

Abbiamo chiuso le finestre, abbassato le persiane e acceso i condizionatori. Per ore. Anche chi li usa con parsimonia, anche chi fa la guerra agli sprechi, anche chi a ogni bip del telecomando vede materializzarsi la prossima bolletta.
A un certo punto non si trattava più di cercare refrigerio. Si trattava di riuscire a dormire, lavorare, pensare.
L’estate 2026 lascia allora una domanda che vale più dell’ennesimo record: se estati così calde possono ripetersi, continueremo a difenderci ciascuno come può, chiudendoci in casa e accendendo un climatizzatore?
Perché questa non è una soluzione collettiva. E soprattutto non è una soluzione per tutti.
Il caldo ha un costo economico e sociale. Chi vive in una casa ben isolata parte avvantaggiato rispetto a chi abita sotto un tetto arroventato; chi può permettersi la climatizzazione rispetto a chi deve continuamente fare i conti con i consumi.
E poi il caldo non pesa su tutti allo stesso modo. Anziani e persone fragili sono particolarmente esposti. Chi tende ad avere la pressione bassa conosce bene debolezza, capogiri e quella sensazione di avere improvvisamente esaurito le batterie.
A complicare tutto c’è l’umidità. In alcune zone abbiamo visto valori vicini alla saturazione. Quando l’aria è molto umida, il sudore evapora con maggiore difficoltà e il corpo riesce a disperdere meno efficacemente il calore. E quel “non si respira” che abbiamo ripetuto per settimane non è stato soltanto un modo di dire.
Dunque, che facciamo?
Ai governi spetta naturalmente il compito più grande: intervenire sulle emissioni e sull’energia, ma anche preparare il Paese a temperature diverse da quelle sulle quali abbiamo costruito città, case e servizi. Riqualificazione energetica, reti elettriche adeguate, scuole vivibili anche a settembre, protezione delle persone più vulnerabili.
I Comuni possono fare qualcosa di molto più vicino a noi: alberi dove serve ombra, non dove serve una fotografia; meno distese di asfalto, più superfici permeabili, fontanelle, parchi, pensiline realmente ombreggiate e luoghi freschi accessibili durante le giornate peggiori.
Anche i condomìni dovrebbero cominciare a discutere non soltanto di ascensori e facciate, ma di isolamento dei tetti, schermature solari, fotovoltaico, cortili meno cementificati e sistemi di climatizzazione efficienti. La prossima bolletta potrebbe rendere improvvisamente appassionante l’argomento.
E poi c’è la televisione.
Dopo settimane di servizi con il termometro della farmacia, la cartina color rosso fuoco e l’inviato sotto il sole a comunicarci che fa caldo, forse possiamo fare un passo avanti.
Mostriamo come si può rendere più fresca una città. Raccontiamo gli interventi che hanno funzionato altrove. Facciamo vedere la differenza tra una piazza alberata e una distesa di cemento. Spieghiamo come proteggere una casa dal calore e consumare meno.
Meno termometri, più soluzioni.
A confermare che quella dell’estate 2026 non è stata soltanto una nostra impressione c’è Copernicus Climate Change Service, il servizio dell’Unione europea che monitora il clima utilizzando osservazioni e dati scientifici elaborati dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF).
Secondo Copernicus, giugno e luglio 2026, considerati insieme, sono stati i più caldi mai registrati nell’Europa occidentale nella serie di riferimento.
Un dato basta.
Perché adesso la questione interessante non è stabilire quante volte abbiamo battuto un record.
È decidere che cosa fare sapendo che può succedere ancora.
La prossima estate potrà essere più fresca o più calda. Non possiamo deciderlo noi.
Possiamo però decidere in quali case e in quali città vogliamo aspettarla.
Documento
Copernicus Climate Change Service (C3S), Exceptionally hot and dry conditions fuel wildfires in Europe as ocean surface temperatures reach record highs for July, 12 agosto 2026 — bollettino ufficiale sull’estate europea 2026.





