

Una lettura di «Mulierum mores» di Gaetana Mazza
Ci sono libri che raccontano la Storia attraverso i grandi avvenimenti e i loro protagonisti. E ce ne sono altri che la ricostruiscono attraverso le esistenze di quanti, pur avendola attraversata, ne sono rimasti ai margini.
È il caso di «Mulierum mores. Vita quotidiana della donna di una cittadina del Sud dall’età moderna agli inizi del XX secolo», la monumentale opera in tre tomi di Gaetana Mazza, pubblicata da Aracne nella collana Donne nella storia. Segni, tracce, percorsi.
Un lavoro di straordinaria ampiezza, frutto di anni di paziente e rigorosa ricerca archivistica, che restituisce voce e identità a centinaia di donne vissute nel territorio sarnese, sottraendole all’oblio nel quale la storia ufficiale le aveva spesso confinate.
La solidità scientifica dell’opera poggia su un imponente apparato documentario. Alle fonti inedite, provenienti dall’Archivio diocesano di Sarno, dall’Archivio storico del Comune di Sarno e dall’Archivio di Stato di Salerno, si affiancano numerose fonti edite, tra cui la Storia civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, la Storia del reame di Napoli di Pietro Colletta e l’Archivio Storico Italiano, preziosa raccolta di opere e documenti riguardanti la storia d’Italia.
Ma ciò che rende particolarmente interessante questa ricerca è la capacità di far emergere, dalla freddezza degli atti amministrativi, giudiziari ed ecclesiastici, la complessità delle esistenze individuali.
Nobildonne e contadine, monache e maestre, balie e levatrici, brigantesse e operaie, commercianti e prostitute, donne istruite e analfabete, madri e bambine abbandonate. Un universo femminile variegato, attraversato dalle profonde disuguaglianze sociali, dalle convenzioni morali e dalle contraddizioni di un mondo nel quale essere donna significava, troppo spesso, vedere limitata la propria libertà di scelta.
Alcune vicende colpiscono profondamente e lasciano un senso di inquietudine.
Penso alle bambine abbandonate alla ruota degli esposti, affidate alle balie e spesso destinate a un’infanzia segnata dalla precarietà e dalla sofferenza. Alle giovani povere avviate alla vita monastica, non sempre per vocazione, ma per necessità o convenienza familiare. Alle donne private della possibilità di scegliere il proprio marito, subordinate all’autorità paterna o coniugale, escluse dalla gestione del patrimonio e da molti spazi della vita pubblica.
E poi le violenze: le donne sfregiate, quelle maltrattate e uccise dai mariti, le vicende di violenza sessuale, fino al caso di una bambina di appena otto anni. Storie terribili, che emergono dai documenti giudiziari e che, pur appartenendo a un passato lontano, interrogano dolorosamente il nostro presente.
Particolarmente significative sono anche le pagine dedicate alle donne considerate folli, rinchiuse nei manicomi, talvolta schiacciate da condizioni di vita insostenibili. La loro sofferenza racconta una società spesso incapace di riconoscere il disagio femminile, soprattutto quando esso rompeva gli schemi del comportamento socialmente accettato.
Eppure, ridurre quest’opera a un repertorio di sofferenze e sopraffazioni sarebbe profondamente ingiusto.
Le donne raccontate da Gaetana Mazza non sono soltanto vittime della Storia. Ne sono anche protagoniste, spesso coraggiose, intraprendenti e determinate.
L’autrice documenta il loro contributo fondamentale allo sviluppo economico della città di Sarno, dove la doppia vocazione agricola e industriale favorì un significativo impiego della manodopera femminile.
Donne impegnate nei campi, nella lavorazione della seta, nelle manifatture tessili, nei commerci e nei mestieri più disparati. Lavoratrici sottopagate, spesso sfruttate, costrette a conciliare le fatiche domestiche con quelle produttive, e tuttavia indispensabili all’economia familiare e cittadina.
Accanto a loro troviamo le maestre, le educatrici, le levatrici e tutte quelle figure femminili che contribuirono, anche attraverso l’istruzione e l’assistenza, a trasformare lentamente il tessuto sociale.
Di particolare interesse, anche sotto il profilo pedagogico, è la ricostruzione dell’educazione femminile: dai monasteri ai conservatori, dalle prime esperienze di insegnamento alle difficoltà incontrate dalle bambine delle classi popolari nell’accesso all’istruzione. Un percorso lento e accidentato, nel quale l’apprendimento era spesso subordinato all’educazione religiosa, alla preparazione domestica e al ruolo che la società aveva già assegnato alle future donne.
Non meno sorprendenti sono le pagine dedicate alla partecipazione femminile agli avvenimenti politici: i tumulti popolari, le rivolte, le vicende del brigantaggio, le prese di posizione nei momenti di trasformazione dei regimi. Donne che manifestavano il proprio dissenso, che sfidavano le autorità, che prendevano posizione in una società dalla quale erano formalmente escluse.
Tra le figure sulle quali mi sono soffermata maggiormente c’è Consuelo Abignente, intellettuale sarnese dalla personalità non comune, protagonista di una vicenda umana e culturale che merita particolare attenzione.
La sua scelta sentimentale, il matrimonio con Mariano Orza, un sacerdote che aveva abbandonato l’abito talare, più anziano di lei di undici anni, sfidò le convenzioni e alimentò inevitabilmente le maldicenze di una società poco disposta a riconoscere alle donne il diritto di scegliere liberamente la propria vita.
Ma Consuelo è anche una figura legata al dibattito culturale e politico del suo tempo, all’esperienza giornalistica de Il Carattere e a quell’ambiente intellettuale che attraversò le complesse vicende italiane del primo Novecento.
L’avevo già incontrata durante le mie ricerche su Giovanni Amendola, dedicandole spazio anche nel mio libro. Ritrovarla in quest’opera è stato particolarmente significativo: le ricerche storiche hanno anche questa singolare capacità di farci incontrare nuovamente persone vissute un secolo prima, consentendoci di aggiungere particolari, approfondire relazioni, ricomporre frammenti di esistenze.
È questo, del resto, uno dei meriti più grandi del lavoro di Gaetana Mazza: restituire una dimensione umana a ciò che negli archivi sopravvive soltanto come traccia documentaria.
Nell’introduzione, l’autrice scrive un passaggio che mi ha particolarmente colpito:
«Io so che aspettavano me che le ho sorprese nei conventi, nelle scuole, nei campi, nelle fabbriche, nei bordelli, nei manicomi […]».
In queste parole mi sembra racchiuso il senso più profondo dell’intera ricerca. Non soltanto la volontà di conoscere e documentare, ma quasi il sentimento di una responsabilità verso quelle donne che non hanno potuto raccontarsi, che hanno lasciato di sé soltanto un nome, una supplica, una denuncia, una testimonianza, un atto di nascita o di morte.
Donne che aspettavano qualcuno capace di ritrovarle.
E Gaetana Mazza le ha cercate con la pazienza della storica, seguendo le loro tracce attraverso i secoli, ricomponendo, per quanto possibile, la trama delle loro esistenze.
C’è infine un particolare, affidato alle ultime pagine dell’introduzione, che conferisce all’opera una dimensione ancora più intima e personale.
Sfogliando le carte del Conservatorio di San Francesco Saverio, la studiosa si imbatte in un fascicolo riguardante una giovane di nome Gaetana Mazza, sua omonima, che aveva manifestato fin dalla tenera età il desiderio di ritirarsi dal mondo per abbracciare la vita religiosa.
Quella giovane sarebbe diventata suor Gaetana, una donna che l’autrice aveva avuto la fortuna di conoscere negli anni della propria infanzia e della quale conserva un ricordo affettuoso.
Proprio a lei, alla sua bontà e alla sua testimonianza umana, dedica questo imponente lavoro di ricerca.
Una dedica che commuove per la sua semplicità e che sembra racchiudere il significato dell’intera opera: la memoria non è soltanto ricostruzione del passato, ma anche un legame affettivo capace di attraversare il tempo.
E così, tra le centinaia di donne sottratte all’oblio, trova posto anche una presenza cara all’autrice, una donna che appartiene non soltanto alla storia della sua città, ma alla sua stessa memoria personale.
Ho ricevuto questo prezioso cofanetto un paio di mesi fa e ho impiegato del tempo prima di scriverne. Non poteva essere diversamente. Un’opera di tale ampiezza non si presta a una lettura frettolosa, né può essere facilmente riassunta. È uno di quei libri ai quali si ritorna, nei quali ci si sofferma su un nome, si segue una vicenda, si scopre un particolare inatteso che invita a proseguire la ricerca.
E forse è proprio questa la sua qualità più preziosa: non esaurisce la curiosità del lettore, ma la alimenta continuamente.
Mulierum mores rappresenta un contributo di notevole valore alla storia sociale e alla memoria del nostro territorio. Un patrimonio di conoscenze che merita di essere letto, studiato, consultato e custodito, anche dalle nuove generazioni.
Perché, in fondo, raccontare queste donne significa raccontare anche noi stessi, le nostre origini, le trasformazioni della società, le conquiste e le contraddizioni che ancora ci appartengono.
La storia delle donne non è una storia parallela, marginale o minore. È parte essenziale della nostra storia collettiva.
E Gaetana Mazza, con il rigore della studiosa e la sensibilità di chi sa riconoscere il valore delle vite dimenticate, ce lo ricorda pagina dopo pagina.







