
Un atterraggio a Bruxelles, e il libro comincia così
L’idea di Europa e il suo destino di Piero De Luca. Il saggio L’idea di Europa e il suo destino si apre con un annuncio in inglese e in francese: «Prepare for landing». Piero De Luca, giurista e deputato del Partito Democratico, capogruppo in Commissione Politiche europee alla Camera, racconta il proprio arrivo a Bruxelles con il cuore in gola, le nuvole grigie, le persone di lingue e culture diverse unite da una meta comune. È una scelta narrativa che mi ha permesso di leggere il libro tutto d’un fiato, perché trasforma un trattato di integrazione europea in una storia di vita.

Come è costruito: quattro parti, un filo solo
L’indice rivela la tesi prima ancora dell’introduzione. La prima parte descrive il nuovo disordine mondiale: Big Tech, sovranità verde, bioeconomia, sicurezza e difesa. La seconda ripercorre l’idea di Europa, dal Manifesto di Ventotene al mercato unico, fino alla sfida commerciale con Stati Uniti e Cina. La terza affronta le crisi recenti, dalla Brexit ai flussi migratori, dal MES alla pandemia, dal Next Generation EU al PNRR. La quarta guarda al presente più drammatico: l’Ucraina, il Medio Oriente, il piano ReArm Europe e la domanda se un esercito europeo sia utopia o necessità.

Il cuore del libro: una scelta obbligata
La quarta di copertina lo dice senza giri di parole: un’Europa più unita e integrata non è più un’opzione, è una scelta obbligata. Nelle conclusioni De Luca lo argomenta con concretezza da giurista. Propone di superare il voto all’unanimità, che a suo giudizio paralizza le decisioni su politica estera, fisco e sicurezza, e di dare al Parlamento europeo il diritto di iniziativa legislativa. Immagina liste transnazionali alle elezioni europee e una guida più riconoscibile delle istituzioni. Chiede un mercato dei capitali davvero unico, un’energia meno dipendente dall’estero, investimenti comuni in intelligenza artificiale, calcolo e semiconduttori, e una politica fiscale che argini il dumping tra Stati. Cita il solco tracciato dai rapporti Letta e Draghi e rivendica una sovranità europea intesa come capacità di proteggere cittadini e famiglie, non come bandiera da agitare.
Perché questo libro parla anche all’Italia
Chi ha vissuto l’arrivo dell’euro ricorda cosa significò: la stessa moneta da Palermo a Berlino, nessuna frontiera da attraversare con il passaporto in mano. De Luca parte da quella memoria condivisa per dire che i risultati raggiunti (pace, welfare, libertà fondamentali, stabilità democratica) non sono garantiti per sempre. Qui sta la speranza che il libro consegna a chi legge dall’Italia: un Paese fondatore, con un patrimonio di cultura e di competenze, può smettere di subire le decisioni altrui e contribuire a scriverle. Un’Italia che pesa in un’Europa più forte pesa di più nel mondo, mentre un’Italia sola, nel confronto tra grandi potenze, conta sempre meno. Il futuro del Mezzogiorno, dei nostri giovani che partono e delle imprese che chiedono regole certe passa anche da questa scommessa.
Il rischio sovranista
Il libro è un’avvertenza, anche quando non nomina i nemici. Le destre nazionaliste in Europa e nel mondo offrono una scorciatoia rassicurante: chiudersi, ritrovare il confine, tornare padroni a casa propria. De Luca ricorda invece che nessuno dei problemi del nostro tempo, dalle guerre alle crisi energetiche, dalla rivoluzione tecnologica alla competizione tra potenze, si ferma a una frontiera. Dividersi significa presentarsi in ordine sparso davanti a Washington e Pechino. La vera sovranità, scrive in sostanza, è la capacità di proteggere il proprio stile di vita, e per i nostri Paesi oggi passa dall’unione.
Chi ritiene che l’integrazione sia già andata troppo oltre risponde che le decisioni prese vicino ai cittadini sono più controllabili con il voto, mentre ogni cessione di sovranità allontana il potere da chi lo ha conferito. I critici sostengono inoltre che l’unanimità tuteli i Paesi più piccoli o più esposti, e che un’Europa a più velocità rischi di lasciare indietro proprio chi ha meno peso. Il libro di De Luca risponde a queste obiezioni con la tesi che oggi nessuno Stato, da solo, abbia la forza di decidere davvero, ma il confronto resta aperto e merita di essere seguito con attenzione.
La voce di chi sta in piazza
Un’Europa più integrata, però, reggerà solo se i cittadini si sentiranno ascoltati. Lo dice lo stesso De Luca quando insiste su partecipazione, trasparenza, educazione civica europea e strumenti di democrazia digitale. È qui che il libro incontra la cronaca di queste settimane. Nelle piazze italiane, dal 16 e 17 ottobre fino allo sciopero generale di oggi, migliaia di persone sfilano contro carovita, caro carburante e riarmo. Una parte di loro fa fatica ad arrivare a fine mese, e quel dissenso, che nasce dal basso, va ascoltato con attenzione, perché un progetto europeo che non risponde a chi arranca resta un progetto per pochi. Le violenze che hanno segnato alcuni cortei vanno condannate senza esitazioni, anche perché oscurano le ragioni di chi protesta in modo pacifico. Distinguere i due piani è un dovere di chi racconta i fatti.
Un sogno da realizzare, adesso
L’ultima pagina della premessa riassume tutto: un sogno ancora vivo e attuale, ambizioso e storico, che tocca a noi trasformare in realtà. La domanda che lo chiude, «se non ora, quando?», è il motivo per cui questo saggio merita di essere letto, discusso e anche contestato. Non perché dia tutte le risposte, ma perché pretende da ciascuno una presa di posizione.
Chi è l’autore
De Luca ha 26 anni quando lascia l’Italia per un master in diritto dell’Unione europea all’Université Libre de Bruxelles. Racconta le giornate in autobus alle sette del mattino, la solitudine delle domeniche in appartamento, i corsi in francese e inglese. Segue lo stage alla Corte di giustizia dell’Unione europea a Lussemburgo, poi una lunga esperienza come referendario presso la stessa Corte. Oggi è avvocato e docente di Diritto dell’Unione europea all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Nel 2018 viene eletto alla Camera. A Lussemburgo è nata anche sua figlia Maria Grazia, ed è lì che si è formato il suo sguardo: l’Europa vista dall’interno, nei suoi meccanismi più concreti.







