
Con una durata imponente di oltre due ore e un rating PG-13, lo studio LAIKA compie un gesto di pura audacia: rifiuta la comodità delle gag infantili da cinema per famiglie e scommette su un’epopea totale. Tratto dall’omonimo e celebre romanzo illustrato di Colin Meloy (leader dei Decemberists) con le illustrazioni di Carson Ellis, il film ne eredita la ricchezza narrativa e la fascinazione per una natura insieme protettiva e spaventosa. Wildwood non è soltanto il film in stop-motion più lungo mai realizzato, ma è un’opera che rivendica con orgoglio la statura del fantasy epico e monumentale, guardando a capisaldi come Il Signore degli Anelli o Le Cronache di Narnia. In un’epoca dominata dall’automazione e dalla freddezza del digitale, il film si rivela una maestosa ode all’artigianato umano. L’animazione scorre con una fluidità miracolosa, capace di gestire l’imponenza scenica di un’aquila gigante così come le complesse dinamiche delle scene di massa, regalando allo spettatore l’illusione di una vera e propria magia visiva.
Oltre il lieto fine: il dolore, la memoria e l’eternità della foresta
Il cuore battente di Wildwood risiede nella maturità con cui sceglie di deviare dai binari rassicuranti della favola classica per abbracciare la gravità del mito. Il film non

offre facili consolazioni: al disincanto della giovane Prue, conscia che nella vita reale non esiste un lieto fine perfetto, fa eco la consapevolezza del padre, consapevole che la pace riconquistata per la propria famiglia e per i popoli del bosco è costata un prezzo altissimo. Questa complessità emotiva trova il suo vertice nella figura di Alexandra, la Governatrice della Quercia. Piuttosto che liquidare il villain con la consueta caduta rovinosa, la narrazione le riserva un ricongiungimento spirituale spiazzante. Reclamata dalla natura nello stesso modo in cui lo era stato suo figlio, Alexandra ottiene un finale distorto ma profondamente speculare: la fine del tormento terreno e l’inizio di un’eternità condivisa nell’aldilà della foresta. Alexandra non è un mostro bidimensionale, ma una figura tragica consumata dal trauma del lutto. È proprio l’incapacità di elaborare la perdita a generare il male, trasformando il dolore in ossessione, oblio e nella spinta egoistica a rimpiazzare ciò che si è spezzato. Con questa svolta coraggiosa, LAIKA regala al pubblico una delle riflessioni più intime e mature sulla perdita mai apparse nell’animazione contemporanea.
Un mosaico di visioni: dalle ombre di Hitchcock alla forza del mito
Ciò che rende Wildwood un’esperienza visiva straordinaria è il modo in cui il suo universo attinge a piene mani dall’immaginario cinematografico e letterario classico, rielaborandolo in un racconto omogeneo e visceralmente potente. L’incipit stesso, con il rapimento del piccolo Mac per mano di uno stormo minaccioso, è un omaggio dichiaratamente hitchcockiano a Gli uccelli: un momento di rottura improvvisa in cui la natura si rivela come una forza oscura capace di lacerare la quotidianità. Da quel momento, il viaggio di Prue assume i contorni del grande racconto di formazione che riporta alla memoria il cult Labyrinth. Come la Sarah di Jim Henson, la protagonista deve addentrarsi in un mondo alieno e fantastico, costretta a maturare in fretta per rimediare a una fatalità e salvare il fratellino. Questa trama di citazioni si infittisce a ogni passo. Quando la Governatrice emerge dalla nebbia, lo fa con i tratti dell’horror classico di Carpenter o Stephen King, trasformando la foschia in un confine sottile tra il mondo dei vivi e i segreti sepolti del bosco. Nell’estetica tribale e controculturale dei banditi risuonano persino le suggestioni visive del festival Burning Man, mentre la figura di Alexandra continua a stratificarsi: regale e manipolatrice come la Regina delle Nevi di Andersen, spietata come il Tremotino dei patti indicibili e infine demiurga folle. Nel suo disperato tentativo di ricreare la vita e plasmare un nuovo figlio, il film richiama apertamente il Frankenstein di Mary Shelley e l’eterna illusione umana di poter sfidare le leggi della natura.
La casa comune e il valore dell’epica
Attraverso questo ricchissimo substrato simbolico, Wildwood riesce a parlare anche al nostro presente. Il superamento delle rivalità tra le tre fazioni storiche del bosco, i banditi, i mistici e i cittadini della foresta, si trasforma in un’evidente metafora sociopolitica. Di fronte alla minaccia di una distruzione imminente, le vecchie barriere ideologiche cadono per lasciare spazio a un’alleanza necessaria, evocando le grandi crisi globali ed ecologiche del nostro tempo. Se si vuole trovare un piccolo margine di miglioramento in un’opera di tale portata, lo si rintraccia forse nell’evoluzione dei due giovani protagonisti, Prue e Curtis, le cui parabole personali appaiono leggermente più convenzionali se messe a confronto con la strabiliante complessità visiva, politica e filosofica del mondo che li circonda. Si tratta tuttavia di un dettaglio all’interno di un affresco monumentale. Con Wildwood, LAIKA dimostra ancora una volta che il cinema d’animazione ha smesso da tempo di essere un semplice intrattenimento per l’infanzia, confermandosi come uno dei territori più liberi, maturi e affascinanti della settima arte.








