Con “La terapia dei sentimenti”, Letizia Vicidomini esplora la complessità dell’animo umano attraverso personaggi che affrontano fragilità, dipendenze affettive e relazioni difficili. Al centro del romanzo c’è Maria Cristina, una psicologa abituata ad aiutare gli altri a comprendere le proprie emozioni, chiamata però a fare i conti anche con le difficoltà della sua vita privata. In questa intervista, l’autrice racconta le esperienze che hanno formato il suo sguardo, il ruolo dell’empatia nella scrittura e l’importanza di imparare ad ascoltare se stessi, senza rinunciare all’ironia e alla
speranza.
Le sue esperienze, dalla radio al giornalismo, fino alla scrittura e al teatro, in che modo hanno contribuito alla sua formazione e influenzato il suo modo di raccontare le storie?
Penso di essere una comunicatrice. Se si guarda bene, tutte queste professioni, che sono soprattutto passioni, sono volte alla comunicazione: attraverso la parola, il gesto, l’interpretazione e la scrittura. Mi sono servite moltissimo. Sono forme diverse attraverso le quali veicolo ciò che ho da dire, trasformandolo in storie. Naturalmente, si tratta sempre di un contenuto che desidero far arrivare agli altri.
Nei suoi romanzi emerge spesso una particolare attenzione alla complessità dell’animo umano. Da dove nasce il suo interesse per la fragilità, le contraddizioni e le dinamiche che caratterizzano le relazioni tra le persone?
Ho una propensione naturale a questo tipo di osservazione, perché penso sia una questione di empatia. Mi piace mettermi nei panni degli altri, nel bene e nel male, per comprenderne le motivazioni. Questa passione è diventata ancora più forte leggendo e amando moltissimo il teatro di Eduardo De Filippo e quello di Pirandello. Sono stati i miei primi maestri nell’osservazione dell’animo umano e delle dinamiche psicologiche. Mi hanno dato spunti e lezioni utili per raccontare le storie. È inevitabile, quindi, che sia arrivata ad avere come protagonista una psicologa, una persona che vive di ciò che legge nella mente e nel cuore degli altri.
Nel suo nuovo libro, “La terapia dei sentimenti”, la protagonista Maria Cristina è una psicologa abituata ad aiutare gli altri a comprendere le proprie emozioni, ma deve fare i conti anche con le difficoltà della sua vita privata. Com’è nata l’idea di costruire una protagonista divisa tra il ruolo professionale e le proprie fragilità personali?
Questa domanda mi consente di parlare di una mia esigenza. Ho sempre pensato che siamo bravi a risolvere i problemi degli altri, oppure a dare giudizi e opinioni su ciò che fanno, perché abbiamo maggiore chiarezza quando il problema è davanti a noi. Spesso, invece, non riusciamo a guardare noi stessi con la stessa chiarezza e rapidità. Perché non estendere questo concetto anche a chi, di mestiere, offre sostegno e cura a chi è in difficoltà? In questo caso è il medico, tra virgolette, a diventare paziente: si crea un gioco di riflessi tra cura e malattia. È stato divertente lavorare su questa doppia dinamica.
Nel romanzo incontriamo diversi personaggi, ciascuno alle prese con una forma diversa di sofferenza emotiva. Quale importanza ha avuto la scelta di raccontare queste storie intrecciate e che cosa le ha permesso di esplorare attraverso di esse?
Guardo il mondo con molta attenzione, perché ci vivo e ne sono immersa. Per la mia passione di scrivere e raccontare, ho sempre bisogno di cogliere nuovi stimoli. Nel corso degli anni, anche scrivendo i miei noir, mi sono resa conto di quanto siano numerose le difficoltà legate alla psiche, agli equilibri psicologici e alle relazioni. Volevo mettere l’attenzione proprio su questi aspetti, che caratterizzano la vita di tutti. In alcuni casi, le distorsioni dei sentimenti e i problemi legati alla propria interiorità possono anche sfociare in reazioni criminose: è un tema che richiama il mio stile originario.
Il libro affronta temi delicati come la dipendenza affettiva, le relazioni disfunzionali e la difficoltà di riconoscere i propri bisogni emotivi. Qual è l’aspetto di queste dinamiche che ha sentito maggiormente l’esigenza di mettere in luce?
Sono tutte tematiche importanti, perché riguardano una parte molto ampia delle persone. Volevo che i lettori si sentissero in qualche modo accuditi dal libro, trovando una sorta di conforto nelle soluzioni che Maria Cristina suggerisce ai suoi pazienti. Non si tratta di risposte assolute, ma di qualcosa che può dare speranza e aiutare a sciogliere una difficoltà che si porta dentro. Forse mi toccano particolarmente le storie legate alla formazione delle anime giovani. C’è il personaggio di Renata, che abbraccerei: nel suo percorso ha incontrato ostacoli molto forti, che l’hanno resa ciò che diventa. Ma questo lo scoprirà chi leggerà il libro.
Il titolo “La terapia dei sentimenti” suggerisce che comprendere le proprie emozioni possa rappresentare un percorso di consapevolezza. Quanto è difficile imparare ad ascoltare se stessi, soprattutto quando si è abituati a occuparsi dei problemi degli altri?
Penso che sia difficile per tutti comprendere se stessi e dare spazio ai propri bisogni, indipendentemente dal lavoro che si svolge. È diventato complicato ascoltare la voce del proprio vero io, perché siamo distratti dagli umori, dalle voci, dal frastuono di ciò che accade intorno e da quello che ci viene richiesto. Spero che anche leggendo una storia capace di far sorridere, piangere ed emozionare si possa cominciare a pensare che dedicare un po’ di tempo a se stessi, sottraendolo a cose che magari non sono così importanti, sia una delle cure migliori.
Nel raccontare situazioni dolorose, il romanzo mantiene anche una componente ironica e profondamente umana. Come è riuscita a trovare un equilibrio tra la delicatezza dei temi affrontati e la necessità di raccontarli senza rinunciare alla leggerezza?
Non ho cercato un modo particolare per farlo: credo mi sia venuto naturale. In tutto ciò che scrivo c’è una grande componente di ironia, perché è una parte della vita. Se impariamo a ridere dei nostri problemi e delle nostre difficoltà, affrontiamo meglio anche i nostri limiti. Negli ultimi anni ho avuto diversi problemi agli occhi, con distacchi della retina, e ho trovato un modo per sorridere anche di questo, per esempio con un laccio per gli occhiali dalla scritta ironica. Mi è venuto naturale attribuire questa capacità di alleggerire la vita anche al mio personaggio. Inoltre, la leggerezza permette alle parole e ai concetti di arrivare più in profondità: quando si scrive senza spaventare gli altri, si possono trasmettere messaggi molto forti.
Al termine della lettura, quale messaggio spera che il lettore possa portare con sé attraverso le storie e le esperienze dei personaggi?
Esiste sempre un modo per uscire dalle situazioni difficili e bisogna provare ad affrontarle anche con un sorriso. Non dobbiamo aspettare soltanto che le cose accadano, ma cercare una soluzione. Decidere di rivolgersi a una professionista per chiedere aiuto è già un primo passo importante. Bisogna agire, senza aspettare che siano le cose ad agire su di noi. Spero che il messaggio sia proprio questo.
Con “La terapia dei sentimenti”, Letizia Vicidomini invita a guardare con maggiore attenzione alle fragilità che attraversano la vita quotidiana e a riconoscere il valore dell’ascolto, anche quando rivolto a se stessi. Attraverso personaggi complessi, sensibilità e ironia, il romanzo ricorda che chiedere aiuto non è una resa, ma può rappresentare il primo passo verso una possibile soluzione.




