
Editoriale di Agostino Ingenito. La semplificazione degli investimenti non può trasformarsi nella rinuncia a governare il territorio. Tra suoli ormai saturi, rischio idraulico, traffico e quartieri a ridosso dei capannoni, l’Agro nocerino-sarnese rischia di perdere definitivamente la propria identità rurale
La ZES Unica può rappresentare un’opportunità per attrarre investimenti, recuperare aree produttive abbandonate, innovare le imprese e creare occupazione. Ma nell’Agro nocerino-sarnese, uno dei territori più densamente abitati e urbanizzati della Campania, rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso:
un acceleratore di consumo di suolo, logistica diffusa e insediamenti produttivi collocati a pochi metri dalle abitazioni.
Il problema non è la presenza delle imprese. L’Agro possiede una lunga e importante storia industriale, agroalimentare e manifatturiera. Il problema è la mancanza di una visione territoriale capace di stabilire quali attività possano realmente essere accolte, dove debbano essere localizzate e quale impatto cumulativo producano su strade, canali, reti fognarie, qualità dell’aria e vita quotidiana dei residenti.
La ZES Unica non costituisce formalmente una cancellazione delle regole. Le autorizzazioni ambientali, paesaggistiche e sanitarie continuano a essere necessarie. Tuttavia, la concentrazione dei procedimenti nell’Autorizzazione unica, i tempi abbreviati delle conferenze di servizi e la possibilità che il provvedimento conclusivo produca una variante urbanistica determinano una fortissima accelerazione.
In un Comune dotato di una pianificazione aggiornata, di uffici tecnici adeguatamente organizzati e di studi precisi sulla mobilità e sul rischio ambientale, questa accelerazione può essere governata. Nei territori in cui i piani urbanistici sono vecchi, incompleti o costruiti attraverso successive varianti, la semplificazione rischia invece di diventare una sostanziale rinuncia alla programmazione.
I NUMERI DI UNA TRASFORMAZIONE RAPIDISSIMA
Gli elenchi pubblicati dal Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud mostrano la dimensione del fenomeno. Tra il 2024 e il 30 giugno 2026 risultano nell’Agro nocerino-sarnese 84 procedimenti di Autorizzazione unica ZES.
Non si tratta di un dato marginale. Nel 2024 i procedimenti erano nove. Nel 2025 sono diventati trentotto. Nei soli primi sei mesi del 2026 ne risultano già trentasette.
Scafati guida questa particolare graduatoria con 29 autorizzazioni, seguita da Pagani con 15 e Angri con 14. Seguono Castel San Giorgio, Sarno, San Marzano sul Sarno, Sant’Egidio del Monte Albino, Nocera Inferiore, San Valentino Torio e Siano.
Ancora più significativo è il contenuto dei procedimenti: 37 nuovi insediamenti, 37 ampliamenti, otto rilocalizzazioni e due ristrutturazioni. Nei primi sei mesi del 2026 i nuovi insediamenti sono stati più numerosi degli ampliamenti.
Questi numeri non dimostrano automaticamente che siano stati costruiti 84 nuovi capannoni. Un’autorizzazione non coincide necessariamente con l’avvio o il completamento dell’opera e non significa che l’investimento abbia già ricevuto un finanziamento pubblico. Ma i dati indicano una pressione localizzativa straordinariamente intensa, che meriterebbe una valutazione complessiva e non soltanto l’esame separato di ogni singola pratica.
Il cittadino, però, dagli elenchi pubblici può conoscere poco più del Comune interessato e della tipologia generale dell’intervento. Non può sapere immediatamente quanti metri quadrati saranno occupati, quale attività sarà esercitata, quanti mezzi pesanti transiteranno ogni giorno, quante persone saranno assunte e quali distanze separeranno l’impianto dalle abitazioni.
Questa carenza di trasparenza impedisce alle comunità di comprendere la reale portata della trasformazione in corso.
UN TERRITORIO CHE NON È PIÙ UNA PAGINA BIANCA
L’Agro non dispone di grandi spazi vuoti nei quali collocare liberamente nuovi insediamenti. È una conurbazione quasi continua, nella quale i confini tra un Comune e l’altro sono spesso riconoscibili soltanto dai cartelli stradali.
I dati ISPRA sul consumo di suolo descrivono una situazione già prossima alla saturazione. A Scafati risulta consumato più del 43 per cento del territorio comunale. A Pagani e Angri la percentuale supera il 42 per cento. A San Marzano sul Sarno si avvicina al 37 per cento. Nocera Inferiore e San Valentino Torio superano il 34 per cento, mentre Sant’Egidio del Monte Albino e Nocera Superiore si attestano intorno al 30 per cento.
Sono percentuali enormi, soprattutto se si considera che nel territorio comunale rientrano anche rilievi, pendici e zone difficilmente edificabili. La pressione reale sulla pianura è quindi ancora più elevata.
In alcuni Comuni la quasi totalità del territorio risulta inoltre interessata dalla presenza, entro poche centinaia di metri, di edifici, strade, piazzali o altre superfici artificiali. Questo significa che sono ormai rarissimi gli spazi davvero separati dai tessuti urbanizzati.
Ogni nuovo insediamento non si colloca dunque in un territorio neutro. Si aggiunge a una rete già sovraccarica di abitazioni, scuole, attività commerciali, strade locali e impianti produttivi.
IL PARADOSSO DELLA LOGISTICA SENZA STRADE
La logistica viene spesso presentata come una conseguenza naturale della vicinanza ai caselli autostradali. Ma essere vicini a un’autostrada non significa automaticamente essere dotati di una rete viaria adeguata.
Tra il casello e il capannone esistono strade comunali e provinciali, incroci, sottopassi, quartieri residenziali e centri urbani. I camion non scompaiono una volta usciti dall’autostrada. Percorrono vie utilizzate anche da studenti, pendolari, famiglie e mezzi di soccorso.
In molte zone dell’Agro le carreggiate sono strette, gli incroci già congestionati e i collegamenti trasversali insufficienti. Inserire nuovi depositi o piattaforme logistiche senza un piano preventivo della mobilità pesante significa trasferire sulla collettività il costo dell’investimento privato.
Le imprese usufruiscono della semplificazione amministrativa e, quando ricorrono le condizioni, delle agevolazioni fiscali. I Comuni e i residenti devono invece sostenere l’usura delle strade, il rumore, le polveri, le code, la riduzione della sicurezza e la necessità di nuove infrastrutture.
È un meccanismo profondamente squilibrato: i benefici economici vengono contabilizzati nel progetto aziendale, mentre i costi territoriali restano dispersi e spesso non vengono neppure misurati.
IL RISCHIO IDRAULICO NON È UN DETTAGLIO
L’Agro nocerino-sarnese è parte di un bacino delicatissimo, segnato dalla presenza del fiume Sarno, dei suoi affluenti, dei canali e di una rete di drenaggio frequentemente sottoposta a forti pressioni.
Capannoni, parcheggi, piazzali e strade impermeabilizzano il terreno. L’acqua piovana, anziché infiltrarsi lentamente nel suolo, viene convogliata rapidamente verso tombini, collettori e corsi d’acqua.
Il problema non può essere valutato considerando un solo edificio. Anche un progetto dotato di una propria vasca di laminazione può risultare formalmente compatibile. Ma cinquanta progetti, sommati nello stesso bacino, possono produrre un effetto ben diverso.
È qui che emerge uno dei limiti più gravi dell’attuale sistema: la valutazione avviene prevalentemente sul singolo intervento, mentre gli effetti si accumulano su un territorio unitario che non coincide con i confini amministrativi.
L’acqua che scorre da Sarno verso Scafati non si ferma davanti al confine di un Comune. Il traffico generato da un deposito di Angri può attraversare Sant’Egidio, Pagani o San Marzano. Le polveri e il rumore non rispettano le delimitazioni catastali.
Per questo l’Agro avrebbe bisogno di una valutazione ambientale e infrastrutturale sovracomunale, non di tredici decisioni separate.
LE CONTRADDIZIONI DELLE AMMINISTRAZIONI LOCALI
Dopo l’istituzione della ZES Unica, i Comuni non decidono più se il proprio territorio debba rientrare o meno nella Zona economica speciale. L’intera Campania è inclusa nel nuovo regime.
Ma questo non assolve le amministrazioni locali dalle proprie responsabilità.
Per anni molti Comuni hanno considerato l’ampliamento delle aree produttive come una scelta quasi automaticamente positiva. Sono state approvate varianti, raccolte manifestazioni di interesse e promesse nuove opportunità occupazionali senza verificare fino in fondo la capacità delle infrastrutture esistenti.
Le delimitazioni sono state spesso tracciate considerando la disponibilità dei terreni o la vicinanza agli svincoli, non la convivenza con le abitazioni, la sicurezza idraulica o la capacità delle strade.
Oggi quelle scelte producono conseguenze molto più rilevanti, perché si inseriscono in un sistema autorizzativo nazionale rapido, centralizzato e capace di determinare varianti agli strumenti urbanistici.
Un Comune non può prima ampliare le destinazioni produttive e poi lamentare l’arrivo dei capannoni. Non può sollecitare investimenti senza predisporre percorsi per i mezzi pesanti. Non può promettere sviluppo senza sapere quanta acqua potranno smaltire i canali e le reti fognarie.
E soprattutto non può continuare a valutare ogni progetto come se fosse il primo e l’unico.
QUALE SVILUPPO VOGLIAMO?
Il vero confronto non deve essere costruito tra chi difende le imprese e chi difende l’ambiente. Un territorio ambientalmente compromesso, congestionato e invivibile non è conveniente neppure per le imprese serie.
La questione è scegliere quale sviluppo sia compatibile con l’Agro.
Un conto è recuperare un capannone abbandonato per ospitare un’attività manifatturiera innovativa. Altro è consumare terreno agricolo per realizzare l’ennesimo deposito a basso impatto occupazionale e ad alto impatto viario.
Un conto è sostenere l’agroindustria legata alle produzioni locali. Altro è trasformare la pianura in una piattaforma di transito per merci che non producono alcuna relazione con il territorio.
Non tutti gli investimenti hanno lo stesso valore. Il numero dei metri quadrati costruiti non può essere considerato un indicatore di sviluppo. Occorre misurare l’occupazione stabile creata, la qualità del lavoro, il recupero di edifici esistenti, l’innovazione, le emissioni prodotte e il traffico generato.
UN PIANO UNITARIO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI
I Comuni dell’Agro dovrebbero istituire immediatamente un coordinamento tecnico permanente sulle autorizzazioni ZES. Ogni amministrazione dovrebbe rendere pubbliche localizzazione, superficie, attività prevista, traffico stimato, occupazione promessa e prescrizioni ambientali di ciascun progetto.
Servono una mappa unica degli insediamenti esistenti e autorizzati, un piano sovracomunale della mobilità pesante, un bilancio del consumo di suolo e una valutazione cumulativa del rischio idraulico.
Dovrebbe essere stabilito un principio semplice: prima si recuperano le aree dismesse e soltanto dopo, in casi eccezionali e adeguatamente motivati, si autorizza nuovo consumo di suolo.
Le zone agricole residue non sono spazi vuoti in attesa di edificazione. Assorbono l’acqua, mitigano le temperature, separano gli abitati, tutelano il paesaggio e conservano la memoria economica e culturale dell’Agro.
Perderle significa privare definitivamente questo territorio della possibilità di riequilibrarsi.
La ZES Unica può essere uno strumento di sviluppo, ma non può diventare l’alibi per trasformare l’Agro nocerino-sarnese in un immenso piazzale logistico. La velocità delle autorizzazioni non deve superare la capacità della politica di comprendere dove sta conducendo il territorio.
Quando ogni singolo progetto apparirà formalmente legittimo, ma il risultato complessivo sarà una pianura coperta da capannoni, traffico e cemento, sarà troppo tardi per domandarsi chi avrebbe dovuto fermarsi a valutare le conseguenze.







