
Recensione a cura di Agostino Ingenito. Alla 74ª edizione del Ravello Festival, il Belvedere di Villa Rufolo ha accolto una delle serate musicalmente più dense di questa parte conclusiva della rassegna. Protagonista Sir John Eliot Gardiner, alla guida di The Constellation Choir & Orchestra, la nuova formazione fondata dal direttore britannico e composta da musicisti e cantanti di livello internazionale.
Un progetto con cui Gardiner prosegue, in una nuova fase della sua lunga vicenda artistica, quella ricerca sulla prassi esecutiva, sulla trasparenza delle strutture musicali e sul rapporto tra parola e suono che ne ha fatto uno degli interpreti più autorevoli degli ultimi decenni.
Il concerto metteva a confronto due capolavori del Romanticismo tedesco: lo Schicksalslied op. 54 di Johannes Brahms, sui versi di Friedrich Hölderlin, e la monumentale Sinfonia n. 2 in si bemolle maggiore op. 52 “Lobgesang” di Felix Mendelssohn-Bartholdy.
Con Gardiner, i soprani Hilary Cronin e Samantha Cobb e il tenore Jonathan Hanley, inseriti in un impianto nel quale coro, voci solistiche e orchestra non apparivano come elementi separati, ma come parti di un unico organismo sonoro.
È proprio nella Constellation che si riconosce uno dei tratti più caratteristici dell’interpretazione di Gardiner: un suono mai inutilmente massiccio, una grande leggibilità delle parti e una tensione musicale che nasce più dall’articolazione interna della partitura che dall’enfasi.
Il coro possiede compattezza senza diventare opaco; le singole linee restano percepibili anche nei grandi momenti collettivi, mentre l’orchestra conserva una duttilità capace di passare dalla meditazione più raccolta alle solenni aperture degli ottoni.
Ma è soprattutto l’accostamento tra Brahms e Mendelssohn a dare alla serata una sua profonda unità. Entrambi guardano inevitabilmente alla lezione della Nona Sinfonia di Beethoven, al momento cioè nel quale la forma sinfonica si apre alla parola e alla voce umana. Eppure arrivano a conclusioni quasi opposte.
Mendelssohn, nel Lobgesang, costruisce un itinerario positivo: dall’orchestra nasce progressivamente la parola, dalla notte si giunge alla luce, dall’inquietudine alla celebrazione. Il celebre momento Die Nacht ist vergangen — «la notte è passata» — diventa il centro simbolico di una musica che trova nella comunità e nel canto una possibile risposta al buio.
Brahms, invece, parte da Hölderlin e da una frattura assai più difficile da ricomporre. Nello Schicksalslied il mondo luminoso e sereno degli dèi si contrappone alla condizione degli uomini, trascinati nell’incertezza e nel dolore.
Il poeta non offre consolazione e Brahms, significativamente, non forza una riconciliazione attraverso la parola: alla fine il coro tace e rimane l’orchestra, che riprende e trasforma la serenità iniziale. È una conclusione di straordinaria forza: non una risposta definitiva, ma quasi la possibilità che sia la musica stessa, quando le parole non bastano più, a cercare uno spazio di pacificazione.
Qui sta forse il più affascinante parallelismo della serata. Mendelssohn affida alla parola la conquista della luce; Brahms, quando la parola si arresta, affida all’orchestra l’ultima possibilità di speranza.
Il primo costruisce una progressione collettiva e spirituale, fortemente radicata nella tradizione protestante e nella lezione di Bach; il secondo interiorizza il conflitto e lo porta in una dimensione più problematica, quasi esistenziale. Due modi diversi di interrogare lo stesso enigma romantico: quale posto occupa l’uomo davanti al destino e può la musica offrire una risposta?
Gardiner è sembrato l’interprete ideale per rendere percepibile questa parentela e, contemporaneamente, questa distanza. Nel Lobgesang non ha cercato una monumentalità fine a se stessa. Ha privilegiato il movimento, il respiro della frase e il contrappunto, facendo emergere chiaramente anche la matrice bachiana di Mendelssohn, soprattutto nei grandi episodi corali.
Le voci solistiche hanno contribuito al carattere narrativo della partitura, accompagnando quel progressivo passaggio dall’inquietudine alla luce che costituisce il nucleo spirituale dell’opera.
E poi il pubblico.
Alla conclusione della serata gli applausi si sono trasformati in una manifestazione calorosissima: il pubblico del Belvedere si è alzato in piedi, richiamando Gardiner e gli interpreti e ottenendo il bis.
Un’immagine che ha restituito pienamente il clima creatosi a Villa Rufolo: non soltanto l’omaggio a uno dei grandi direttori della nostra epoca, ma la sensazione di avere partecipato a un’esperienza musicale capace di andare oltre la semplice esecuzione.
Il suggello è arrivato con il Geistliches Lied op. 30 di Brahms, proposto nella versione per coro e archi elaborata dallo stesso Gardiner. Una pagina breve, intima, costruita con raffinata scrittura contrappuntistica e conclusa da un luminosissimo Amen: quasi una terza via dopo i due grandi lavori della serata, capace di ricongiungere la spiritualità di Mendelssohn e l’introspezione di Brahms.
È stato un finale quasi sospeso, particolarmente adatto al paesaggio del Belvedere e alla dimensione del Ravello Festival.
Destino e speranza, oscurità e luce, parola e silenzio: Brahms e Mendelssohn hanno raccontato due differenti risposte alla stessa inquietudine umana. Gardiner, con la qualità della Constellation Choir & Orchestra e con una direzione insieme rigorosa e intensamente partecipe, è riuscito a farle dialogare.
E quella platea in piedi, al termine, è stata forse la risposta più immediata alla domanda che attraversava l’intero concerto: quando le parole non bastano, può ancora essere la musica a parlare.






