
A margine del confronto con gli studenti del corso di laurea in Discipline della musica e dello spettacolo. Storia e teoria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, il direttore del corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli racconta la visione guidata da equilibrio, ricerca e valorizzazione dei talenti.
Continuità con la tradizione, coraggio nell’innovazione e una costante apertura verso la cittadinanza. Sono questi i pilastri su cui si fonda la nuova stagione di danza del Teatro di San Carlo di Napoli, presentata nei giorni scorsi dal direttore del corpo di ballo, Renato Zanella. In occasione di un incontro speciale tenutosi lo scorso venerdì con gli studenti del corso di laurea in Discipline della Musica e dello Spettacolo dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, il Maestro Zanella ha condiviso la sua visione artistica, soffermandosi sul ruolo sociale del teatro e sull’importanza di costruire percorsi capaci di intercettare le nuove generazioni. Di seguito l’intervista esclusiva rilasciata ai nostri microfoni per AgroToday.
Direttore Zanella, quale idea guida la nuova stagione di danza del Teatro di San Carlo e qual è l’elemento che la distingue dalle precedenti?
«Innanzitutto la continuità. Penso che debba esserci un logico passaggio di testimone tra una direzione e l’altra: capire dove l’organico si presenta meglio e innovare con pezzi contemporanei, anche rischiando su qualche nuova creazione. Il nostro obiettivo fondamentale è allargare il pubblico: non possiamo rimanere chiusi in una piccola élite. La danza deve diventare qualcosa di quotidiano, un argomento di cui si parla a tavola quando si è a casa. Accanto a continuità e innovazione serve poi un perfetto equilibrio con la programmazione dell’opera e dei concerti. Il nostro è un “menù” su vasta scala, dove non esiste la logica del “io faccio il mio, tu fai il tuo”, ma una reale complementarietà tra le diverse proposte artistiche».

Quanto conta oggi la scelta dei coreografi e dei repertori nel definire l’identità di un Corpo di Ballo prestigioso come quello del San Carlo? Con quali criteri guida le sue decisioni?
«Io parto sempre dalla compagnia che ho a disposizione. Ho un numero definito di étoile, solisti e corpo di ballo, e devo comprendere cosa “indossano” meglio, unendo questa valutazione all’analisi delle tendenze del pubblico. Incrociando questi elementi si possono “cucinare” diversi piatti equilibrati, allargando ogni volta non solo il consenso, ma anche la partecipazione e la curiosità dei lettori e degli spettatori. È straordinario quando il pubblico segue uno stesso ballerino che apprezza e lo vede interpretare e raccontare qualcosa di nuovo: si crea una spinta a seguirlo nella sua evoluzione artistica. Per me questi sono gli aspetti fondamentali nelle decisioni di programmazione».
Qual è la sfida più importante per mantenere viva l’attenzione del pubblico e avvicinare alla danza chi ancora non frequenta il teatro?
«La chiave sta nel trovare il giusto equilibrio nel repertorio. Bisogna attirare le persone e portarle a teatro con opere che già conoscono; poi, grazie alla qualità dell’allestimento e al servizio che offriamo, far sì che si aprano e desiderino scoprire anche il resto. Noi apparteniamo al pubblico e abbiamo precisi doveri verso di loro all’interno di queste istituzioni culturali. Al tempo stesso dobbiamo avere la capacità di sorprenderli, facendogli vivere qualcosa che li spinga a tornare e che faccia loro comprendere l’unicità dello spettacolo dal vivo. Lo scambio è reciproco: il nostro compito è far capire alle persone il valore di questo patrimonio e renderle orgogliose di possederlo».
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Foto di Antonietta Tarantino





