
Si è svolto nella serata di martedi 8 settembre, ad Angri, l’incontro dedicato alla presentazione del libro “Aldo Moro. Il metodo, le idee, l’eredità”, scritto dall’ex parlamentare Tino Iannuzzi insieme ad Alberto Losasso.
L’iniziativa, inserita nel programma di “Angri Cultura”, coordinato dall’assessore alla Cultura Gina Fusco, si è aperta con i saluti istituzionali del sindaco Alfonso Scoppa. A moderare il confronto è stato il giornalista Franco Esposito, direttore de “L’Ora” e storico cronista del territorio.

( foto Marilena Abate)
La presentazione ha offerto l’occasione per ripercorrere la vicenda umana, accademica e politica di Aldo Moro, una delle personalità più autorevoli e complesse della storia repubblicana italiana.
Nel suo intervento Tino Iannuzzi si è soffermato soprattutto sul metodo politico di Moro, fondato sull’ascolto, sul dialogo e sulla capacità di comprendere in anticipo i cambiamenti della società. Una politica che non inseguiva il consenso immediato, ma cercava di costruire prospettive durature e soluzioni capaci di tenere insieme sensibilità, culture e posizioni differenti.
È emerso il ritratto di un uomo umile e riservato, dotato tuttavia di una straordinaria fermezza. Moro sapeva andare controcorrente quando riteneva che una determinata scelta fosse necessaria per il Paese. Non interpretava la mediazione come debolezza o semplice compromesso, ma come uno strumento alto della democrazia e come ricerca paziente di un punto d’incontro tra forze politiche e sociali diverse.
Iannuzzi ha richiamato anche la capacità dello statista di possedere una visione politica proiettata nel futuro. Moro comprese la necessità di ampliare gli spazi della partecipazione democratica e di accompagnare l’evoluzione della società italiana senza lasciare fuori dal sistema politico parti rilevanti del Paese. Una capacità di leggere il proprio tempo che rende ancora oggi attuale il suo pensiero.
Particolare attenzione è stata dedicata al rapporto di Moro con l’università. Nonostante i numerosi e prestigiosi incarichi istituzionali e di governo, egli non abbandonò mai il ruolo di docente, continuando a considerare l’insegnamento e il dialogo con gli studenti una componente fondamentale della propria vita. L’università rappresentava per lui non soltanto un luogo di studio, ma uno spazio di confronto con le nuove generazioni e di formazione delle coscienze.
Accanto allo statista e al professore è stata ricordata anche la dimensione più intima e familiare di Aldo Moro: il legame con la moglie Eleonora, con i figli e con una quotidianità custodita con discrezione, nonostante il peso crescente degli impegni pubblici. Un rapporto con la famiglia che emerge con particolare intensità anche dalle lettere scritte durante i giorni della prigionia.
Il confronto ha inevitabilmente affrontato la pagina più tragica: il sequestro di Aldo Moro, l’uccisione dei cinque uomini della scorta in via Fani, i 55 giorni di prigionia e l’assassinio dello statista da parte delle Brigate Rosse, con il ritrovamento del corpo il 9 maggio 1978 in via Caetani, a Roma.
Un delitto gravissimo che non determinò soltanto la morte di un uomo e di un leader politico, ma produsse conseguenze profonde nella storia contemporanea italiana. Con Moro venne spezzato un percorso politico fondato sul dialogo e sul progressivo coinvolgimento delle diverse forze popolari nella vita democratica. La sua uccisione segnò uno spartiacque per la Repubblica, lasciando interrogativi, ferite e controversie che continuano ad attraversare la memoria collettiva del Paese.
L’incontro di Angri non è stato, dunque, soltanto una commemorazione. Attraverso il libro e gli interventi è stato rilanciato il valore dell’eredità di Moro: una politica vissuta come servizio, nutrita dallo studio, capace di ascoltare e di guardare oltre le convenienze del presente.
Un messaggio particolarmente significativo in una stagione nella quale il confronto pubblico appare spesso dominato dalla contrapposizione immediata. Ricordare Aldo Moro significa tornare a interrogarsi sul valore delle istituzioni, sulla responsabilità della classe dirigente e sulla necessità di recuperare una visione politica all’altezza delle trasformazioni della società.







