Dopo il pareggio (1-1) di domenica 13 settembre tra l’Avellino e il Palermo, abbiamo intervistato il direttore sportivo biancoverde Mario Aiello. Dal percorso nel calcio giovanile alla Serie B con l’Avellino, passando per la gestione dello spogliatoio, gli obiettivi del club, l’arrivo di Cheddira e una trattativa che ha fatto sognare i tifosi: Mario Aiello racconta il suo lavoro da direttore sportivo e il progetto biancoverde.
Il calcio, per Mario Aiello, è una passione nata presto e diventata nel tempo un vero percorso professionale. Prima il pallone giocato, poi il passaggio dall’altra parte della scrivania, fino all’esperienza da direttore sportivo e l’arrivo all’Avellino. Un percorso costruito attraverso il settore giovanile, la Serie D e la Serie C, fino alla promozione in Serie B. Oggi Aiello è al lavoro per consolidare la società irpina nella nuova categoria. La squadra arriva da una stagione che ha regalato anche la conquista dei playoff e affronta il nuovo campionato con l’obiettivo dichiarato di costruire basi solide per il futuro. In questa intervista il direttore sportivo racconta il suo percorso, il lavoro quotidiano dietro le quinte, il rapporto con l’allenatore e la società, le scelte di mercato e l’identità che vuole dare alla squadra.
Come nasce la tua passione per il calcio e cosa l’ha portata a diventare direttore sportivo?
La passione per il calcio nasce da piccolo. Avevo 4-5 anni e ricordo il Mondiale del 1982, che ho seguito con grande entusiasmo. Ho iniziato a giocare e ho continuato per circa vent’anni, fino ai 35 anni, tra Dilettanti, Campionati regionali, Eccellenza e Promozione. A un certo punto ho sentito il bisogno di tornare nel calcio, ma dall’altra parte, come direttore sportivo. Sono partito dal settore giovanile. Piano piano con l’Internapoli, con un presidente che era stato anche un mio compagno di squadra. Ho iniziato occupandomi della parte base e poi dell’attività agonistica. Da lì ho avuto la possibilità di lavorare con settori giovanili nazionali, poi un anno in Serie D e cinque-sei anni in serie C. Ho avuto anche la fortuna di vincere il campionato in serie C con l’Avellino e adesso siamo al secondo anno in serie B.
Secondo te, qual è la parte più difficile del lavoro di un direttore sportivo, quella che spesso il pubblico non vede?
È difficile dire quale sia la parte più complicata, perché dipende dalle persone e dalle situazioni. A livello senior, forse la cosa più difficile è individuare quei ragazzi che arrivano dalla Primavera e capire se possono essere pronti per giocare in serie B. Il mio percorso nel settore giovanile sicuramente aiuta. Personalmente non faccio una distinzione tra giovani ed esperti: per me ci sono giocatori forti e giocatori meno forti. Poi c’è tutto il lavoro di gestione, che spesso non si vede. Una delle cose più importanti è riuscire a mantenere il gruppo quando si passa dalla serie C alla serie B. Bisogna fare in modo che il gruppo che ha conquistato la promozione riesca a trasmettere i propri principi ai nuovi arrivati. È fondamentale avere uno spogliatoio sano. Secondo me è più importante avere un gruppo sano che un giocatore forte in più.
Dopo i playoff conquistati nella scorsa stagione, con quale obiettivo avete costruito la squadra di quest’anno?
L’arrivo di Cheddira ha rappresentato uno dei momenti più importanti del mercato dell’Avellino, ma il progetto del club va oltre i singoli nomi. I playoff ce li siamo meritati, perché li abbiamo conquistati sul campo. È stato un premio per il nostro primo anno in serie B, che è stato un campionato un po’ altalenante, ma poi abbiamo avuto un crescendo importante. L’obiettivo è consolidarci nella categoria e crescere a 360 gradi, non soltanto come squadra, ma anche come società, come strutture e come organigramma. Vogliamo diventare un club solido. Poi, una volta consolidate le basi, si potrà pensare ad alzare l’asticella senza rischiare di ritrovarsi nuovamente a lottare per non retrocedere. Quest’anno l’obiettivo è ripetere quello che abbiamo fatto l’anno scorso, cercando di salvarci con qualche giornata di anticipo. Viviamo partita dopo partita e cerchiamo di fare il meglio possibile. Poi è chiaro che il sogno è quello di arrivare in s A.»
Quanto è importante il rapporto tra direttore sportivo, allenatore e società per raggiungere gli obiettivi prefissati?
Gli obiettivi non si possono raggiungere se non si va tutti nella stessa direzione. È normale avere opinioni diverse, perché ognuno può avere il proprio punto di vista. L’importante è confrontarsi e trovare una direzione comune. Questa unità deve essere percepita anche dalla squadra e dall’esterno. Se c’è qualcosa da dire, è giusto farlo tra di noi, in camera “caritatis”. Bisogna essere tutti partecipi e dare il proprio contributo per andare nella stessa direzione.
C’è un acquisto, una scelta o un momento della sua carriera di cui va particolarmente fiero?
Il mio percorso è stato costruito sul campo. Ogni stagione ho cercato di realizzare squadre che potessero raggiungere qualcosa di più importante rispetto alla categoria di riferimento. Ricordo praticamente tutti gli acquisti, sia quelli che hanno avuto successo sia quelli che magari hanno reso meno rispetto alle aspettative. Nel complesso sono soddisfatto del percorso, perché nella maggior parte dei casi siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati. L’operazione Cheddira è stata importante, anche per il blasone del giocatore e per la risonanza che ha avuto. È stata una trattativa che si è chiusa molto velocemente: lo abbiamo contattato la mattina, abbiamo trovato l’accordo nel pomeriggio e il giorno dopo ha fatto le visite mediche. Alcune operazioni si chiudono in poco tempo, altre invece richiedono settimane.
Dopo il pareggio contro il Palermo, che partita ha visto e quanto rammarico c’è per non aver portato a casa i tre punti?
Il rammarico è tanto, perché meritavamo la vittoria. Dopo essere passati in vantaggio abbiamo avuto un piccolo calo di attenzione. Se fossimo riusciti a superare quella prima fase di pressione e a far passare qualche minuto, probabilmente avremmo portato a casa la partita. Dopo il pareggio abbiamo ripreso a giocare e abbiamo avuto delle occasioni. Il rammarico c’è, ma prendiamo il punto, perché comunque è arrivato contro una squadra importante. Speriamo di recuperare quello che abbiamo lasciato per strada nelle prossime partite.
Dopo queste prime giornate, quanto l’Avellino che vediamo in campo rispecchia l’idea di squadra che avevate in mente durante il mercato?
Al di là dei moduli, noi partiamo dai concetti. Vogliamo una squadra compatta, che combatta, perché questa è anche l’identità storica dell’Avellino, ma che allo stesso tempo abbia qualità. I giocatori che abbiamo sono di ottima qualità. Dobbiamo avere la capacità di combattere, di giocare e di indirizzare le partite. I moduli sono relativi: quello che conta è l’atteggiamento. Vogliamo una squadra combattiva e di qualità, che sappia fare gioco e che possa divertire il pubblico e dare soddisfazione alla gente.
A chiudere l’intervista c’è poi la notizia di una trattativa che, per qualche giorno, ha acceso l’entusiasmo dei tifosi biancoverdi: quella per James Rodríguez. «La trattativa era reale e in fase avanzata. C’erano buone possibilità di chiuderla. Poi è entrato l’Atlético Nacional, che è una società importante in Colombia e che gli dava la possibilità di essere visto dal commissario tecnico della Nazionale» spiega Aiello. «Per lui era un’opportunità importante, anche in vista della Nazionale e di una possibile convocazione per la Coppa America. Inoltre era la squadra della sua città, dove vive, quindi alla fine non c’è stata partita e ha scelto di andare lì. Noi eravamo stati la squadra più concreta e quella che era arrivata più avanti nella trattativa. Volevamo fare questo regalo ai tifosi. Non è andata così, ma siamo comunque contenti di averli fatti sognare per qualche giorno» conclude il direttore sportivo.
Ringraziamo il direttore sportivo Mario Aiello per aver risposto alle nostre domande e auguriamo un buon campionato a lui e alla squadra biancoverde.




