
Non ho mai amato le ricorrenze, le date da ricordare o le giornate “inventate” per celebrare questa o quella causa. Eppure oggi ricorre la giornata dedicata alla lotta contro gli stereotipi, contro la violenza di genere, contro i femminicidi. Insomma, la giornata che richiama l’attenzione sugli abusi verso le donne.
Non mi piace neppure definirla “la giornata della donna”, come l’8 marzo, e questo è un tema che porto nel cuore da sempre, letteralmente da quando sono venuta al mondo.
Oggi non ho la possibilità di occuparmi di politiche di genere come un tempo, ma in passato l’ho avuta, ed è stato per me un vero onore rappresentare le pari opportunità e le donne di Cava de’ Tirreni, portando la loro voce da Roma a Parigi, fino a Pisa, nel mio ruolo di esperta di pari opportunità. Al di là delle normative italiane, europee e internazionali create per prevenire e arginare le violenze di genere e le discriminazioni verso le donne, ciò che ho sempre sostenuto è che è la mentalità a dover cambiare. La mentalità di tutti, uomini e donne, ovunque.
E questo cambiamento parte anche dal linguaggio. Può sembrare un dettaglio per molti, ma chi ha studiato Foucault, de Saussure, Chomsky e altri autori fondamentali sa bene che il linguaggio è tutto: modella pensieri, che a loro volta modellano azioni. Perfino la parola “umano” porta con sé stratificazioni di genere; perfino l’idea di divinità maschili a capo del creato affonda le radici in una cultura patriarcale. Sono provocazioni, certo, ma servono a ricordarci quanto in profondità agisca il linguaggio.
Io parto dalla famiglia. Ho due figli maschi e una figlia femmina e insegno loro che non si tratta solo di violenza o di femminicidio: si tratta di rispetto dell’altro essere umano, considerato come un materiale prezioso. E nella mia casa, mio marito e i miei figli maschi non “mi aiutano”. Non collaborano “per darmi una mano”. Sono abitanti della casa esattamente come me, e dunque partecipano perché è naturale che sia così.
Non si tratta di un favore, di un gesto da sottolineare: è un dovere, un’evidenza. Così come essere padre non è un merito: i figli si concepiscono in due, e da questo dovrebbe discendere una responsabilità equamente condivisa. Lo stesso vale per sparecchiare, cucinare, lavare i piatti, pulire: questi compiti spettano a tutti, alla figlia femmina come al figlio maschio.
Basta con i giocattoli “da maschio” e “da femmina”, basta con i colori assegnati per genere. Da queste piccole cose si arriva alle grandi: alla vera e propria parità.
Il mio invito, oggi, non è solo quello di rileggere l’Antigone di Sofocle o Simone de Beauvoir, che rimangono letture importanti, consigliate sempre. Il mio invito è quello di cominciare dalla quotidianità. Di insegnare, soprattutto noi madri di figli maschi, che il rispetto nasce in famiglia, passa per la scuola e poi entra nella società, fino a scardinare davvero quel gap che ancora esiste negli accessi alla politica, nei centri decisionali, nelle differenze salariali e nelle opportunità di carriera.
Fino ad eliminare ogni forma di violenza: psicologica, verbale, economica e fisica.
Solo così potremo sperare di raggiungere, un giorno, una vera parità tra i generi.
Annalisa Capaldo








