
IL FUTURO NEGATO: UNA GENERAZIONE CHE NON VUOLE PIÙ TACERE
Abbiamo consegnato ai giovani un mondo pieno di problemi, svuotato di certezze e impoverito di opportunità. Poi abbiamo anche il coraggio di rimproverarli perché protestano.
Li abbiamo cresciuti dicendo che studiare avrebbe aperto loro le porte, che lavorare avrebbe garantito indipendenza, che impegnarsi sarebbe bastato per costruirsi una vita dignitosa. Oggi, però, troppi si ritrovano davanti a una realtà che smentisce quelle promesse: stipendi insufficienti, contratti precari, affitti inaccessibili e un futuro che sembra riservato soltanto a chi può permetterselo.
E mentre una generazione lotta per conquistare ciò che dovrebbe essere normale, c’è ancora chi la definisce pigra, fragile, incapace di sacrificarsi. È più facile accusare i giovani che riconoscere le responsabilità di una società che li costringe a combattere per ogni diritto.
Ci scandalizza la loro rabbia, ma non l’ingiustizia che la alimenta. Ci disturba il rumore delle piazze, ma tolleriamo da troppo tempo il silenzio davanti ai loro problemi.
Abbiamo trasformato la precarietà in una condizione da accettare, il sacrificio in un obbligo permanente e l’indipendenza in un privilegio economico. Chiediamo ai ragazzi di essere ambiziosi, ma offriamo loro poche garanzie. Pretendiamo che costruiscano il futuro, ma li lasciamo fare i conti con ostacoli che la sola volontà non può abbattere.
E quando qualcuno resta indietro, la colpa ricade quasi sempre su di lui. Non si è impegnato abbastanza. Non ha saputo adattarsi. Non ha avuto la forza di reagire.
È questa la più grande ipocrisia: trasformare le disuguaglianze in colpe personali e poi chiamare meritocrazia un sistema in cui non tutti hanno le stesse possibilità.
Non si può parlare di libertà a chi non può permettersi di andare via di casa. Non si può celebrare il valore del lavoro quando lavorare non basta sempre a vivere dignitosamente. Non si può esaltare il diritto allo studio se le condizioni economiche rischiano di escludere proprio chi avrebbe più bisogno di un’opportunità.
E non si può chiedere fiducia a chi ha visto troppe promesse trasformarsi in delusioni.
La responsabilità non è soltanto di chi governa, ma anche di una cultura che ha imparato ad accettare l’inaccettabile, che misura il valore delle persone sulla loro produttività e che troppo spesso considera inevitabili ingiustizie che potrebbero essere affrontate con scelte concrete.
Il problema non è una generazione che pretende troppo. Il problema è una società che si è abituata a offrire troppo poco.
Questi giovani non chiedono privilegi. Chiedono dignità, diritti, opportunità e la possibilità di scegliere il proprio futuro senza essere condannati dalle proprie condizioni di partenza.
E se per ottenere tutto questo devono riempire le piazze, allora dovremmo smettere di domandarci perché protestano e iniziare a domandarci perché siamo arrivati a questo punto.
Perché una società si giudica anche da ciò che lascia alle generazioni successive. E quando i figli sono costretti a lottare per un futuro che dovrebbe essere loro garantito, non basta più parlare di progresso, crescita e opportunità.
Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: una promessa tradita, una responsabilità collettiva e un futuro che rischiamo di sottrarre a chi non ha ancora avuto la possibilità di viverlo.
E la domanda finale è semplice, brutale, impossibile da ignorare: con quale diritto chiediamo ai giovani di credere nel domani, se siamo noi i primi a non garantire loro la possibilità di costruirlo?




