
Ediroriale di Agostino Ingenito. Se tutto è tutelato, alla fine nulla è veramente tutelato.
È una provocazione, certamente. Ma credo sia arrivato il momento di porci una domanda scomoda sulla rincorsa italiana – e non soltanto italiana – ai riconoscimenti UNESCO: dopo aver ottenuto il marchio, che cosa facciamo realmente per custodire ciò che abbiamo fatto riconoscere patrimonio dell’umanità?
L’Italia può vantare oggi 61 beni iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, 55 culturali e 6 naturali. Sul versante del patrimonio culturale immateriale sono invece 21 gli elementi italiani iscritti nelle liste UNESCO. Numeri straordinari, che certificano la ricchezza culturale del nostro Paese. Ma proprio questi numeri dovrebbero imporci una responsabilità altrettanto straordinaria.
Il problema non è ottenere meno riconoscimenti. È evitare che il riconoscimento diventi il traguardo anziché il punto di partenza.
Il marchio non è la tutela
La Convenzione UNESCO del 2003 è molto più rigorosa di quanto talvolta lasci intendere il dibattito pubblico. Per patrimonio immateriale non intende una semplice tradizione da celebrare o un prodotto da promuovere turisticamente. E soprattutto definisce la salvaguardia
come l’insieme delle misure necessarie ad assicurare la vitalità del patrimonio: identificazione, documentazione, ricerca, conservazione, protezione, promozione, valorizzazione, trasmissione attraverso l’educazione e rivitalizzazione.
È questo il punto.
Dovremmo parlare meno di candidature e molto di più di ciò che accade cinque, dieci o vent’anni dopo l’iscrizione.
L’UNESCO stessa prevede rapporti periodici degli Stati sull’attuazione della Convenzione e sugli elementi iscritti. Il riconoscimento, dunque, non dovrebbe essere una medaglia da appendere al petto di una città, di una categoria o di una comunità.
Dovrebbe essere un’assunzione permanente di responsabilità.
Napoli è un caso emblematico
Il Centro storico di Napoli è Patrimonio mondiale UNESCO dal 1995. Nella documentazione ufficiale UNESCO è espressamente previsto un Piano di gestione che dovrebbe guidarne salvaguardia e protezione e che deve essere monitorato e periodicamente aggiornato.
Gli obiettivi indicati sono impegnativi: conservazione del tessuto urbano stratificato, mantenimento delle relazioni socioeconomiche tradizionali, qualità della vita, sicurezza, igiene e consapevolezza del valore del patrimonio.
A trent’anni dal riconoscimento è quindi legittimo chiedere: quanto di tutto questo è stato effettivamente realizzato e quanto resta sulla carta?
Non significa negare le enormi trasformazioni positive vissute da Napoli. Significa esattamente il contrario: pretendere che la crescita turistica e la notorietà internazionale siano accompagnate da manutenzione, vivibilità, tutela del patrimonio architettonico, controllo delle trasformazioni urbane e permanenza delle comunità residenti.
Un sito UNESCO non dovrebbe diventare una scenografia.
Deve continuare a essere una città viva.
E poi c’è la Costiera Amalfitana
Conosco bene il tema e più volte sono intervenuto pubblicamente sulla necessità di tutelare realmente la Costiera Amalfitana, iscritta nel patrimonio mondiale dal 1997.
L’UNESCO ricorda che il territorio dispone di una complessa protezione nazionale, regionale e locale e di un Piano di gestione destinato proprio a coordinare le politiche territoriali e preservare l’integrità del sito.
Eppure chi vive la Costiera conosce quotidianamente traffico, congestione, difficoltà della mobilità, pressione turistica, problemi ambientali e fragilità del territorio.
È questo il paradosso che dobbiamo affrontare.
Possiamo definire patrimonio dell’umanità un paesaggio e poi accettare che raggiungerlo o attraversarlo diventi, in determinati periodi dell’anno, un’esperienza incompatibile con la sua stessa fragilità?
Il riconoscimento dovrebbe comportare standard ancora più elevati di mobilità sostenibile, depurazione, tutela del mare, gestione dei flussi, manutenzione del paesaggio, prevenzione del dissesto e qualità dei servizi.
Altrimenti UNESCO rischia di trasformarsi da strumento di tutela in moltiplicatore della pressione turistica.
Il “festival” dell’immateriale
Ancora più delicato è ciò che sta accadendo con il patrimonio immateriale.
L’Italia possiede riconoscimenti importanti: dall’Opera dei Pupi al Canto a tenore, dalla Dieta mediterranea all’arte liutaria cremonese, dalle grandi macchine a spalla alla vite ad alberello di Pantelleria, dall’arte del pizzaiuolo napoletano alla Perdonanza Celestiniana, dall’alpinismo alla transumanza, fino alla pratica del canto lirico italiano e, dal 2025, alla cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale.
Sono patrimoni autenticamente importanti.
Ma proprio per questo dobbiamo evitare quello che definirei provocatoriamente il festival del riconoscimento “pezzotto”: la convinzione che basti costruire un dossier, mobilitare istituzioni, raccogliere adesioni, organizzare qualche evento e ottenere l’iscrizione per avere assolto al nostro dovere verso una tradizione.
Prendiamo l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano, iscritta nel 2017.
Il dossier UNESCO parlava di circa 3.000 pizzaiuoli a Napoli e individuava nella bottega il luogo fondamentale della trasmissione del sapere tra maestro e apprendista. La decisione UNESCO richiamava inoltre corsi, programmi educativi e professionali, raccolta delle testimonianze dei maestri, ricerca e mappatura culturale.
Sono passati quasi dieci anni.
La domanda che dovremmo porci non è quante fotografie con il logo UNESCO abbiamo realizzato, ma quanto di quel programma di salvaguardia è stato concretamente sviluppato, verificato e reso permanente.
Quanti giovani sono stati formati secondo quella trasmissione del sapere? Quanti maestri sono stati censiti? Quanto materiale orale è stato raccolto? Quanto è stato fatto perché la bottega continui a essere realmente luogo di trasmissione?
Sono domande, non accuse. Ma sono domande necessarie.
Ora la canzone napoletana
Nel giugno 2026 è stato pubblicamente lanciato anche il percorso per la candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio UNESCO.
Sono il primo a riconoscere il valore universale di questo patrimonio. La canzone napoletana ha attraversato continenti, generazioni e classi sociali. Ha raccontato Napoli al mondo molto prima delle moderne strategie di marketing territoriale.
Ma proprio per questo la domanda deve precedere la candidatura:
che cosa intendiamo tutelare?
Le partiture? La lingua? Le modalità interpretative? Gli archivi? Gli autori? La trasmissione orale? Le botteghe musicali? I luoghi storici della canzone? La formazione dei giovani interpreti?
E soprattutto: qual è il piano di salvaguardia per i prossimi vent’anni?
Se non rispondiamo prima a queste domande rischiamo di chiedere all’UNESCO di certificare qualcosa che noi stessi non abbiamo ancora deciso come custodire.
Il patrimonio sotto le bombe
C’è infine una contraddizione ancora più drammatica.
Mentre discutiamo di nuovi riconoscimenti, nel mondo esistono patrimoni dell’umanità materialmente minacciati da guerre, trasformazioni urbanistiche, calamità, inquinamento e sviluppo turistico incontrollato.
L’UNESCO contempla proprio per questo una Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo. Tra le minacce riconosciute figurano guerra e conflitti armati, terremoti, inquinamento, urbanizzazione incontrollata e sviluppo turistico non governato.
I sei siti UNESCO della Siria furono inseriti nella lista dei patrimoni in pericolo a causa del conflitto. Vi figurano Aleppo, Damasco, Palmira e altri luoghi che appartengono non soltanto alla storia siriana ma alla storia dell’umanità.
Nello Yemen sono tuttora indicati siti come Sana’a, Shibam e Zabid. Anche il paesaggio culturale palestinese di Battir è nella Lista del Patrimonio in Pericolo.
Questa realtà dovrebbe restituirci il senso profondo della parola patrimonio.
Non è un premio.
Non è un brand.
Non è una campagna promozionale.
Dalla corsa ai riconoscimenti alla verifica dei risultati
Forse è arrivato il momento di immaginare una nuova stagione.
Ogni candidatura italiana, materiale o immateriale, dovrebbe essere accompagnata non soltanto da un dossier, ma da obiettivi verificabili, risorse, responsabilità precise e indicatori pubblici.
E ogni riconoscimento già ottenuto dovrebbe essere sottoposto periodicamente a una sorta di tagliando della tutela: cosa avevamo promesso? Cosa abbiamo fatto? Quanto abbiamo investito? Quali criticità sono aumentate? Il patrimonio viene ancora trasmesso? La comunità che lo custodisce ne trae beneficio oppure è stata progressivamente espulsa?
Non dobbiamo smettere di candidare le nostre eccellenze.
Dobbiamo smettere di considerare la candidatura una politica culturale.
Perché l’UNESCO non dovrebbe essere la targa da fotografare all’ingresso di una città, il logo da mettere su una locandina o il riconoscimento da spendere nella prossima campagna turistica.
UNESCO dovrebbe significare responsabilità.
E allora torno alla provocazione iniziale.
Se tutto diventa patrimonio, il rischio è che nulla venga più percepito come qualcosa di eccezionale da custodire.
Ma soprattutto, se continuiamo a chiedere nuovi riconoscimenti senza dimostrare di saper tutelare quelli che abbiamo già ottenuto, rischiamo di confondere il prestigio con la protezione e la celebrazione con la salvaguardia.
Prima di chiedere quale sarà il prossimo patrimonio UNESCO italiano, cominciamo dunque a porci una domanda molto più semplice e molto più difficile:
come stanno quelli che abbiamo già?







