
POMPEI – Il fascino senza tempo del Teatro Grande degli Scavi di Pompei accoglie “Alcesti” di Euripide, la nuova regia di Filippo Dini, dopo il successo ottenuto al Teatro Greco di Siracusa nell’ambito della stagione dell’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico. Lo spettacolo, in scena per Pompeii Theatrum Mundi, conferma la capacità del teatro classico di parlare al presente con sorprendente attualità.
La traduzione di Elena Fabbro, le musiche originali di Paolo Fresu e un cast di assoluto livello – con Deniz Ozdogan nel ruolo di Alcesti, Aldo Ottobrino in quello di Admeto, insieme ad Alessio Del Mastro, Denis Fasolo, Sandra Toffolatti, Bruno Ricci e lo stesso Filippo Dini – restituiscono una tragedia che non si limita a raccontare il mito, ma lo trasforma in una riflessione profonda sulla condizione umana.
La vicenda è nota: il re Admeto può evitare la morte soltanto se qualcuno accetterà di morire al suo posto. Né gli amici né gli anziani genitori scelgono di sacrificarsi. Sarà la moglie Alcesti a consegnare la propria vita affinché il marito continui a vivere.
Ma proprio da questa apparente semplicità narrativa nasce la forza della regia di Filippo Dini. Il sacrificio non viene rappresentato come un gesto eroico da celebrare, bensì come una domanda morale rivolta allo spettatore. È davvero giusto vivere grazie alla morte di chi ci ama? Quale responsabilità accompagna chi sopravvive? Dove finisce l’amore e dove inizia l’egoismo?
L’allestimento evita ogni lettura retorica e costruisce uno spazio scenico contemporaneo, nel quale i personaggi sembrano appartenere al nostro tempo, con le fragilità dell’uomo moderno, incapace di affrontare il limite della propria esistenza e i tanti estetismi di cui è emersa la nostra società borghese.
Particolarmente efficace è la lettura del rapporto tra uomo e donna. Lo scontro patriarcale emerge con straordinaria evidenza. Gli uomini discutono della vita, del potere e della morte, mentre è una donna a pagare il prezzo più alto. Tuttavia Alcesti non appare mai come una vittima passiva. Al contrario, nella costruzione drammaturgica di Dini rivendica fino in fondo il significato del proprio gesto, imponendo ad Admeto il peso della memoria e della responsabilità.
Il sacrificio femminile diventa così denuncia di un modello sociale antico ma ancora riconoscibile. La donna continua a sostenere la famiglia, a custodire la vita, a rinunciare a sé stessa, ma pretende finalmente che quel sacrificio venga riconosciuto e non semplicemente dato per scontato.
È forse questa la chiave più contemporanea dello spettacolo: il sacrificio non è un destino naturale della donna, ma una scelta che interpella la coscienza dell’uomo e mette in discussione gli equilibri del potere.
Altrettanto significativo appare il confronto tra Admeto e il padre Ferete, probabilmente uno dei momenti più intensi dell’opera. Non è soltanto uno scontro generazionale, ma il crollo di ogni ipocrisia: nessuno è disposto a morire per un altro quando la morte diventa concreta. Euripide smaschera così l’istinto di conservazione dell’essere umano, e Dini lo rende ancora più evidente con una recitazione asciutta, priva di enfasi.
Le inflessioni dialettali italiane, con la parlata veneta di Eracle e pugliese del servo della casa, fa emergere anche la diversita degli italiani facendo apparrire quel velato scontro mai sopito Nord Sud.
Fondamentale anche il contributo musicale di Paolo Fresu. La sua tromba non accompagna semplicemente le scene, ma costruisce un paesaggio emotivo sospeso tra vita e morte, trasformando il suono in una presenza drammaturgica capace di dialogare con il silenzio del teatro antico.
Lo spettacolo lascia emergere anche un’altra riflessione, più sottile ma non meno significativa: quella sul rapporto tra uomo e divino. Gli dèi intervengono, decidono, negoziano il destino umano, ma non sembrano offrire una vera risposta al dolore dell’esistenza. Persino il ritorno finale di Alcesti richiama inevitabilmente l’idea della resurrezione, evocando una suggestione quasi cristologica. Non si tratta, naturalmente, di un riferimento religioso diretto, quanto piuttosto dell’archetipo universale della vita che rinasce dopo il sacrificio.
Eppure quella resurrezione non cancella ciò che è accaduto. Il ritorno di Alcesti non elimina la responsabilità morale di chi ha accettato il suo sacrificio. È un finale che consola solo in parte e che lascia aperti interrogativi destinati ad accompagnare lo spettatore ben oltre la conclusione dello spettacolo.

In questo senso, l’Alcesti di Filippo Dini riesce nell’impresa più difficile: rispettare la grandezza del testo di Euripide senza trasformarlo in un esercizio museale. Al contrario, la tragedia torna ad essere teatro vivo, capace di interrogare il presente attraverso temi universali come la morte, l’amore, il potere, la responsabilità, il ruolo della donna e il significato stesso dell’esistenza.
Nel silenzio solenne del Teatro Grande di Pompei, il mito continua così a parlare al nostro tempo. E lo fa ricordandoci che nessuna civiltà può dirsi davvero evoluta se continua a considerare naturale il sacrificio di chi, troppo spesso, sostiene il peso della vita degli altri.
A mio avviso, è una delle letture registiche più mature di Filippo Dini degli ultimi anni: non forza Euripide con attualizzazioni artificiali, ma lascia che siano il testo e gli interpreti a rivelare quanto i conflitti tra vita e morte, potere e responsabilità, uomo e donna siano ancora profondamente contemporanei.




