
Alla luce della lettera giunta in redazione ad Agrotoday e della denuncia presentata al deputato Francesco Emilio Borrelli, ho sentito la necessità di elaborare una riflessione sociologica su quanto accaduto a Nocera Superiore, nei pressi della stazione ferroviaria, dove un ragazzo di quindici anni è stato brutalmente aggredito da un gruppo di coetanei.

L’episodio, che ha suscitato sgomento e indignazione nella comunità locale, non può essere letto solo come un fatto di cronaca. Esso rappresenta un campanello d’allarme sociale, un sintomo evidente del malessere profondo che attraversa le nuove generazioni e che interroga le istituzioni educative, le famiglie e la società civile.
La violenza esercitata dal gruppo appare come una manifestazione di anomia, secondo la definizione di Émile Durkheim: una crisi di valori e di norme condivise che porta gli individui, in particolare i giovani, a non riconoscere più i limiti tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. In un contesto dove i modelli di riferimento si fanno instabili e la comunità perde la sua funzione regolatrice, l’atto aggressivo diventa un linguaggio alternativo, una forma distorta di comunicazione e di autoaffermazione.

Questo comportamento collettivo evidenzia la presenza di dinamiche di gruppo tipiche della devianza giovanile, dove il bisogno di appartenenza e riconoscimento si traduce in sopraffazione. Il gruppo, agendo in modo anonimo e corale, deresponsabilizza i singoli e amplifica l’impulso violento, producendo una sorta di “catarsi sociale” che sfocia nella distruzione dell’altro.
La scelta del luogo, la stazione ferroviaria , e dell’orario, la prima serata, confermano la progressiva perdita della sicurezza negli spazi pubblici. Luoghi di passaggio e di socialità si trasformano in scenari di aggressione, segno che i confini simbolici del rispetto e della coesistenza civile si stanno erodendo.
In questo quadro, emerge il fallimento della rete educativa e relazionale: la famiglia, la scuola, la comunità e le istituzioni locali sembrano aver smarrito la capacità di esercitare un controllo sociale informale, quello che previene i comportamenti devianti attraverso la vicinanza, l’ascolto e il senso di responsabilità collettiva.
L’indignazione e la paura che attraversano la cittadinanza, espresse anche nella lettera arrivata in redazione, riflettono un sentimento diffuso di impotenza morale: la percezione che la violenza giovanile non sia più un’eccezione, ma una possibile normalità. Tuttavia, questo sentimento può e deve trasformarsi in coscienza civica attiva.
La risposta non può limitarsi alla repressione o al pattugliamento: serve una strategia culturale e sociale che ricostruisca il senso della comunità, della responsabilità e dell’empatia. La violenza, oggi, è il sintomo visibile di una più ampia crisi di riconoscimento, come direbbe Axel Honneth: i giovani non si sentono visti, ascoltati, valorizzati e cercano, nel gesto estremo, di imporre la propria esistenza.

Filosofo tedesco
Riconnettere le nuove generazioni al tessuto sociale significa restituire loro linguaggi diversi da quello della forza: il linguaggio del rispetto, della partecipazione e della cura.
Solo così episodi come quello di Nocera Superiore potranno tornare a essere l’eccezione, non la regola.
Zygmunt Bauman avrebbe offerto una chiave di lettura lucida e inquietante di un episodio come quello di Nocera Superiore, legandolo alla sua visione della modernità liquida e alla crisi dei legami sociali nella società contemporanea.

Sociologo e filosofo britannico-polacco
Per il sociologo polacco naturalizzato britannico,, la nostra epoca è caratterizzata da una condizione di liquidità: le strutture che un tempo davano stabilità, famiglia, scuola, comunità, religione, politica, si sono disgregate o rese instabili.
Nella “modernità liquida”, i legami tra le persone diventano fragili, temporanei, reversibili, e ciò produce insicurezza esistenziale.
In un contesto del genere, i giovani crescono spesso senza punti di riferimento stabili, immersi in una società che valorizza l’immagine, la competizione e la visibilità più che l’empatia o la solidarietà. L’aggressione di gruppo diventa allora una risposta disfunzionale a un vuoto di senso: un modo per sentirsi parte di qualcosa, anche se quel qualcosa è distruttivo. Il professore della cosiddetta modernità liquida direbbe che non si tratta tanto di “cattiveria” individuale, quanto di un fallimento relazionale.
La violenza nasce dall’incapacità di costruire relazioni autentiche e durature: i ragazzi cercano legami “forti” in un mondo di legami deboli, e trovano nell’atto violento un’esperienza condivisa di potere e appartenenza.
Bauman, parla spesso della “moralità liquida”: una condizione in cui le persone non si sentono più vincolate da norme morali comuni, perché i contesti cambiano continuamente e nessuno si sente davvero responsabile delle proprie azioni.
In gruppo, questa deresponsabilizzazione si amplifica: ciascuno si sente “uno tra molti”, e il senso di colpa si dissolve.
Nel caso dell’aggressione, la dinamica di branco rappresenta esattamente questa dissoluzione del senso morale individuale. La violenza è diffusa nel gruppo e, proprio per questo, nessuno se ne sente pienamente autore.
Il filosofo di origine ebraica parlerebbe anche della crisi della comunità: oggi viviamo “fianco a fianco” ma non insieme.
L’episodio di Nocera Superiore, avvenuto in un luogo pubblico, davanti a potenziali testimoni, mostra come l’indifferenza sociale sia diventata un tratto strutturale. L’altro, anche quando soffre, non è più riconosciuto come parte del nostro stesso mondo morale.
Bauman avrebbe detto che la violenza dei giovani è lo specchio della violenza simbolica della società adulta: una società che esclude, ignora, o banalizza il dolore.
Questo grande intellettuale non avrebbe proposto solo più controllo o repressione.
Avrebbe invitato a ricostruire legami di prossimità, a rimettere al centro l’educazione affettiva e comunitaria, a creare spazi in cui i giovani possano sentirsi riconosciuti, non solo sorvegliati.
Avrebbe scritto qualcosa come: “Il problema non è che i giovani non abbiano regole, ma che non trovino adulti credibili da cui apprenderle.”
E la sua risposta sarebbe una: ricostruire la comunità morale, non come controllo, ma come presenza umana e responsabilità condivisa.
Annalisa Capaldo, sociologa, giornalista e madre








