Uscita di emergenza: il mondo impermanente di Manlio Santanelli interpretato dal duo Rigillo e di Palma

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Il movimento della terra ha un suono, il profondo rumore del suo spostarsi, il ritmo dell’inquietudine nel percepire il cambiamento, il tempo dell’impermanenza, la melodia della paura dell’ignoto. Con questo impatto sonoro si apre lo spettacolo Uscita di emergenza, scritto da Manlio Santanelli e interpretato da Mariano Rigillo e Claudio di Palma (che ne firma anche la regia)  e che, dopo quasi vent’anni, torna al teatro San Ferdinando di Napoli, dov’era andato in scena il 7 novembre del 1980. Scritto nel 1979, legato al fenomeno del bradisismo, già attivo negli anni ’70, fu rappresentato proprio in questo teatro, pochi giorni prima la scossa di terremoto che il 22 novembre  sconvolse la Campania. Un testo visionario e anticipatore di una dolorosa e irrimediabile frattura.

Il dialogo tra due personaggi-margine, tra Pacebene, un ex sacrestano e Cirillo, un ex suggeritore, avviene in uno spazio senza contorni che è quello di un palazzo abbandonato in un quartiere disabitato. E  qui si intrecciano dialoghi, percorsi, dimensioni, finzioni e realtà. Aspetti complementari di una stessa identità disgregata, il mondo di fede e il mondo di ragione, i due uomini, che hanno vissuto una vita dietro le quinte, della chiesa e del teatro, sostenendone e creandone la ritualità, ora, in uno spazio sospeso, in cui diventano protagonisti.  Il loro passato riempie la dinamica della loro identità.

La scena, firmata Luigi Ferrigno, ricolloca con chiarezza la storia, che mantiene intatta la sua attualità, in uno scenario napoletano: è sui resti della statua del corpo di Napoli che, al centro, si trova una grande piattaforma da cui spesso i due uomini si raccontano. Al posto dei letti, che da sempre accompagnano lo spettacolo, proprio qui sopra vengono posti i sacchi a pelo, che rimandano con chiarezza al senso di impermanenza. Lo spazio scenico si sviluppa su più livelli. La zona in alto è frequentata solo da Pacebene, forse per il suo rapporto con il divino, che da lì, da quella sorta di balcone a cui si arriva dal gabinetto, dialoga con un mondo di fantasmi o presunti tali.

I due approcci alla vita si incontrano e confrontano, nella finzione. Il suggeritore medita, riflette, commenta, mentre il sacrestano racconta storie che, piano piano, fino al culmine di un finto auto-avvelenamento, si comprende potrebbero essere tutte finte. E’ Pacebene che fa teatro. Mentre Cirillo racconta, immagina.  Si finge e si inganna, si racconta ma non si sa se è vero, proprio come a teatro. Pacebene spia, mette le mani nel privato di Cirillo, tra le sue carte, per scoprire segreti e ombre. Mantenendo una grande gelosia per questo mondo femminile attraversato e vissuto da Cirillo, tra attrici e moglie, e che a lui non è dato conoscere se non nelle vesti di una bambina, forse. Il rapporto tra i due non si sa che livello di dipendenza può raggiungere e che profondità di interesse, ma il fatto è che nessuno dei due ha senso senza l’altro.

Riproporre un testo del genere significa dare vita, corpo alle parole di Manlio Santanelli che hanno ancora molto da raccontare. Come sempre accade in un testo che sceglie la parola come dinamica, come inflessione e come rappresentazione sono le interpretazioni a fare la differenza. La storia prende forma nella complessità dell’ordito delle parole, nelle allusioni continue tra giochi verbali e rimandi intellettuali, a seconda della resa, della lettura. Ogni parola può e deve avere un peso.  E la coppia Rigillo- di Palma riesce pienamente a dare una lettura credibile e solida. Il dialogo è una scelta teatrale complessa, in cui Santanelli esprime bene la visione dualistica, ormai frattura dell’Io e anti-io, del bene e del male che si inseguono tra sogni e bugie. Fatto sta che quando Rigillo racconta i suoi sogni o, in particolare, la sua storia con la ‘signora’, l’attrice, sospende davvero il tempo. Qualcosa di magico accade. Ben centrato anche il personaggio di Pacebene, interpretato da di Palma, con la sua ambiguità incomprensibile, sospesa, le sue messe (riti religiosi o presunti) a cielo aperto, i suoi tentativi di arricchire una vita che mostra la sua assoluta dissoluzione. Il  ritmo in questo tipo di percorso teatrale a due è determinante e se nel primo atto ci sono dei momenti di lentezza, nel secondo si riprende con una declinare di immagini e di rimandi che riesce a coinvolgere molto di più. Il dialogo viene aiutato e sostenuto da un inquietante tappeto sonoro di Paolo Coletta che contribuisce al gioco di sospensione e astrazione.

L’incontro in questo tempo sospeso, racconta la dissoluzione del rapporto umano, racconta le forme di autoreferenzialità dell’impermanenza. Un incontro che sa di triste, di abbandono, di finale, in una dimensione in cui sembra tutto vano.  Rimangono solo quegli abbracci, ogni volta che si sente la terra tremare e vivere, quell’umanità da cui non si può scappare.  L’unica ipotesi alternativa che resta plausibile, che può diventare vera ma che i due non sapranno mai concretizzare, è attraversare, come immagina Cirillo, quell’uscita di scena, laterale, forzata dalla rappresentazione (-vita): arrivare in uno spazio del fuori, in un altrove prendendo  l’Uscita d’emergenza.

Lo spettacolo, prodotto dal teatro stabile di Napoli- teatro Nazionale con cui riapre la sua stagione, resta in scena fino al 5 novembre.

 

 

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