Viaggio nel profondo di Jan Fabre con Giornale Notturno interpretato da Lino Musella

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Jan Fabre non è solo una persona. E’ un artista, uno spazio mentale e di azione in cui convergono ispirazioni e gesti dettati dalla ricerca e dall’Arte. E’ un individuo ma il suo mondo interiore indaga sugli universali, diventa ipotesi di un universale. Parlare di sè nel suo caso vuol dire raccontare anche uno squarcio di umano. Come accade in molte sue opere. L’uomo che regge la croce è lui ma anche suo zio, ma anche l’umanità o L’uomo che misura le nuvole è sempre dal sè che parte per arrivare a un concetto meraviglioso di sguardo che supera i limiti. Jan Fabre diventa segno, o aspira a diventarlo, le cui tracce sono entità.

Al Politeama di Napoli è andato in scena, per un solo giorno il 18 aprile, lo spettacolo “The Night Writer – Giornale Notturno”, Lino Musella ha interpretato lo stesso Jan Fabre che racconta di sè. Uno spettacolo che parte da parole scritte nel suo prezioso diario pubblicato in volumi (in Italia dalla Cronopio) e anche in questo caso lascia il segno.

Molti che hanno visto in Fabre l’espressione egocentrica di chi cerca il riflesso di sé, come capita con alcuni artisti, si sono dovuti ricredere. Le parole di Fabre riecheggiano, ci appartengono, raccontano storie e non solo le sue. Storie di essenze a volte, storie comiche, come la vita, altre volte.

Un momento, un pezzo, un tassello di questo artista a Napoli che va a completare il quadro delle sue esposizioni in giro per la città: si chiama Oro Rosso il progetto che prevede installazioni al Museo di Capodimonte, del Pio Monte di Misericordia, del Madre e della galleria Trisorio. A interpretare Jan Fabre è Lino Musella. L’attore riesce completamente a dare corpo alle pagine interiori di Fabre, riesce a stupire, a sospendere, come solo un interprete di grande spessore sa fare.

E non è, come qualcuno sostiene, solo la capacità d’attore a rendere forte lo spettacolo: le parole, a volte icastiche sculture, associate a date a tempi, sono quelle di un poeta. Il registro, variabile, è quello tra interiezione e poesia. Sono toccati tutti i temi della vita, dal percorso autobiografico, in particolare nel rapporto con suo fratello, scomparso prematuramente, in cui identifica il suo volto, al mondo letto di azioni e pensieri che si associano nel viaggio della vita. Possibili in cui perdersi. Amore, morte, sesso, vita, ironia, vivono in segni, in voci, in parole e nei gesti naturali di un attore che agisce nella lentezza del sè. Una voce profonda e a volte piena che racconta, proprio come nel suo ‘giornale’ i frammenti di storie che compongono il puzzle di una vita a tasselli.

Ripensa, ridiscute, rielabora. I toni sono a volte distaccati come quelli di uno speaker a volte partecipi come un sangue pulsante. Sono la vita. “Io sono un errore perché voglio essere un errore” afferma in un testo molto concitato l’artista che gioca alla riduzione del senso, al denudarsi di pensieri anche scomodi.

La scena, semplice, dominata dalla presenza di Lino Musella, l’attore- Fabre, che seduto, per lo più, in una scrivania, si racconta. Agisce, legge, si accende sigarette,  in questo scenario di sabbia e pietre, plasmato dalla regia, testo, scene di Fabre. In alto sulla scena vengono proiettate alcune delle frasi pronunciate, come scolpite nell’aria. Frasi che, come stoccate alla coscienza, sono un rimando visivo al concetto, parola scritta che rimane. Così si possono apprezzare con più pazienza, lasciare che fermamente facciano il proprio percorso. “Ogni vera bellezza è scomoda”. “Io sono un errore perchè voglio essere un errore”. “Ho fatto gocciolare il sangue del mio pensiero”. “Che i nostri corpi piangano per evitare una catastrofe”. “Pensare è un’eredità dell’anima“.”La bellezza è un cumulo di macerie”.

Sono gocce di quello stesso fiume in cui, come si può vedere dal video finale, si perdono le stesse parole scolpite dall’autore. La suggestione colpisce ogni spettatore, che insieme a Fabre-Musella fa il suo viaggio. E lascia scorrere questo flusso tra inizio e fine. Come ben ci racconta, in chiusura, il video proiettato del 1988 “Questa pazzia è fantastica!”: un giovane Fabre che da una piccola barca lascia cadere in acqua una serie di parole blu, sul fiume Schelda- Traghetta parole, novello Caronte, tra essere e non essere, tra vita e morte e verso l’indefinito.

La sola data annunciata, sembra quasi un regalo, di fatto è una sorta di disvelamento pubblico dell’autore che apre il sè agli altri, dopo aver pubblicato il suo ‘giornale’ prova a metterlo in scena. Un regalo che rientra nella rassegna “Confini aperti”, divisa tra la sala del Teatro Area Nord a Piscinola e quella di via Monte di Dio e organizzata da Teatri Associati di Napoli, che quest’anno ha idealmente unito centro e periferia cittadini con questa programmazione che ha chiuso il 27 aprile con lo spettacolo, unica data campana,  “Luciano” di Dario Manfredini.

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