
Nel magnifico scenario del Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei si chiude la nona edizione di Pompeii Theatrum Mundi con il più antico testo teatrale giunto integralmente fino a noi: I Persiani di Eschilo. Una scelta di grande valore artistico e culturale, affidata alla regia intensa e visionaria di Àlex Ollé, tra i fondatori de La Fura dels Baus, capace di restituire al capolavoro del 472 a.C. una sorprendente contemporaneità.
Più che il racconto di una guerra, quello che va in scena è il dramma universale dell’uomo quando vede crollare le proprie certezze. Ollé evita ogni lettura didascalica e costruisce uno spettacolo che mette al centro i sentimenti: la paura, l’attesa, il dolore, la perdita, il rimorso e soprattutto l’orgoglio ferito di un potere che si scopre improvvisamente fragile. La tragedia di Eschilo diventa così il racconto eterno dell’illusione dell’invincibilità, destinata inevitabilmente a infrangersi davanti ai limiti della condizione umana.
L’intuizione registica è quella di trasformare il conflitto tra Oriente e Occidente in una riflessione senza tempo sulle responsabilità del potere. La sconfitta di Serse non appartiene soltanto alla storia della Persia, ma diventa la sconfitta di ogni governante che confonde la forza con l’arroganza e il dominio con il diritto.
Straordinaria Anna Bonaiuto, che offre un’interpretazione di rara intensità della regina Atossa. Il suo volto, la voce, i silenzi e la compostezza del dolore costruiscono uno dei momenti più emozionanti dell’intera rappresentazione. È una madre prima ancora che una sovrana, capace di trasmettere tutta la disperazione di chi assiste impotente al crollo del proprio mondo.
Accanto a lei si distinguono Giuseppe Sartori, efficace nel rendere la drammaticità del racconto della disfatta; Alessio Boni, autorevole e solenne nello Spettro di Dario, presenza scenica di grande forza simbolica; e Massimo Nicolini, che restituisce un Serse umiliato e profondamente umano, lontano dall’immagine del sovrano invincibile e ormai travolto dal peso delle proprie scelte.
Di grande livello anche il lavoro del coro, autentica coscienza collettiva della tragedia, che accompagna l’azione con equilibrio, intensità e partecipazione emotiva, contribuendo a creare una tensione costante che coinvolge il pubblico.
La scenografia di Alfons Flores colpisce per essenzialità ed efficacia visiva. Ogni elemento dialoga con l’imponenza del Teatro Grande senza mai sovrastarlo, mentre i costumi di Lluc Castells contribuiscono a costruire un impianto scenico di grande eleganza e suggestione. Le musiche, le luci e i video completano un linguaggio teatrale moderno che non tradisce mai il testo originale, ma lo accompagna con sensibilità verso il pubblico contemporaneo.
E poi c’è Pompei. Il Teatro Grande non è soltanto il luogo della rappresentazione: diventa esso stesso parte integrante dello spettacolo. Le pietre antiche, il tramonto che lascia spazio alla notte, il silenzio del pubblico e la memoria millenaria del sito archeologico conferiscono alla tragedia una forza emotiva difficilmente replicabile altrove. Qui Eschilo sembra ritrovare la sua casa naturale.
Questa produzione conferma come i grandi classici continuino a parlare al presente. I Persiani non racconta soltanto una battaglia perduta, ma ricorda che ogni potere è destinato a confrontarsi con i propri limiti e che la vera grandezza risiede nella capacità di riconoscere la sofferenza dell’altro. È proprio questa profonda umanità, restituita con sensibilità dalla regia di Àlex Ollé e sostenuta da un cast di altissimo livello, a rendere lo spettacolo uno dei momenti più significativi dell’edizione 2026 di Pompeii Theatrum Mundi.
Una chiusura di festival intensa, raffinata e di grande spessore civile, che conferma ancora una volta il Teatro Grande di Pompei come uno dei luoghi più affascinanti al mondo dove il teatro antico continua a vivere, emozionare e interrogare il nostro tempo.
Applausi a scena aperta.








