Dalla musica al teatro, fino alla scoperta del cinema e alla conquista di un importante riconoscimento. È il percorso di Nicola Melone, giovane attore originario di Calvi Risorta (CE), che ha ottenuto il premio come miglior attore al “Believe Film Festival” di Verona grazie alla sua interpretazione nel cortometraggio “Agata”. Un traguardo che rappresenta una conferma importante per un ragazzo che, dopo aver iniziato il proprio percorso artistico attraverso lo studio della chitarra, ha scoperto nella recitazione una passione sempre più forte, coltivata attraverso la formazione teatrale, i provini e le prime esperienze cinematografiche.
Lei suona la chitarra dall’età di 9 anni e si è diplomato al conservatorio a soli 18 anni. Quanto è stata importante la musica nella sua formazione personale e artistica, e in che modo ha contribuito ad avvicinarla al mondo del teatro?
La musica è stata molto importante nella mia formazione personale, soprattutto perché iniziare a suonare da piccoli insegna la disciplina, la costanza e l’importanza di portare avanti un percorso fino in fondo. Ho sempre avuto anche una passione per la matematica e, in fondo, la musica è strettamente legata ai numeri, ai tempi e alle strutture. Il mio primo contatto con il palcoscenico è arrivato quasi per caso, quando una compagnia teatrale cercava un chitarrista per alcune repliche. Mi ritrovai così a partecipare a uno spettacolo di Raffaele Viviani, “L’ultimo scugnizzo”, nel quale interpretavo anche un piccolo ruolo. Fu un’esperienza bellissima, che mi permise di conoscere da vicino il mondo del teatro e di vivere anche l’emozione di esibirmi fuori dalla mia regione. All’epoca il mio compito principale era suonare, ma quella prima occasione ha rappresentato un punto di partenza importante.
Il suo primo contatto con il palcoscenico è arrivato quando aveva appena 13 anni, grazie alla compagnia teatrale “I Trenta all’Ora” di Casagiove, con la quale ha avuto l’opportunità di esibirsi come chitarrista. Che ricordo conserva di quella prima esperienza e quanto ha influito sul suo successivo percorso nella recitazione?
Conservo un ricordo bellissimo di quell’esperienza, soprattutto per la possibilità di conoscere da vicino il mondo del teatro e di vedere palcoscenici che, a quell’età, mi sembravano enormi. La trasferta in Puglia, ad Altamura, fu particolarmente emozionante: per un ragazzo così giovane, vivere un’esperienza del genere rappresentava qualcosa di speciale. Dopo quelle repliche non continuai subito il percorso con la compagnia, quindi rimase un’esperienza isolata. Tuttavia, continuai a seguirne le attività e ad andare a vedere i loro spettacoli. È stato il mio primo vero contatto con il teatro e, anche se inizialmente non immaginavo che sarebbe diventato una parte importante della mia vita, ha contribuito ad avvicinarmi a quel mondo.
Nel 2022 ha deciso di iscriversi al laboratorio teatrale della stessa compagnia, seguito da Rossella Di Lucca e Gianluca Masone. Quella che inizialmente era una scelta fatta per gioco si è trasformata in una vera esperienza formativa: che cosa ha scoperto di sé durante quei primi passi da attore?
Durante gli anni del liceo ero un ragazzo piuttosto timido e introverso. Da tempo pensavo di avvicinarmi al teatro, anche perché credevo che potesse aiutarmi a sbloccarmi e a sentirmi più a mio agio. Quando ho visto che la compagnia organizzava un laboratorio teatrale, ho deciso di cogliere l’occasione. I docenti mi hanno dato tantissimo, ma la scoperta più importante è stata capire quanto il teatro riuscisse a farmi stare bene. Quando ero alle lezioni o durante le prove, riuscivo a concentrarmi completamente su quello che stavo facendo, lasciando fuori tutto il resto. Per me è diventato anche una valvola di sfogo, un modo per esprimere emozioni e sentimenti attraverso i personaggi. Credo che la recitazione possa aiutare a conoscersi meglio e a trovare una maggiore consapevolezza di sé.
Dopo aver conseguito il diploma in conservatorio, ha iniziato a esplorare con maggiore convinzione il mondo della recitazione, fino a scegliere di dedicarsi ai provini e alle opportunità cinematografiche. Quanto coraggio è servito per investire in questa nuova strada e quali sono state le difficoltà più grandi che ha incontrato all’inizio?
Dopo il diploma in Conservatorio ho iniziato l’università e, per un periodo, ho messo da parte diverse attività. Il desiderio di recitare, però, era rimasto. Una delle mie insegnanti mi consigliò di provare a fare qualche comparsa, anche soltanto per conoscere il set e capire come funzionasse il mondo del cinema. Poco dopo, un amico mi parlò di un casting e decisi di partecipare. Da lì arrivò la possibilità di prendere parte a una produzione girata in Costiera Amalfitana, un’esperienza che mi fece conoscere da vicino un ambiente completamente nuovo. Fu proprio allora che scattò qualcosa: mi resi conto che volevo provare a fare cinema. All’inizio non conoscevo bene il funzionamento dei casting e cercavo soprattutto occasioni per fare esperienza, spesso attraverso cortometraggi. Ho dovuto imparare a preparare i provini, registrare i self-tape e studiare autonomamente, cercando di capire come funzionasse questo mondo. Non è stato un percorso immediato, ma proprio attraverso questi tentativi ho capito che il cinema era la strada che volevo seguire.
Il successivo ritorno al laboratorio teatrale e le prime esperienze come comparsa le hanno permesso di conoscere più da vicino anche il mondo del set. Che cosa l’ha colpita maggiormente del lavoro davanti alla macchina da presa e in che modo queste esperienze hanno cambiato il suo approccio alla recitazione?
Mi ha colpito soprattutto il funzionamento dell’intera macchina cinematografica. Sul set lavorano tantissime persone, ognuna con un compito preciso, e tutti contribuiscono allo stesso risultato. È affascinante vedere come professionalità diverse riescano a collaborare e quanto sia importante il lavoro di ciascuno. Le prime esperienze mi hanno fatto capire anche quanto sia diverso recitare davanti alla macchina da presa rispetto al palcoscenico teatrale. Attraverso i provini e i self-tape ho imparato che davanti alla telecamera serve una naturalezza particolare, più spontanea e vicina alla vita quotidiana. A teatro, invece, bisogna proiettare la voce e farsi percepire anche a distanza, mentre nel cinema è necessario adattare l’interpretazione alle esigenze dell’inquadratura. Ho imparato molto attraverso i tentativi, osservando ciò che funzionava e ciò che dovevo modificare.
Tra le esperienze più significative del suo percorso c’è il cortometraggio “Agata”, nel quale ha interpretato il protagonista. Come si è avvicinato a questo progetto e quali sono state le sfide più importanti nell’interpretare il personaggio?
Ho scoperto il progetto attraverso un annuncio pubblicato sui social, nel quale si cercavano un attore e un’attrice protagonisti con un’età scenica compresa tra i 25 e i 35 anni. Io avevo 21 anni, ma decisi comunque di inviare il provino. Dopo diverse selezioni e ulteriori incontri, arrivai alle fasi finali del casting. Alla fine fui scelto anche perché il personaggio richiedeva determinate caratteristiche fisiche, tra cui la barba, che contribuivano a renderlo più vicino all’immagine che la produzione aveva in mente. È stato un insieme di impegno, occasioni favorevoli e fiducia da parte di chi ha creduto in me, soprattutto considerando che si trattava della mia prima vera esperienza cinematografica da protagonista. Il cortometraggio è nato nell’ambito di “Illumina Short Fest”, un progetto che ha permesso di realizzare le sceneggiature selezionate. Le riprese si sono svolte sull’Isola del Giglio, in un contesto professionale che mi ha fatto vivere da vicino ogni aspetto della produzione. La difficoltà maggiore è stata gestire i ritmi intensi e la stanchezza, con giornate di lavoro che si prolungavano fino a notte fonda. C’era anche una grande responsabilità, perché ero il protagonista e sentivo il peso di dover sostenere il racconto. Un altro aspetto importante è stato il lavoro sulla dizione: proprio in quel periodo seguivo lezioni specifiche che si sono rivelate preziose per affrontare il ruolo nel modo richiesto. Nonostante la fatica, è stata un’esperienza che rivivrei altre mille volte, perché mi ha permesso di realizzare un sogno.
Con “Agata” ha conquistato i riconoscimenti come miglior attore e per la migliore interpretazione al “Believe Film Festival” di Verona, dedicato ai giovani talenti. Che emozione ha provato nel ricevere questi premi e quanto questo risultato ha rafforzato la sua fiducia nel percorso cinematografico che ha scelto di intraprendere?
È stata un’emozione enorme, anche perché non mi aspettavo di vincere. Ero al festival per vivere l’esperienza, vedere i cortometraggi degli altri ragazzi e condividere il lavoro fatto. Il fatto che i nostro progetto fosse stato selezionato rappresentava già una soddisfazione. Quando hanno iniziato a leggere la motivazione del premio, ho cominciato a pensare che potesse trattarsi di me, ma non riuscivo a crederci fino a quando non hanno pronunciato il mio nome. La motivazione sottolineava la capacità di accompagnare l’evoluzione del racconto con una recitazione naturale e sincera, facendo del lavoro di sottrazione la forza dell’interpretazione. È stato particolarmente significativo perché avevo avuto diversi dubbi sulla mia prova: temevo che la dizione molto pulita e il modo di muovermi potessero risultare troppo impostati. Ricevere questo riconoscimento mi ha aiutato a guardare il lavoro da un’altra prospettiva e a capire che ciò che vedevo come un difetto non necessariamente veniva percepito allo stesso modo dagli altri. Soprattutto, è stata una conferma: mi ha fatto capire che posso farcela, che ho delle capacità e che, continuando a impegnarmi, posso provare a costruire qualcosa di concreto nel cinema.
Il percorso di Nicola Melone racconta la scoperta di una passione e il coraggio di trasformarla in un obiettivo concreto. Dalla musica al teatro, fino alle prime esperienze cinematografiche, il giovane attore ha imparato a mettersi in gioco e a riconoscere nella recitazione una strada da seguire con determinazione. Il riconoscimento ottenuto al “Believe Film Festival” con “Agata” rappresenta una tappa importante, ma soprattutto uno stimolo a continuare a crescere, studiare e cercare nuove opportunità. Perché, come dimostra la sua esperienza, a volte basta trovare la propria strada e avere il coraggio di percorrerla per cominciare a trasformare un sogno in realtà





