
Diretto da Lance Oppenheim e sceneggiato da Ajon Singh, il film trasforma la cronaca di “To Catch a Predator” in una satira allucinatoria sul cinismo mediatico. Tra la metafora di Moby Dick e la tragedia di Rent, un’opera potente che scivola solo nel finale.
Trasformare una pagina celebre della cronaca televisiva americana in un horror psicologico grottesco e allucinatorio: è questa la scommessa vincente — almeno nelle intenzioni principali — del regista Lance Oppenheim e dello sceneggiatore Ajon Singh con Prime Time. Il film si ispira alle vicende legate al discusso programma d’inchiesta To Catch a Predator e ne mette in scena la parabola discendente, raccontando la perdita di orientamento etico e il definitivo collasso morale del suo conduttore, interpretato da un magnifico Robert Pattinson.
I tre simboli della discesa negli inferi: il Mostro, la Balena e il Musical
La narrazione di Prime Time si regge sull’intreccio di tre potenti elementi simbolici, capaci di sviscerare le ossessioni del protagonista:
La figura mostruosa: Rappresenta l’interiorizzazione e l’estremizzazione del “male”. Nasce come un racconto d’infanzia e convince il conduttore Chris Hansen (Pattinson) che la sua missione non sia un mero calcolo di share, ma una crociata per “ripulire il mondo”. Man mano che il confine tra giustizia e intrattenimento si fa opaco, la regia sovrappone visivamente la creatura al procuratore distrettuale del Texas, Bill Conradt. Nel climax finale, guardando il mostro nei boschi, Hansen capisce l’amara verità: il vero mostro è diventato lui stesso, svuotato dal proprio narcisismo e dal cinismo televisivo.
L’ossessione da “Moby Dick”: Il film adotta esplicitamente la struttura del capolavoro di Melville, facendo di Hansen un Capitano Achab catodico. Nel gergo della produzione, gli adescatori minori sono semplici “ghoul” o “gremlin”, ma i bersagli istituzionali e potenti diventano le “whales” (le balene). Come Achab, Hansen sacrifica il suo matrimonio, l’etica e la salute mentale della sua troupe pur di arpionare la sua “balena bianca” (il procuratore) e conquistare l’agognato premio Emmy.
Il cortocircuito di “Rent”: L’inclusione del celebre musical di Jonathan Larson funge da tragico bookending. Ambientato nel contesto pop del 2006, Rent celebra l’empatia e la compassione per gli emarginati, ponendosi in totale ed ironico contrasto con lo show di Hansen, basato sulla gogna pubblica e sulla mercificazione del dolore. L’apice drammatico si raggiunge durante l’assedio in Texas: l’attore-esca Dan (Skyler Gisondo) canta al telefono Seasons of Love per calmare il procuratore un istante prima del suo suicidio in diretta. Se il testo si chiede “come si misura un anno nella vita di un uomo?”, la brutale ironia del film dimostra che il circo mediatico misura le esistenze solo in punti di ascolto.
Punti di forza: tensione, satira e grandi interpretazioni
Sul piano interpretativo, Robert Pattinson offre una prova di altissimo livello, restituendo tutta la fame egoica e l’ambiguità del suo personaggio. Al suo fianco brilla Skyler Gisondo (nei panni dell’esca Dan Plumb), vera e propria àncora emotiva del film: è la sua performance a dare corpo al cortocircuito musicale e a impedire che l’opera scivoli nel mero cinismo. Ottima la gestione della tensione nella sequenza dell’assedio in Texas, dove la satira flirta apertamente con l’horror e la ricerca della verità crolla sotto il peso della sete di share.

Le note dolenti: i limiti della seconda metà e il nodo del finale
Non mancano tuttavia le criticità. Nella seconda metà, la
narrazione rischia di farsi schiacciare dalla stessa frenesia voyeuristica che vorrebbe denunciare (come nel confronto serrato con il successo di Lost), mentre la regia di Oppenheim concede spazio a virtuosismi a tratti fine a se stessi e a una chiusura sbrigativa per alcuni personaggi secondari. La vera nota dolente risiede però nel finale, che segna un evidente crollo drammaturgico:
Mancanza di suspense e confusione: Le virate allucinatorie e le apparizioni del “mostro” creano disorientamento anziché accrescere la tensione.
Redenzione “ruffiana”: Tentare di mostrare il crollo interiore di Hansen proprio nelle battute conclusive appare come un espediente per regalare una parvenza di profondità psicologica a un personaggio fino a quel momento dipinto come cinico e bidimensionale.
Forzatura storica: Per far collassare contemporaneamente la vita pubblica e privata di Hansen in un finale melodrammatico, il film fa apparire il tragico evento del Texas come la fine immediata dello show. Nella realtà storica, To Catch a Predator proseguì per altri due anni e lo scandalo privato del conduttore esplose solo un quinquennio più tardi.
Prime Time rimane un esperimento cinematografico affascinante e visivamente potente, capace di mostrare come il “male” nei media non sia un concetto astratto, ma una forza biologica che infetta chiunque parli al microfono. Peccato per un finale debole e fin troppo artificiale, che frena un’opera che avrebbe altrimenti potuto lasciare un segno ben più profondo.






