Santa Giuseppina Bakhita (1869 Olglossa, nel Darfur, una regione a sud-est del Sudan – 8 febbraio 1947 Schio, Vicenza) è stata proclamata santa il primo ottobre del 2000 da Giovanni Paolo II.

La sua famiglia era ricca, possedeva terreni con piantagioni e bestiame, e fino al 1874, anno in cui sua sorella venne rapita dai mercanti di schiavi, visse una vita serena.  Due anni dopo subì la stessa sorte e fu ceduta da due rapitori arabi che le misero il nome di Bakhita che significa “fortunata”, a un mercante di schiavi.

Ebbe sei padroni che non le risparmiarono nessuna sofferenza, tra questi il più feroce fu un turco che le fece imprimere un tatuaggio che le lasciò libero solo il volto: 114 tagli inferti con un rasoio, trattati con il sale per evidenziarne i segni. Sopravvisse per miracolo.

Fu poi venduta a un italiano, il console Callisto Legnani, che la trattò bene e tentò di riportarla nel villaggio dai suoi cari, ma la giovane non ricordava più il luogo da cui era stata prelevata con la forza.

Il console lasciò l’Africa e Bakhita fu portata nella villa di Zianigo di Mirano Veneto, al seguito del ricco commerciante Augusto Michieli per fare da babysitter alla figlia Alice.

I coniugi Michieli erano brave persone, lui cattolico non praticante e lei ortodossa poco convinta, ma le proibirono di frequentare la Chiesa con grande disappunto dell’amministratore della casa, Illuminato Cecchini che era un fervente cattolico che intendeva convertirla.

La famiglia Michieli ritornò per un breve periodo in Africa, durante il quale affidarono la figlia alle cure delle suore canossiane di Venezia, prima del trasferimento definitivo.

Nel frattempo Cecchini aveva affidato al Signore la sorte della giovane e bella Bakhita che ben presto trovò nella fede il motivo della sua esistenza e non volle seguire i suoi padroni nel continente africano.

Ottenne l’appoggio del patriarca di Venezia, il cardinale Agostini e dal procuratore del re, che la dichiarò libera perché la legge italiana vietava ogni forma di schiavitù.

Era il 29 novembre del 1889 e per la giovane di colore iniziava una nuova vita. Ricevette il battesimo insieme alla cresima e il suo nome divenne Giuseppina, Margherita e Fortunata.

Il desiderio di Bakhita divenne quello di consacrarsi alla vita religiosa entrando a far parte delle suore canossiane e dopo tre anni di noviziato, l’8 dicembre 1896 a Verona pronunciò i voti.

Fu inviata nel convento delle canossiane a Schio, Vicenza, e vi rimase per quarantacinque anni, facendosi amare e apprezzare per l’umiltà, la dolcezza e lo spirito di sacrificio.

Si occupò anche delle missioni recandosi in varie città d’Italia per promuovere lo spirito missionario. Il suo messaggio fu il seguente: “Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono”.

Visse due guerre durante le quali si spese per i soldati feriti senza tirarsi mai indietro.

L’età avanzava e gli acciacchi non le impedirono di festeggiare i cinquant’anni di vita religiosa, ma successivamente le fu fatale una polmonite.

Morì l’8 febbraio del 1947. Durante l’agonia rivisse i terribili momenti delle torture vissute da bambina e invocò la presenza della Madonna.

La bontà e la dedizione per il prossimo hanno sempre caratterizzato la sua esistenza, durante la quale non sono mancati diversi fatti prodigiosi che hanno contribuito ad alimentare la devozione nei suoi confronti da parte dei credenti.