
Estate 2026: avevo tanti progetti. Ho comprato un elicottero
A giugno avevo grandi progetti. Avrei letto, scritto, sistemato casa, visto gli amici, fatto passeggiate, recuperato tutte quelle cose rimandate durante l’anno con la fatidica frase: «Lo faccio quest’estate».
A settembre sarei dovuta arrivare colta, produttiva, organizzata e possibilmente anche abbronzata.
Non ho fatto niente.
In compenso ho comprato delle cose.
Prima il ventilatore. Poi un altro climatizzatore. Alla fine, per il salone, sono passata direttamente a un ventilatore industriale gigantesco che quando parte sembra che sul divano stia per atterrare un elicottero. Non rinfresca la stanza: sposta direttamente gli abitanti.
La notte? Tutto spalancato. Finestre, balconi, porte. Incurante della privacy e del fatto che qualcuno potesse vedermi in baby doll. A un certo punto tra il pudore e respirare ho scelto respirare. Se qualcuno ha visto, pazienza: anche lui evidentemente aveva la finestra aperta.
Poi cominciava la staffetta:doccia, poi condizionatore, ventilatore, doccia, condizionatore, ventilatore. Il climatizzatore raffreddava, il ventilatore distribuiva, io dirigevo le operazioni. Più che una casa avevo una centrale meteorologica privata.
Finché un giorno anche il climatizzatore ha ceduto. La tanica è straripata, sul balcone del condomino di sotto c’era l’alluvione.
Ma non mi sono arresa.
Ho comprato il granitore per tritare il ghiaccio e rinfrescare la mia gola secca.
Perché quando una donna arriva ad acquistare un elettrodomestico apposito per trasformare il ghiaccio in neve, significa che la situazione climatica è ufficialmente sfuggita di mano.
Poi il robot che lava i pavimenti e almeno per qualche minuto me li lascia belli freschi. A quel punto avevo il ventilatore-elicottero, il climatizzatore, il ghiaccio tritato e il mio Roomba che mi rinfrescava le mattonelle.
Mi mancava soltanto una pista di pattinaggio in corridoio.
E nonostante tutto avevo caldo. L’ effetto delle continue docce durava poco.
Poi c’è l’umidità. In certe giornate si vedono percentuali talmente alte che più che uscire di casa sembra di entrare in un acquario. Ti fai la doccia, ti asciughi e dopo trenta secondi non capisci più se sei ancora bagnata o se hai già ricominciato a sudare.
Io, per giunta, ho la pressione bassa. E chi tende all’ipotensione sa bene cosa significa affrontare giornate così: ti alzi dal divano, vedi nero e ti risiedi. Acqua, sali minerali, elettroliti. A un certo punto avevo più integratori io di una squadra al Giro d’Italia.
Poi guardo mia figlia quando le arriva il ciclo e mi fa una pena infinita: stesa sul letto, pallida, praticamente in trattativa con la forza di gravità. Io le giro intorno in modalità pronto soccorso materno e le preparo lo smoothie alla banana come se contenesse il principio attivo capace di salvarla dall’estate 2026.
«Bevi questo.»
Ormai a casa nostra, più che madre e figlia, sembriamo due reduci: io con la pressione bassa, lei con il ciclo, e in mezzo il frullatore.
E la cultura?
Avevo preparato i libri.
Ne prendevo uno, leggevo tre righe e alla quarta il cervello metteva il cartello: CHIUSO PER CALDO.
Allora provavo a scrivere. Accendevo il computer, guardavo il foglio bianco, il foglio bianco guardava me. Dopo dieci minuti raggiungevamo un accordo: non avremmo disturbato il reciproco riposo.
La cosa straordinaria è che la sera ero stanchissima.
«Che hai fatto oggi?» mi chiede Angela.
«Niente.»
«E perché sei stanca?»
«Perché ho avuto caldo mentre non lo facevo.»
Poi arrivava la grande domanda quotidiana:
«Che facciamo oggi?»
Passeggiata?
Ma dove vai.
Camminare?
Non se ne parla proprio.
Shopping?
E che compro? Altri vestiti? Ma se non sono riuscita a mettere nemmeno quelli che ho!
Il mio armadio quest’estate è rimasto praticamente nuovo. Vestiti appesi a prendere polvere e io sempre con la stessa cosa: quella più corta, più leggera, più fresca possibile.
A un certo punto non ti vesti più in base a dove devi andare. Ti vesti in base a quale tessuto tocca meno centimetri quadrati di pelle.
E i capelli?
Acconciature estive, piega morbida, beach waves…
Ma quale piega.
Coda di cavallo o pinza.
Due possibilità. La terza era rasarsi.
Mare?
Bisogna arrivarci.
Aperitivo all’aperto?
Angela, ma siamo impazzite?
E così, dopo aver messo una crocetta su praticamente tutte le attività umane, ne rimaneva sempre una:
il supermercato.
Il supermercato è stato il vero villaggio turistico dell’estate 2026.
Porte automatiche, aria condizionata, temperatura costante, corsie spaziose. Entri per comprare il latte e dopo quaranta minuti sei ancora davanti ai surgelati a leggere gli ingredienti dei piselli.
Mai avuta tanta attenzione per le etichette.
«Ma non dovevamo prendere soltanto il pane?»
«Sì, aspetta. Devo vedere una cosa nel reparto yogurt.»
Non dovevo vedere niente.
Non volevo uscire.
A un certo punto il supermercato non era più un negozio. Era un rifugio climatico con i carrelli.
Così, mentre passeggiate, aperitivi, shopping e buoni propositi venivano cancellati uno dopo l’altro, una cosa siamo riusciti a farla con una costanza ammirevole: la spesa.
Mai avuto il frigorifero così pieno, l’armadio così inutilizzato e una vita sociale così vuota.
Ed è forse questa la parte meno raccontata di questa estate.
Il caldo non ci ha soltanto fatto sudare. Ci ha tolto pezzi di vita quotidiana.
Abbiamo dormito peggio, pensato peggio, lavorato peggio, letto meno, visto meno persone. Siamo diventati più stanchi, più insofferenti, qualche volta anche più rabbiosi.
E le città, persino in alcune sere d’estate, apparivano stranamente vuote.
Per un attimo è tornata una sensazione che pensavamo di esserci lasciati alle spalle con la pandemia: quella della vita vissuta prevalentemente dentro casa. Naturalmente questa volta nessuno ce lo imponeva. Nessun decreto, nessuna autocertificazione.
Bastava affacciarsi.
«Usciamo?»
Una vampata.
«No.»
Decisione presa all’unanimità.
Ed è qui che entra una parola che fino a pochi anni fa quasi nessuno utilizzava: ecoansia.
È la preoccupazione legata ai cambiamenti climatici e a quello che potrebbero significare per il nostro futuro.
Ma dopo un’estate così non occorre necessariamente interrogarsi sul destino del pianeta nel 2100.
La mia ecoansia è molto più terra terra.
«Sarà così anche l’estate prossima?»
E subito dopo:
«Quanto mi costerà?»
Perché adesso arriva anche la bolletta.
Dopo settimane trascorse ad alternare climatizzatore e ventilatore, settembre potrebbe presentarci il conto della nostra sopravvivenza termica.
E settembre, oltretutto, ha anche una pretesa piuttosto offensiva: che siamo riposati.
Riaprono gli uffici, riprendono le attività, tra poco tornano a riempirsi le scuole.
Riposati?
Io ho trascorso l’estate a gestire climatizzatori, ventilatori, taniche, ghiaccio, robot lavapavimenti, sali minerali, finestre spalancate e strategie per raggiungere il supermercato.
Altro che ferie.
Ero responsabile della Protezione Civile di casa mia.
A giugno avevo una lista di cose da fare durante l’estate.
È ancora lì.
Intatta.
La conserverò per l’anno prossimo.
Però stavolta in cima scrivo soltanto tre cose:
respirare, non svenire, pagare la luce.
Se avanza tempo, leggo.






