, per se stessi.
La pelle non si cancella facilmente., così come le parole che ci si scrive sopra.
Per questo scelgo con cura quello che porto e per questo non sento il bisogno di giustificarlo a nessuno. Πάντα ῥεῖ, Tutto scorre, ma qualcosa, volutamente, lo tengo fermo.
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