

BASTA IPOCRISIA: LA SOLIDARIETÀ NON SI RECITA SU UN PALCO
Ci riempiamo la bocca di pace, sensibilità e diritti umani. Poi, nella vita di tutti i giorni, davanti al dolore di chi ci sta accanto, spesso voltiamo la faccia. E allora bisogna avere il coraggio di chiederselo: quanto c’è di vero in tutta questa solidarietà?
Ieri sera sono stata alla Villa Comunale di Nocera Inferiore, in occasione dell’iniziativa «Palestinesi sono i tuoi occhi», dedicata alla Palestina attraverso la poesia, la musica e l’arte.
Ci sono andata come persona, prima ancora che come collaboratrice di una testata giornalistica. Ho chiesto di poter seguire l’evento perché volevo osservare, ascoltare e farmi un’idea. Non volevo limitarmi a raccogliere dichiarazioni, scattare fotografie e raccontare una serata come tante altre.
Volevo capire.
E quello che mi sono portata a casa non è soltanto una riflessione sulla Palestina. È una domanda molto più vicina a noi, molto più scomoda e, forse, molto più difficile da affrontare.
Ma noi, tutta questa solidarietà, la pratichiamo davvero oppure ci limitiamo a esibirla quando è socialmente accettabile farlo?
Perché ormai sembra che basti partecipare a un evento, pronunciare parole importanti, applaudire una poesia e condividere un messaggio per sentirsi dalla parte giusta.
E no, mi dispiace. Non funziona così.
Una piazza, tante parole e una realtà che non possiamo ignorare
La partecipazione alla serata non mi è sembrata particolarmente numerosa. Non voglio stabilire il valore di una causa contando le persone presenti, né giudicare chi non c’era senza conoscerne le ragioni.
Ma il dato mi ha fatto riflettere.
Quanto siamo davvero disposti a uscire dalle nostre abitudini per interessarci a ciò che accade nel mondo? Quanto dura la nostra indignazione? E quante volte abbiamo bisogno di un palco, di un microfono e di un evento organizzato per ricordarci che esistono persone che soffrono?
La Palestina vive una tragedia che merita attenzione ben oltre una singola serata. La sofferenza dei civili non può diventare una parentesi emotiva tra un impegno e l’altro, una causa da ricordare quando se ne parla pubblicamente e da dimenticare quando torniamo alla nostra routine.
Ma il punto non è soltanto questo.
Il punto è che dobbiamo smetterla di confondere la partecipazione con il cambiamento, la commozione con la consapevolezza e le parole con i fatti.
Una bandiera esposta non dimostra automaticamente sensibilità. Un discorso sulla pace non dimostra automaticamente coerenza. E un applauso non è una prova di impegno concreto.
Sono gesti che possono avere un significato, certo. Ma che cosa resta quando finiscono?
È questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.
Durante la serata ho provato a confrontarmi con alcune persone. Ho posto delle domande e, in diversi momenti, ho avuto la sensazione che le risposte andassero altrove.
Sono la prima a riconoscere che sto imparando. Non sono una giornalista navigata, non pretendo di esserlo e so che il mio modo di porre le domande può influenzare un’intervista. Anche la mia insicurezza, in alcuni momenti volutamente accentuata, può aver contribuito a creare incertezza.
Ma questo non cancella le domande che mi sono rimaste.
Quanto conosciamo davvero le cause che sosteniamo? Quanto sappiamo distinguere un sentimento sincero dalla comprensione dei problemi? Quanto siamo preparati a parlare di responsabilità politiche, di interessi economici, di diritti e di strumenti concreti per ottenere dei cambiamenti?
Non penso che chi partecipa a un evento debba essere un esperto di geopolitica. Sarebbe assurdo pretendere che tutti abbiano risposte pronte.
Penso, però, che se scegliamo di prendere posizione dovremmo essere disposti anche a studiare, ad approfondire e ad ammettere ciò che non sappiamo.
Perché la buona fede non sostituisce la conoscenza, così come la sensibilità non sostituisce la responsabilità.
E una causa importante non dovrebbe diventare uno spazio in cui nessuno osa fare domande scomode per paura di essere frainteso.
I ragazzi indiani in disparte: il silenzio che mi ha fatto riflettere
Tra le persone presenti ho notato alcuni ragazzi indiani che erano rimasti in disparte, lontani dal centro dell’attenzione.
Mi sono avvicinata. Ho chiesto loro se volessero esprimere un pensiero, se avessero qualcosa da dire davanti a ciò che stava accadendo.
Ho percepito esitazione, una difficoltà a esporsi, a farsi vedere, a prendere la parola.
Non so che cosa provassero realmente. Non voglio attribuire loro pensieri che non mi hanno espresso, né trasformare il loro silenzio in una prova di qualcosa.
Ma quel momento mi è rimasto impresso.
Perché dietro una persona che tace possono esserci tante ragioni. E il nostro compito dovrebbe essere quello di creare spazi in cui ciascuno possa parlare liberamente, senza pressioni e senza paura del giudizio.
Mi sono chiesta se avessero qualcosa da raccontare che non riuscivano a esprimere. Mi sono chiesta quante voci rimangano inascoltate mentre noi siamo concentrati su quelle che arrivano al microfono.
E qui ritorna una questione fondamentale: quanto siamo davvero capaci di ascoltare?
Non basta dichiararsi dalla parte degli ultimi se poi non sappiamo avvicinarci a chi resta ai margini. Non basta parlare di diritti se non siamo disposti a riconoscere a ogni persona il diritto di esprimersi, oppure di scegliere liberamente di non farlo.
La solidarietà dovrebbe cominciare anche da qui: dalla capacità di avvicinarsi senza invadere, ascoltare senza giudicare e lasciare spazio senza pretendere di sapere già cosa l’altro abbia da dire.
L’ipocrisia più grande? Piangere per chi è lontano e ignorare chi è vicino.
Ed è qui che voglio arrivare.
Possiamo commuoverci per la Palestina, indignarci per le immagini di Gaza e partecipare a una serata dedicata alla pace. Possiamo farlo con sincerità, con dolore autentico e con il desiderio di vedere cambiare le cose.
Ma poi, nella vita quotidiana, che cosa facciamo?
Quando incontriamo una persona in difficoltà, ci fermiamo oppure tiriamo dritto?
Quando qualcuno è povero, lo aiutiamo oppure lo giudichiamo?
Quando una persona è fragile, la ascoltiamo oppure la etichettiamo?
Quando qualcuno attraversa un momento difficile, tendiamo una mano oppure ci affrettiamo a spiegargli che, in fondo, se l’è cercata?
Quando vediamo un’ingiustizia nel nostro quartiere, abbiamo il coraggio di intervenire oppure preferiamo non immischiarci?
Perché è facile dichiararsi solidali davanti a una causa condivisa. È molto più difficile esserlo quando nessuno ci guarda, quando non ci sono fotografie, quando aiutare qualcuno non ci porta applausi e non ci fa apparire migliori agli occhi degli altri.
Ecco la contraddizione che mi fa rabbia.
Viviamo in una società in cui il giudizio sembra arrivare prima dell’ascolto. Giudichiamo le persone senza conoscerle, le loro difficoltà senza comprenderle, le loro scelte senza sapere che cosa abbiano attraversato.
Poi, però, ci riempiamo la bocca di umanità.
Ma quale umanità?
Quella che mostriamo durante un evento pubblico o quella che pratichiamo quando incontriamo qualcuno che non può offrirci nulla in cambio?
Non sto dicendo che chi si impegna per la Palestina sia necessariamente ipocrita. Sarebbe ingiusto e superficiale. Sto dicendo che nessuno di noi dovrebbe considerarsi immune dalle proprie contraddizioni.
Perché il problema non è provare solidarietà per un popolo lontano. Il problema è credere che questo ci renda automaticamente persone migliori.
E mentre chiediamo giustizia per la Palestina, chi pretende giustizia per il nostro territorio?
C’è un’altra questione che non voglio lasciare fuori.
Possiamo parlare di diritti universali, ma siamo altrettanto attenti a ciò che accade qui, a Nocera Inferiore e nei territori che abitiamo?
Ci interessiamo davvero alle difficoltà sociali, ai servizi, alle opportunità per i giovani, alle famiglie in difficoltà, alle persone che rischiano di rimanere indietro?
E quanto siamo disposti a fare domande scomode a chi amministra il nostro territorio?
La solidarietà internazionale e l’attenzione ai problemi locali non sono in contraddizione. Anzi, dovrebbero alimentarsi a vicenda.
Se crediamo nella giustizia, dobbiamo pretenderla ovunque. Se crediamo nella dignità umana, dobbiamo difenderla anche quando non fa notizia. Se chiediamo responsabilità ai governi, dobbiamo essere capaci di chiedere trasparenza anche alle istituzioni più vicine a noi.
Altrimenti rischiamo di indignarci per le ingiustizie che vediamo sugli schermi e di abituarci a quelle che incontriamo ogni giorno.
E l’abitudine all’ingiustizia è una delle forme più pericolose di indifferenza.
La Palestina non si salva con una poesia. Ma nemmeno il silenzio è una soluzione.
Voglio essere chiara: non ho nulla contro l’arte. La amo. Credo nella poesia, nel teatro, nella musica e nella capacità della cultura di dare voce a chi viene ignorato.
Ma proprio perché rispetto l’arte, non voglio che diventi un alibi.
Una poesia non ferma una bomba. Un applauso non cambia una decisione governativa. Una serata non garantisce cure, cibo o protezione a chi vive sotto i bombardamenti.
L’arte può sensibilizzare, informare, raccogliere fondi, costruire reti e mantenere viva l’attenzione. Può essere l’inizio di un percorso importante.
Ma se tutto si esaurisce nel tempo di un evento, se non ci sono continuità, approfondimento, sostegno concreto e richieste precise alle istituzioni, allora dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa abbiamo realmente costruito.
E questo vale anche per le nostre responsabilità politiche.
L’Italia deve rispondere delle proprie scelte in materia di armamenti, delle autorizzazioni alle esportazioni e delle relazioni internazionali. Non bastano le dichiarazioni di principio: servono dati verificabili, trasparenza e domande precise sulle decisioni prese.
Se chiediamo la pace, dobbiamo essere disposti a verificare quanto le scelte del nostro Paese siano coerenti con questo obiettivo.
Non possiamo pretendere responsabilità soltanto dagli altri.
La solidarietà non deve essere una rappresentazione. Deve diventare una pratica.
Non voglio piacere a tutti. Voglio smettere di fingere che bastino le parole.
Sto iniziando il mio percorso nel giornalismo. Voglio diventare fotoreporter perché voglio imparare a guardare, documentare e raccontare la realtà, anche quando è scomoda.
Ieri sono andata a un evento con questa intenzione. Non per sentirmi superiore a chi era presente, non per cercare qualcuno da mettere sotto accusa, ma per osservare e farmi delle domande.
Non sono tornata a casa con tutte le risposte. E non ho la presunzione di aver capito le intenzioni delle persone che ho incontrato.
Ma una cosa la penso con convinzione: dobbiamo smetterla di usare parole come solidarietà, sensibilità e umanità come se pronunciarle bastasse a dimostrare di possederle.
La Palestina merita attenzione che duri oltre una serata. Le persone in difficoltà meritano rispetto che non dipenda dalla loro visibilità. La nostra comunità merita cittadini che non si limitino a indignarsi, ma che si interessino davvero a ciò che accade intorno a loro.
E noi, tutti noi, meritiamo di porci una domanda scomoda.
Quando nessuno ci vede, quando non c’è una telecamera, quando non c’è un palco e non c’è nessuno da impressionare, siamo ancora capaci di essere solidali?
Perché se ci indigniamo davanti al dolore del mondo ma giriamo la faccia davanti a una persona che soffre a pochi metri da noi, qualcosa non torna.
Se invochiamo la dignità umana e poi umiliamo chi è più fragile, qualcosa non torna.
Se chiediamo giustizia per tutti, ma tolleriamo le ingiustizie quando non ci riguardano direttamente, qualcosa non torna.
E forse è arrivato il momento di smetterla di nasconderci dietro le belle parole.
La solidarietà non è quello che mostriamo agli altri. È quello che siamo disposti a fare quando non ci conviene, quando ci costa tempo, quando ci obbliga a uscire dalla nostra indifferenza.
Il resto può essere un’intenzione sincera. Può essere un primo passo. Può essere persino un messaggio importante.
Ma non raccontiamoci che basti.
Perché il mondo non ha bisogno di altre persone che si limitino a dichiararsi sensibili.
Ha bisogno di persone disposte a dimostrarlo.




