
Un sentiero borbonico immerso nella natura, il profumo della roccia vulcanica e la luce calda del tramonto che sfuma sul mare. In uno degli scenari più suggestivi e mozzafiato del patrimonio campano, il Pomigliano Jazz ha regalato al suo pubblico un appuntamento indimenticabile lungo l’Antica Strada del Vesuvio. Un rito collettivo fatto di musica, parola e paesaggio, dove la letteratura di Maurizio De Giovanni, il sax di Marco Zurzolo e la voce di Marianita Carfora danno vita ai sogni e alla memoria di Napoli.
Con la sua XXXI edizione, il Pomigliano Jazz Campania cambia ritmo e trasforma la sua programmazione in un unico grande viaggio articolato in tre momenti dell’anno. Nel 2026 la rassegna accompagna il pubblico lungo un percorso più ampio: dall’anteprima estiva ad Avella, alla fase tra il Vesuvio e Cimitile, fino ai prossimi appuntamenti autunnali tra Pomigliano d’Arco e Napoli. Ogni tappa non è un semplice concerto, ma un intreccio profondo tra musica, territorio, paesaggio e racconto.

Il quinto appuntamento di questo viaggio ha visto il festival fare tappa per la seconda volta sul Vesuvio, lungo il sentiero numero 6 della Strada Matrone. L’esperienza è iniziata nel primo pomeriggio con una passeggiata guidata lungo l’antico sentiero: un’immersione nella natura arricchita dalla degustazione dei prodotti tipici della terra vesuviana, dal vino Lacryma Christi delle Cantine Quirinoli alle eccellenze locali come il pisello 100 giorni de “Il Tomolo” e le celebri albicocche “pellachielle” del Vesuvio. Un momento di condivisione sostenuto anche dalle istituzioni, con la partecipazione del Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, Raffaele De Luca, e del Generale Angelo Marciano per il Nucleo Carabinieri Tutela Biodiversità di Trecase. Una presenza corale per ribadire un impegno chiaro e condiviso: tutelare la bellezza del Vesuvio per consegnarla integra alle future generazioni, coltivando e valorizzando, al contempo, il talento dei giovani. Poi, quando l’aria ha iniziato a rinfrescarsi e il sole ha cominciato la sua discesa sul mare, l’atmosfera si è scaldata con le sonorità sperimentali di Marco De Falco e la sua performance Interferenze Sonore, vera e propria porta d’ingresso verso la dimensione emotiva dello spettacolo principale.
Quando Maurizio De Giovanni e Marco Zurzolo sono saliti sul palco, è iniziato un incontro intimo e profondo. Canzoni per Ricciardi, con l’adattamento e la scrittura scenica di Annamaria Russo, non è un semplice spettacolo teatrale o un concerto: è un dispositivo narrativo e affettivo che intreccia parola, memoria e musica, portando fuori dalle pagine dei romanzi i momenti più significativi della storia del commissario ideato da De Giovanni.

Sul palco, la straordinaria capacità affabulatoria dello scrittore ha trovato nei musicisti dei veri co-narratori. Le parole e le note si sono incontrate per regalarci ore intrise di assoluta bellezza. La musica non si è limitata ad accompagnare, ma è stata la vera protagonista dei racconti, facendo prendere vita ai tanti personaggi della saga. Il sassofono viscerale di Marco Zurzolo ha intessuto un dialogo fitto con la voce incantevole della cantattrice Marianita Carfora, capace di dare corpo e anima alle figure femminili della storia — da Sisinella a Rosinella, da Cettina a Vincenza Esposito —, mentre la fisarmonica di Rocco Zaccagnino, la chitarra di Giacinto Piracci e il contrabbasso di Diego Imparato costruivano un’architettura sonora ricca e stratificata.
Le canzoni della grande tradizione partenopea e non solo — da Voce ‘e notte a Passione, fino a una commovente Io te vurria vasà cantata in coro da un pubblico del tutto partecipe — sono diventate luoghi dell’anima, custodi di ricordi capaci di riattivare una memoria collettiva che attraversa le generazioni.

Attraverso i dialoghi e le melodie, sono emersi i grandi temi del mondo di Ricciardi: la perdita, il dolore, la caduta, ma soprattutto la natura sottile dei sogni. «La morte che cos’è se non il fatto che ti tolgono i sogni, il futuro?», è risuonato tra le rocce del vulcano. E ancora la riflessione sul potere contagioso delle illusioni: i sogni infettano tutti come il colera, c’è sempre il rischio del contagio. Quelli degli artisti, poi, sono i più strani, perché nascono da altri sogni, illudono e spingono a fare fesserie. Per questo esiste il sipario: per indicare che lo spettacolo è finito e separare il sogno dalla vita vera, anche se spesso ce ne dimentichiamo.
In questa dimensione sospesa, anche lo strumento musicale ha rivelato la sua natura più profonda. Se non lo segui sembra solo suono, ma se ascolti con attenzione ti accorgi che ti sta raccontando una storia. E sul Vesuvio, al calar del sole, quella storia l’abbiamo ascoltata e vissuta tutti insieme, ritrovandoci per una notte dentro lo stesso incantevole sogno.






