Per anni ha cercato di sentirsi abbastanza, inseguendo conferme e vivendo relazioni che spesso alimentavano le sue insicurezze. Poi una profonda crisi personale e la diagnosi di fibromialgia hanno segnato una svolta, spingendola a intraprendere un percorso di crescita personale che l’ha portata a riscoprire se stessa e a cambiare direzione professionale. Oggi la trentottenne Luisa Perugini di Pontelandolfo (BN) è life coach olistica ed esperta di amore sano, ideatrice del metodo “S.A.F.E Love”, con cui accompagna soprattutto le donne a riconoscere e comprendere gli schemi emotivi che influenzano le loro relazioni. Dipendenza affettiva, paura dell’abbandono, attrazione per partner emotivamente indisponibili, fuga dall’amore sano e difficoltà a stabilire confini sono alcuni dei temi al centro del suo lavoro. In questa intervista ci racconta il suo percorso e la sua visione dell’amore, soffermandosi sull’importanza di comprendere le proprie dinamiche relazionali per costruire legami più autentici, senza rinunciare a se stesse.
Ci racconta qualcosa di lei, della sua storia personale e del suo percorso professionale?
Fin da piccola ho vissuto una profonda insicurezza e una ferita emotiva legata al rifiuto, che mi portava a sentirmi spesso inadeguata e mai abbastanza. Queste difficoltà hanno influenzato le mie relazioni e il mio percorso scolastico e professionale, segnato anche da episodi di bullismo e mobbing. Nel lavoro, la paura di non essere all’altezza mi spingeva a essere perfezionista e a dare sempre il massimo, ma a costo di un’enorme fatica emotiva. Dopo la laurea in “Scienze e Tecnologie Alimentari” e il dottorato di ricerca in “Chimica degli Alimenti”, ho lavorato come assegnista presso l’Università di Bari. Nonostante amassi la ricerca, ho attraversato una profonda crisi personale, accompagnata da stanchezza cronica e dolori fisici, fino alla diagnosi di fibromialgia. Questa esperienza ha rappresentato un punto di svolta e mi ha spinta a intraprendere un percorso di crescita personale, avvicinandomi al coaching olistico. Attraverso lo studio e il lavoro su me stessa, ho iniziato a riconoscere le mie ferite emotive, le convinzioni limitanti e gli schemi che condizionavano la mia vita. Parallelamente, ho osservato miglioramenti nei sintomi della fibromialgia, secondo la mia esperienza personale. Dopo aver lavorato anche come insegnante, nel 2023 ho scelto di dedicarmi alla mia attività di coaching olistico, inizialmente rivolta alle donne che vivevano la fibromialgia. Successivamente, ho compreso che la mia vera vocazione era accompagnare le persone, soprattutto le donne, nelle difficoltà relazionali. Grazie anche alla mia relazione di coppia, ho approfondito la conoscenza di me stessa, sviluppando un rapporto più sano con me e con gli altri. Oggi desidero mettere la mia esperienza personale e professionale al servizio delle donne, aiutandole a comprendere le proprie dinamiche relazionali, a riconoscere il proprio valore e a costruire relazioni più consapevoli e autentiche, partendo dal rapporto con se stesse.
Quando ha capito che le relazioni affettive sarebbero diventate uno dei temi centrali della sua vita professionale?
Sono sempre stata affascinata dalle relazioni affettive e, anche quando mi occupavo di fibromialgia, attiravo a me donne che vivevano difficoltà in questo ambito. Ho capito che sarebbe diventato il fulcro del mio lavoro solo un anno fa, grazie a un profondo percorso personale intrapreso anche attraverso la relazione con il mio attuale partner. Dal 2016 ho lavorato su me stessa, prima con la psicoterapia e poi con diversi percorsi di coaching. Tuttavia, è stato proprio nella mia relazione attuale che sono riuscita a entrare in contatto con quella che definisco l’emozione primordiale, ovvero lo schema emotivo profondo che influenza il nostro modo di vivere le relazioni e, secondo la mia visione, la vita stessa. Per anni sono stata attratta da persone emotivamente indisponibili, mentre tendevo ad annoiarmi e a cercare difetti in chi voleva amarmi davvero, finendo per allontanarmi. Ho compreso che continuavo a ripetere lo stesso schema e che, per smettere di rincorrere chi non era disponibile, dovevo prima smettere di scappare da me stessa. Il mio partner è diventato uno specchio del mio mondo interiore, portando alla luce anche quell’ombra di cui parla Jung, fatta di aspetti di me che faticavo ad accettare. Quando ho iniziato ad accogliere l’altro per ciò che era, senza giudicarlo e senza pretendere che fosse diverso, ho potuto lavorare su ciò che cercavo in lui e svilupparlo dentro di me. La relazione si è così trasformata in uno spazio di crescita reciproca. Questo percorso mi ha permesso di guarire lo schema emotivo profondo che guidava la mia intera vita, di conseguenza sono migliorate anche le relazioni familiari e amicali, ho raggiunto nuovi traguardi professionali e, secondo la mia esperienza personale, sono guarita dalla fibromialgia, che considero collegata al mio vissuto emotivo. Oggi lavoro proprio sulle difficoltà relazionali perché credo che la coppia possa aiutarci a riconoscere più rapidamente i nostri schemi profondi. Quando impariamo a guardarci dentro, infatti, possiamo trasformare non soltanto il rapporto con il partner, ma anche quello con noi stessi. Per me è fondamentale che un professionista abbia guarito lo schema emotivo profondo perché questo gli permette di accompagnare gli altri con maggiore consapevolezza, sensibilità, esperienza concreta e i risultati sono più profondi e rapidi.
Si definisce life coach olistica e, più specificamente, esperta di amore sano. Che cosa significa concretamente per lei la parola “olistico”?
Il termine “olistico” deriva dal greco holos, che significa tutto, interezza, totalità. Per me, personalmente, questa parola evidenzia un modo diverso di fare coaching, con una visione molto più ampia, perché porta a lavorare su tutte le parti di cui siamo fatti: la parte mentale, fisica, emotiva ed energetico-spirituale. Molti percorsi di coaching e anche alcuni approcci alla psicoterapia si concentrano prevalentemente sull’aspetto mentale. Ma noi non siamo soltanto mente. Di conseguenza, se vogliamo lavorare in profondità e ottenere risultati che durino nel tempo, ritengo fondamentale un lavoro sinergico su tutte le nostre dimensioni.
Chi sono principalmente le persone che arrivano da lei e quale frase sente pronunciare più spesso durante il primo incontro?
Le persone che arrivano da me sono prevalentemente donne di età compresa tra i 30 e i 60 anni. Nonostante abbia creato un metodo che considero unico in Italia e pensato per le donne, stanno iniziando a rivolgersi a me anche uomini. Con la massima onestà e trasparenza, posso dire che molte donne arrivano da me dopo aver attraversato anni di psicoterapia e diversi percorsi di coaching. Si sentono disperate perché, nonostante abbiano compreso molte cose a livello mentale, continuano a ricadere negli stessi meccanismi e a mettere in atto le medesime dinamiche. Arrivano quindi chiedendomi: «Luisa, ho lavorato su me stessa, ho capito tutto, perché non è cambiato nulla?».
Che cosa succede concretamente durante il primo incontro con una persona che si rivolge a lei?
Il primo incontro consiste in una videochiamata conoscitiva gratuita, della durata di circa un’ora. Nella prima fase lascio spazio alla persona, affinché possa parlare e spiegarmi la difficoltà o le difficoltà che sta vivendo. In questo modo ho la possibilità di conoscerla, comprendere il suo caso specifico e capire quali siano le sue esigenze. Nella seconda fase, attraverso alcune slide, le mostro che cosa, secondo il mio approccio, sta accadendo dentro di lei dal punto di vista teorico e le spiego come lavoro concretamente con il mio metodo. La parte finale della videochiamata è dedicata alle domande e all’eventuale possibilità di accedere al percorso.
Come definirebbe, senza usare formule astratte, un amore sano?
Per me, l’amore sano è quell’amore in cui puoi finalmente essere te stessa senza dover sacrificare chi sei per paura di perdere chi ami. Ma, soprattutto, l’amore sano non è necessariamente un amore che non attiva mai le tue ferite. Anzi, spesso più l’amore è autentico, più può portare a galla le ferite e lo schema emotivo profondo che guida la tua vita. Un amore sano può portare alla luce tutto questo. Spesso, di fronte alle ferite che emergono, tendiamo a scappare. Ma, non stiamo necessariamente scappando dall’altro: a volte stiamo scappando da noi stessi. Se, invece, ci diamo il permesso di restare e di affrontare ciò che emerge, la relazione può trasformarsi in qualcosa di autentico, capace di favorire la crescita e l’evoluzione di entrambi i partner. L’amore sano si costruisce insieme, attraverso la crescita reciproca e la possibilità di evolvere fianco a fianco.
In che cosa il suo metodo si differenzia da quello degli altri professionisti?
Il mio metodo si differenzia principalmente per due motivi. Il primo è che non si focalizza soltanto sulla parte mentale, ma propone un lavoro profondo e sinergico sulle diverse dimensioni della persona: quella mentale, corporea e del sistema nervoso, quella emotiva e quella energetico-spirituale. Secondo il mio approccio, lavorare su queste dimensioni permette di affrontare le difficoltà in maniera più completa e di favorire risultati duraturi. Il secondo è che il metodo si concentra sulla riprogrammazione del sistema nervoso, che considero fondamentale per lavorare sugli automatismi che ci portano inconsapevolmente a ripetere sempre le stesse dinamiche nelle relazioni, anche quando ne abbiamo acquisito consapevolezza a livello mentale. Senza un lavoro sulle risposte automatiche del sistema nervoso, può essere difficile uscire da questi schemi emotivi profondi. Se il nostro sistema continua ad associare l’amore sano a una situazione di allerta e l’imprevedibilità a qualcosa di familiare, potremmo continuare a sentirci a disagio di fronte a una relazione stabile e a nostro agio in una relazione incerta, anche dopo aver elaborato molte esperienze a livello mentale. È questo il motivo per cui, secondo me, la consapevolezza mentale da sola non sempre basta.
Dire sempre di sì al partner può sembrare amore, quando invece diventa paura di perderlo?
Dire sempre di sì al partner non è necessariamente espressione di amore autentico e sano. Diventa paura di perderlo quando quel sì non nasce più dall’amore, ma dal timore di ciò che potrebbe accadere se dicessimo di no. Quando inizi a mettere da parte i tuoi bisogni, a reprimere ciò che senti e a rinunciare a ciò che desideri pur di non deludere l’altro, può attivarsi dentro di te una convinzione profonda: «Se dico di no, potrebbe allontanarsi», «Se non lo accontento, potrebbe smettere di amarmi», «Per essere amata devo sacrificarmi». A quel punto, quel sì diventa un modo per proteggerti dalla paura del rifiuto e dell’abbandono. Spesso si tratta di uno schema che abbiamo imparato molto presto, quando abbiamo associato l’amore all’essere brave, disponibili, al non creare problemi e al mettere gli altri prima di noi. Ma c’è una differenza enorme tra scegliere di fare qualcosa per amore e sentire di doverlo fare per meritare amore.
Quanto è importante mantenere una propria identità all’interno della coppia?
Direi che è fondamentale. Senza identità non esistono né la singola persona né una coppia autentica. L’amore sano non è fusione, ma incontro: l’incontro tra due persone che scelgono di condividere la propria vita senza rinunciare alla propria individualità. Significa poter avere spazi personali, desideri, amicizie, progetti e bisogni che non devono necessariamente coincidere con quelli del partner. Significa poter crescere insieme, ma anche individualmente. Il punto non è diventare una sola persona, ma restare due persone intere che scelgono ogni giorno di camminare insieme. Per riuscirci, naturalmente, è necessario portare consapevolezza prima di tutto nella propria vita e, successivamente, nella relazione di coppia.
Lei lavora molto sul tema della “dipendenza affettiva”. Che cosa intende esattamente con questa espressione?
Quando parlo di “dipendenza affettiva”, mi riferisco a una condizione in cui il bisogno di essere amati, scelti e riconosciuti dall’altro diventa così forte da portarci gradualmente a perdere il contatto con noi stessi. È ciò che accade quando il nostro benessere emotivo, il nostro valore personale e persino la nostra serenità iniziano a dipendere prevalentemente da ciò che il partner fa o non fa. Se lui c’è, mi sento amata, importante e al sicuro. Se si allontana, non mi cerca o non mi sceglie, posso sentirmi sbagliata, inadeguata e profondamente in ansia. E allora che cosa accade? Inizio ad adattarmi, a sacrificarmi e ad accettare situazioni che mi fanno soffrire pur di non perdere quella relazione. C’è, però, un aspetto che considero fondamentale: la dipendenza affettiva non significa amare troppo, ma arrivare a mettere se stessi da parte per paura di non essere amati. Spesso, alla base, troviamo convinzioni profonde che abbiamo costruito nel corso della nostra storia: «Per essere amata devo meritarmelo», «Se l’altro non mi sceglie significa che non valgo abbastanza», «È meglio ricevere poco amore che rischiare di rimanere sola». È proprio qui che interviene il mio lavoro. Con il mio metodo, “S.A.F.E Love”, non ci fermiamo a comprendere razionalmente perché una persona continua a vivere certe dinamiche. Lavoriamo anche sul piano emotivo e corporeo e sulle risposte apprese nel tempo, per aiutarla a riconoscere i propri bisogni, ritrovare il proprio valore e costruire un modo diverso di vivere le relazioni. Il mio obiettivo non è insegnare a una donna a non avere bisogno di nessuno, ma accompagnarla a vivere l’amore come una scelta, anziché come qualcosa da cui dipende il suo valore. Soprattutto, voglio aiutarla a comprendere che può desiderare profondamente di essere amata senza dover rinunciare a se stessa per ottenere amore.
Come si passa dall’amare qualcuno al sentirsi incapaci di vivere senza quella persona?
Vorrei premettere che, quando si arriva a sentirsi incapaci di vivere senza una persona, si può entrare in una dinamica di dipendenza affettiva, che è diversa da un amore sano. All’inizio può sembrare semplicemente un amore molto intenso: desideriamo stare insieme, condividere tutto e sentirci vicini. A un certo punto, però, può accadere qualcosa di più profondo. Iniziamo a vivere la presenza dell’altro come una conferma del nostro valore e la sua assenza come una minaccia. «Se mi ama, valgo. Se mi sceglie, sono abbastanza. Se mi lascia, non so più chi sono». Senza rendercene conto, iniziamo così a spostare all’esterno il centro del nostro equilibrio emotivo. La paura di perdere quella persona diventa più forte della nostra capacità di ascoltare ciò che sentiamo e di riconoscere ciò di cui abbiamo bisogno. Possiamo arrivare ad accettare situazioni che ci fanno soffrire, a giustificare comportamenti che ci feriscono e a rinunciare a parti importanti di noi pur di mantenere il legame. Spesso, però, questa paura non nasce soltanto dalla relazione che stiamo vivendo, ma può avere radici molto più lontane nella nostra storia affettiva. Può derivare da esperienze in cui abbiamo imparato che l’amore poteva essere perso, che dovevamo meritarcelo o che essere lasciati significava non essere abbastanza. In questi casi, non abbiamo più soltanto paura di perdere il partner: abbiamo paura di rivivere quella sensazione profonda di non essere amati, scelti o importanti per qualcuno. Attraverso il mio metodo “S.A.F.E Love” accompagno le persone a riconoscere e trasformare questi schemi, lavorando non soltanto sulle convinzioni, ma anche sulle emozioni, sul corpo e sulle risposte automatiche che si attivano nelle relazioni. Il punto non è imparare a non avere bisogno dell’amore, ma imparare a non perdere se stessi per paura di perderlo.
Perché alcune persone finiscono ripetutamente per innamorarsi di partner emotivamente indisponibili?
Questo accade a molte persone e, secondo il mio approccio, è collegato al modo in cui abbiamo imparato a vivere l’amore durante l’infanzia. La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby e approfondita da Mary Ainsworth, aiuta a comprendere come le prime relazioni con le figure di riferimento possano influenzare il nostro modo di vivere i legami da adulti. Se da bambini abbiamo vissuto un amore condizionato, l’assenza emotiva dei genitori o dinamiche familiari fredde, instabili e conflittuali, il mostro sistema ha memorizzato una Frequenza di Attaccamento che vive nella mente, nel corpo, nel sistema nervoso, nelle emozioni, nell’anima ed energia. Questo è ciò che, nel mio lavoro, definisco schema emotivo profondo che, da adulti, guida inconsapevolmente la relazione e ci fa attrarre sempre le stesse dinamiche e stessi partner con volti diversi. Ecco perché ritengo importante lavorare in modo sinergico sulle diverse dimensioni della persona e sulle sue risposte automatiche. Se siamo cresciuti in un ambiente emotivamente instabile o abbiamo imparato che l’amore va conquistato, potremmo finire per confondere l’imprevedibilità con la passione e sentirci attratti da partner indisponibili. Al contrario, una persona stabile e presente potrebbe sembrarci noiosa, proprio perché non siamo abituati a vivere un amore sicuro. Nel mio lavoro accompagno le persone a riconoscere e trasformare questi schemi emotivi, per imparare a vivere relazioni più sane e smettere di rincorrere chi non è disponibile. Perché il nostro passato può influenzarci, ma non determina necessariamente il nostro futuro affettivo.
Uno dei concetti che caratterizzano il suo pensiero è che molti problemi che attribuiamo al partner siano collegati anche alle nostre ferite interiori. Come funziona questo meccanismo?
Spesso ciò che ci fa soffrire in una relazione non dipende soltanto dal comportamento del partner, ma anche dalle ferite emotive che quel comportamento può riattivare. Per esempio, chi durante l’infanzia si è sentito trascurato potrebbe vivere la distanza del partner con particolare sofferenza, cercando continuamente rassicurazioni e mettendo da parte i propri bisogni pur di non sentirsi abbandonato. A volte, infatti, cerchiamo inconsapevolmente nell’altro quell’amore e quel riconoscimento che ci sono mancati in passato. Per questo, nel mio lavoro, invito le persone a chiedersi non soltanto perché il partner si comporti in un certo modo, ma anche quale ferita si stia riaprendo dentro di loro. Questo non significa giustificare i comportamenti che ci fanno soffrire: se il partner è assente o ci manca di rispetto, la sua responsabilità rimane. Significa, piuttosto, distinguere ciò che accade nel presente dal dolore che appartiene alla nostra storia. Attraverso il metodo “S.A.F.E Love”, accompagno le persone a riconoscere queste dinamiche, entrare in contatto con le proprie emozioni e imparare a prendersi cura delle proprie ferite. Perché non possiamo chiedere al partner di guarirci, ma possiamo costruire relazioni in cui sentirci rispettati e amati, senza perdere noi stessi nel tentativo di colmare le mancanze del passato.
Quanto incidono le relazioni vissute durante l’infanzia sul modo in cui ameremo da adulti?
Le relazioni vissute durante l’infanzia possono influenzare profondamente il nostro modo di amare da adulti, perché è proprio attraverso le prime relazioni affettive che iniziamo a conoscere l’amore. Da bambini non impariamo che cosa sia l’amore soltanto attraverso le spiegazioni, ma soprattutto attraverso ciò che viviamo e sentiamo con le nostre figure di riferimento: il modo in cui veniamo accolti, ascoltati, consolati e riconosciuti nei nostri bisogni. Impariamo anche osservando la relazione tra i nostri genitori e il modo in cui comunicano. Le esperienze infantili possono lasciare delle tracce nel nostro modo di vivere i legami. Tuttavia, ogni storia è diversa e non è corretto affermare che tutti abbiano necessariamente vissuto le stesse carenze o sviluppato le stesse ferite. Un bambino, soprattutto nei primi anni di vita, ha bisogno di sentirsi visto, accolto e amato. Quando alcuni bisogni emotivi non vengono soddisfatti, può imparare a reprimere determinate emozioni o a sviluppare strategie per affrontare le situazioni difficili. Questi schemi possono riemergere nelle relazioni da adulti. Ma c’è una cosa che voglio sottolineare: la nostra infanzia ci influenza, ma non ci condanna. Non tutte le esperienze difficili producono le stesse ferite e non siamo destinati a ripetere per sempre ciò che abbiamo vissuto. È proprio qui che entra in gioco il lavoro che svolgo attraverso il metodo “S.A.F.E Love”. Non ci fermiamo a comprendere che cosa sia accaduto durante l’infanzia, ma lavoriamo per riconoscere come quelle esperienze continuino a manifestarsi oggi, nelle emozioni, nel corpo, nelle relazioni, nelle reazioni automatiche e nelle scelte affettive.
Oggi sui social parole come trauma, trigger, ferita, narcisista e relazione tossica vengono utilizzate continuamente. Stiamo aumentando la consapevolezza oppure rischiamo di patologizzare qualsiasi difficoltà relazionale?
Sono profondamente contraria alla tendenza a etichettare qualsiasi difficoltà emotiva o relazionale, rischiando così di trasformare tutto in una malattia. Purtroppo, soprattutto nel mondo occidentale, tendiamo a dare un nome a tutto. Ma credo che il rischio più grande sia un altro: che la persona finisca per identificarsi con quell’etichetta, convincendosi di essere così e di non poter mai cambiare. A me arrivano tante donne che mi dicono: «Mi hanno diagnosticato un disturbo borderline, quindi per me è più difficile uscirne», oppure donne con una diagnosi di depressione che ormai si sono convinte che non potranno mai stare meglio. Lo stesso accade oggi con il narcisismo: si tende a definire tutti narcisisti e spesso anche a demonizzarli. Attenzione, quello che sto per dire non vuole giustificare determinati comportamenti. Dietro alcune persone con forti tratti narcisistici possono esserci ferite profonde e una grande difficoltà a entrare in contatto con il proprio dolore. Per proteggersi, possono aver costruito uno scudo emotivo molto forte, arrivando anche a ferire o manipolare gli altri. Questo non giustifica assolutamente ciò che fanno. Tuttavia, credo che etichettare una persona e convincersi che non potrà mai cambiare non aiuti nessuno. Credo profondamente nella possibilità di trasformare i nostri schemi emotivi e che tutti possiamo farcela indipendentemente dalla situazione e dal proprio vissuto. È proprio questo che cerco di fare nel mio lavoro: andare oltre le etichette, entrare nella storia della persona, comprendere le sue ferite e lavorare in profondità con strumenti mirati e personalizzati. Secondo me, oggi abbiamo bisogno di molta più empatia, sensibilità e umiltà, e di meno etichette. Una persona non è la sua ferita, non è la sua diagnosi e non è soltanto ciò che ha vissuto: è molto, molto di più.
In un tempo in cui si parla continuamente di relazioni tossiche, narcisismo e dipendenza affettiva, Luisa Perugini invita a spostare lo sguardo dalle etichette alla comprensione di sé, senza giustificare ciò che ferisce, ma imparando a riconoscere i meccanismi che ci portano a ripetere le stesse dinamiche. Il suo percorso personale nasce anche da una profonda sensazione di inadeguatezza, dalla convinzione di non essere mai abbastanza e dalla ricerca di conferme esterne. Oggi, attraverso il metodo “S.A.F.E Love”, accompagna soprattutto le donne a riconoscere il proprio valore e a costruire relazioni più consapevoli. Perché la vera svolta, forse, non arriva quando finalmente qualcuno ci sceglie, ma quando smettiamo di credere di dover diventare diverse per essere degne d’amore. Ringraziamo la life coach Luisa Perugini per aver risposto alle nostre domande e le auguriamo il meglio per la sua carriera.
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