Dalla formazione teatrale al doppiaggio, passando per la recitazione, la regia e l’insegnamento: è questo il percorso del napoletano trentatreenne Marco Panico, attore e formatore che ha costruito la propria esperienza attraverso lo studio e la sperimentazione di diversi linguaggi artistici. In questa intervista per Agro Today racconta le tappe più significative della sua formazione, il rapporto con il palcoscenico e il valore del teatro nella società contemporanea, con particolare attenzione alle nuove generazioni.
Il suo percorso di formazione si è sviluppato attraverso scuole e laboratori dedicati al teatro politico, alla ricerca e alla sperimentazione. Quanto hanno contribuito queste esperienze alla sua crescita artistica e al suo modo di intendere il teatro?
La mia crescita artistica è iniziata al laboratorio permanente “Teatro Elicantropo”, dove ho incontrato per la prima volta il mondo del teatro e diversi maestri, tra cui il direttore artistico Carlo Cerciello, che mi ha trasmesso i principi fondamentali della disciplina e della professionalità. Le esperienze successive hanno ampliato il mio bagaglio di conoscenze, permettendomi di approfondire ulteriormente questo mondo. Il teatro richiede uno studio costante: non si è mai abbastanza consapevoli di ciò che si può imparare, perché è necessario continuare a studiare, sperimentare e apprendere quotidianamente. Una differenza fondamentale rispetto al cinema riguarda la dimensione della rappresentazione dal vivo: sul palcoscenico non è possibile ripetere una scena come davanti a una macchina da presa. L’attore deve saper affrontare gli imprevisti e, se necessario, improvvisare, restando sempre all’interno del personaggio.
Nel corso della sua formazione ha approfondito anche il teatro-danza e la commedia dell’arte, due linguaggi espressivi differenti. Che cosa le hanno trasmesso queste esperienze e in che modo hanno arricchito il suo lavoro di attore?
Queste esperienze mi hanno permesso di conoscere meglio il corpo, uno strumento fondamentale per l’attore. Il teatro-danza unisce elementi della prosa e della danza, mentre la commedia dell’arte si fonda su una tradizione teatrale molto antica. Sono linguaggi differenti, ma entrambi attribuiscono grande importanza al movimento e all’espressività corporea. Attraverso il corpo è possibile avvicinarsi al mondo interiore di un personaggio e comprenderne caratteristiche, pensieri ed emozioni. Quando si comincia a studiare un ruolo, è fondamentale osservare come il personaggio cammina, si muove e occupa lo spazio, perché ogni gesto può rivelare qualcosa della sua personalità. Il linguaggio del corpo, infatti, comunica ancora prima delle parole.
Ha scelto di approfondire anche il lavoro sulla voce, frequentando il percorso di professione di doppiaggio a Roma. Che cosa l’ha spinta verso questo ambito e quali differenze ha riscontrato tra il lavoro vocale nel doppiaggio e quello sul palcoscenico?
La curiosità è nata fin da bambino, quando guardavo film e soprattutto cartoni animati e mi chiedevo chi ci fosse dietro quelle voci così caratteristiche e come fosse possibile realizzarle. Successivamente, attraverso la formazione artistica, ho avuto l’opportunità di approfondire questo interesse frequentando Professione Doppiaggio a Roma, scelta anche perché la capitale rappresenta un importante centro per questo settore. Il doppiaggio richiede un approccio differente rispetto al teatro: sul palcoscenico il personaggio è presente fisicamente, mentre in sala il lavoro si concentra sulla voce, sulla sua resa e sulla capacità di interpretare le parole attraverso il microfono. Esistono diverse modalità espressive, dalla voce più pulita e impostata richiesta da un documentario a quella più caratterizzata utilizzata nei cartoni animati. È importante ricordare, però, che il doppiatore è prima di tutto un attore: anche quando sembra immobile davanti al leggio, utilizza il corpo per dare forma alla voce.
Nel corso della sua carriera ha affrontato opere di autori importanti e personaggi molto diversi tra loro. Quali sono state le sfide più significative e che cosa le hanno insegnato?
Ogni esperienza teatrale rappresenta una nuova sfida, perché salire sul palcoscenico significa confrontarsi con la possibilità di sbagliare e con la responsabilità di dare vita a un testo. La paura di fallire non deve diventare un ostacolo, ma uno stimolo per mettersi alla prova e crescere. Tra le esperienze più significative ricordo il lavoro su “Terrore e miseria del Terzo Reich” di Bertolt Brecht, affrontato durante la mia formazione nel 2018-2019 e portato anche al “Napoli Teatro Festival”. Interpretavo un padre, professore di fisica, all’interno di una famiglia tedesca durante il nazismo. La scena iniziava con una conversazione apparentemente quotidiana tra marito e moglie, ma la tensione cresceva progressivamente per la paura che il figlio potesse aver riferito alla polizia le critiche espresse in casa contro il regime. Il ritorno del ragazzo con la cioccolata, apparentemente innocente, lasciava comunque il padre nel dubbio. Era una scena capace di unire elementi comici e drammatici, mostrando quanto il clima di paura potesse insinuarsi persino nei rapporti familiari.
Oltre all’attività di attore, ha maturato esperienze anche come aiuto regia. In che modo questo ruolo le ha permesso di comprendere meglio il lavoro dietro le quinte e il rapporto tra attore e regista?
Quella dell’aiuto regia è un’esperienza estremamente formativa, anche se talvolta può sembrare un ruolo secondario. Significa raccogliere e organizzare le indicazioni del regista, annotare le scelte relative alle scene, alla recitazione e alla costruzione dei personaggi, per poi riportarle e verificarle durante le prove successive. È necessario comprendere il metodo del regista, seguirne il ragionamento e saper fornire indicazioni agli attori quando lui non è presente, sempre rispettando le sue direttive. Questo lavoro mi ha aiutato a sviluppare maggiore ordine e capacità di organizzazione, competenze che porto anche nella mia attività di attore. Preparare una scena, memorizzare le battute e ricostruire il percorso di un personaggio richiede infatti metodo e precisione. È un lavoro impegnativo, ma ogni esperienza porta con sé qualcosa di utile.
Una parte importante del suo percorso riguarda anche la formazione teatrale, con attività di recitazione e dizione rivolte a bambini, ragazzi e adulti. Come cambia il suo approccio quando lavora con persone di età ed esperienze differenti?
Insegnare significa mettere le proprie conoscenze a disposizione degli altri, assumendosi una grande responsabilità. Un formatore deve essere consapevole di ciò che trasmette e continuare a interrogarsi sulla propria preparazione. Il teatro, inoltre, non insegna soltanto a recitare, ma anche a rispettare le regole, ascoltare gli altri, condividere uno spazio e imparare a stare insieme. Ogni fascia d’età richiede un approccio diverso. Con i bambini è importante valorizzare la spontaneità e il gioco, mantenendo al tempo stesso il ruolo di riferimento dell’insegnante. Con i ragazzi occorre prestare particolare attenzione alla loro sfera emotiva e al loro mondo interiore, ascoltandoli prima ancora di intervenire. Con gli adulti, invece, il rapporto richiede un’impostazione più professionale, anche perché le aspettative nei confronti della formazione possono essere elevate. Il compito dell’insegnante è quindi trovare ogni volta il linguaggio più adatto alla persona che ha davanti.
In un momento storico in cui i giovani sono sempre più immersi nel mondo digitale e nei linguaggi della comunicazione immediata, quale valore può avere ancora il teatro nella loro formazione personale e culturale?
Considero il teatro, e più in generale l’arte, non soltanto necessario, ma fondamentale: può rappresentare una possibilità di salvezza per l’essere umano. Attraverso il teatro si scoprono realtà sconosciute, si impara a relazionarsi con gli altri, ad ascoltare e a riconoscere aspetti di sé che non si pensava di possedere. È un percorso che permette di conoscersi meglio senza rinunciare alla propria identità. Anche nella mia esperienza di formatore ho incontrato ragazzi che hanno trovato nel teatro una direzione e un senso. Penso, per esempio, a Riccardo, che ho conosciuto quando era ancora molto giovane e che ha continuato a coltivare questa passione, dimostrando dedizione e fiducia negli insegnamenti ricevuti. Vedere il suo percorso mi ha reso orgoglioso, perché credo che il teatro possa aiutare una persona a dare concretezza alla propria vita e a trovare una strada da seguire. Per questo lo considero essenziale anche nella società: è una sorta di laboratorio di convivenza, un luogo in cui si impara a stare insieme, a riconoscere il proprio ruolo e a collaborare per un bene comune.
Nel racconto di Marco Panico emerge così una concezione del teatro che va oltre la dimensione artistica e professionale. Il palcoscenico diventa uno spazio di scoperta, confronto e crescita, capace di accompagnare le persone nella conoscenza di sé e nella costruzione delle relazioni con gli altri. Un valore che, soprattutto per le nuove generazioni, continua a rappresentare un’importante occasione di formazione umana e culturale.







