Marra, partiamo dal titolo. C’è una frase di don Antonio, verso la fine del film, illuminante per comprenderne il senso. Può spiegarcelo?
L’equilibrio è quella maledetta sensazione ed emozione, che si prova oggi più che in altri tempi, in relazione a quale possa essere una strada da seguire. Il titolo è naturalmente provocatorio, è sempre stato quello per me. È un’invocazione a trovare sempre un filo in un mondo di persone che ti esortano a camminare in una direzione precisa, che per loro è quella giusta. Il film, invece, è una esortazione a non avere paura, ed è su questo invito che si snoda tutta la storia del protagonista. Il concetto del “non avere paura” contrasta radicalmente quello dell’equilibrio”.

Lei ha dichiarato in passato di aver ricevuto una formazione cattolica. Quanto ha inciso questo suo percorso nella realizzazione di questo film?
“La formazione cattolica ha inciso molto, perché io sono cresciuto con il fratello di mio padre sacerdote, gesuita; con altri due sacerdoti in famiglia molto importanti per me. Anche da parte di mia mamma, di mia nonna, ho ricevuto un’educazione cattolica. Ma era anche una promessa che io feci a me stesso e a mio padre, che un giorno avrei fatto un film con un tema cristologico. Quando è arrivata la storia giusta, per poter usare quella che per me è una delle cose che mi interessa di più nel cinema, cioè l’allegoria, mi sono buttato in questa avventura”.

Equilibrium parla di criminalità, di mafia, delle tormentate terre del Sud Italia, un tema che non è nuovo alla sua produzione. Sono argomenti molto delicati da trattare, e che pongono diverse sfide e difficoltà nella loro traduzione cinematografica. Quali sono le principali che ha incontrato?
“Parlare della criminalità oggi, soprattutto nella mia terra, a Napoli, è complicato, perché esiste una overdose di immagini, c’è una iperesposizione. L’idea era quella di riuscire a fare un discorso diverso, alternativo. Mi occupo di questo macrotema dagli esordi, ma ho sempre cercato di metterci un dato della condizione del Sud dentro i miei film: quei personaggi rappresentano una condizione collettiva. Non mi è mai piaciuta, invece, la spettacolarizzazione. L’ho sempre visto come un problema, una ferita aperta, delle vene sanguinanti, e il racconto che volevo fare era anche metaforico rispetto a quello che succede in questo martoriato territorio”.

Equilibrium è ambientato nella zona di Napoli, e dà quindi una rappresentazione del Sud Italia e delle sue contraddizioni. L’obiezione che qualcuno fa a registi, scrittori e artisti che danno spazio a questa componente di denuncia è di diffondere una visione negativa della propria terra. Cosa risponderebbe a questa obiezione?
“Io posso parlare per me, e per me la mia terra è sempre stata una parte sempre molto importante nella mia vita: ha rappresentato molto di più che un luogo fisico. L’idea è stata anche quella di raccontare attraverso lo strumento cinematografico una realtà che fa male, che è un dolore. Spesso può essere interpretata anche come una richiesta di aiuto, andando a toccare dei territori. Il problema è come le fai le cose, non solo cosa dici. Se c’è una spettacolarizzazione del problema, quello è un altro discorso. Io ho cercato sempre di dare molta dignità, e anche molto dolore, che è diverso dall’affrontare il problema in modo superficiale”. 

Si è ispirato a qualcuno per la figura di don Giuseppe? Magari a don Pino Puglisi?
“Più in alto. Mi sono ispirato direttamente a Cristo, volevo un personaggio che rappresentasse il cammino di Cristo in terra. Volevo fare un film cristologico, e volevo riuscire a trovare un modo allegorico per metterci tutti i passi biblici, entro il cammino di un essere umano. Nell’osservazione della realtà, una delle cose che mi dà molto fastidio è l’immobilismo che la società ha creato dentro di noi attraverso lo strumento della paura. Anche questo Paese, questa città, è bloccata dalla paura, intimidita. La paura non è solo terrorismo, morte, malattia; è diventata così forte che oggi la gente ha paura di tutto: dei rapporti, di mettersi in mostra, di esprimere le proprie opinioni, e di quello che è in controtendenza con un cammino cristologico. Invece, c’è la possibilità di pagare eventualmente le conseguenze delle proprie scelte”. 

Che è quello che fa don Giuseppe nel film.
“Esatto. Lui va con coraggio, e non si lascia frenare dalle eventuali conseguenze, anche tragiche, delle proprie azioni. Cosa che oggi difficilmente accade. Nelle persone c’è anche la paura di protestare per un’ingiustizia. L’idea era quindi questa: anche un monito a me stesso di ricordarmi che viviamo una volta sola e spesso e volentieri abbiamo la possibilità di avere coraggio, di non essere bloccati, di essere liberi dentro”.

Alla fine, però, don Giuseppe fallisce…
“Non fallisce per niente don Giuseppe. Chi vede il film e lo apprezza sa che don Giuseppe non fallisce, perché la Chiesa piena fallisce. Il ragazzino che sta fuori e don Giuseppe non hanno fallito. Non è che siccome c’è una Chiesa stracolma di persone quelli hanno vinto: hanno perso. È il ribaltamento dell’ovvietà che ho cercato di comunicare. Se tu combatti contro qualcuno che è oggettivamente più forte di te, non è importante la vittoria finale, ma quanto hai combattuto. L’importante è che non ti sei piegato, che non hai chiuso gli occhi, come afferma anche il protagonista. L’idea della vita sottesa è quella di un tramandare memorie, concetti ed essenze a tutti coloro che verranno dopo. Se la vita è solo questa, oggi e qui, allora forse sì. Ma non è per questo che ho voluto fare questo film”.

Nel film lei rappresenta due facce della Chiesa: una coraggiosa, pronta a sacrificarsi per cambiare le cose, una più conservatrice, che parte dal presupposto di non poter davvero incidere laddove lo Stato manca. È una rappresentazione che parte dalla sua esperienza diretta?
“Sì, sono partito da una esperienza personale. Ho vissuto un’esperienza non bella.Volevo fare un documentario su questo tema. Si è trattato di un’esperienza molto negativa, che mi ha causato dolore. E ho cercato di trasfigurarla nel cinema”.

Quello che colpisce, in realtà, è che non c’è un eroe contrapposto a un “cattivo”, ma forse due posizioni che sono, a loro modo, umane, comprensibili.
“Quando finisce il film, ho visto che molte persone hanno una reazione molto forte in relazione a don Antonio. In realtà, don Antonio non è un colpevole, non spetterebbe a lui fare quello che il pubblico gli chiede. È certo che tutti noi parteggiamo per don Giuseppe – salvo poi dimenticarcelo 10 minuti dopo nella vita -, ma la cosa importante è cercare di capire che anche quello è un prete, e un prete non è un poliziotto. Non sta a lui cambiare le cose, non è lui che deve sostituirsi al ruolo dello Stato, per usare una battuta che lui stesso fa nel film. Poi è chiaro che uno come me si schiera in maniera molto empatica con l’altro. Ma quello che dice don Antonio è anche vero: il film è ambientato in un luogo dove sei abbandonato da tutti. Ho battuto la periferia della mia città in lungo e in largo, da quando avevo 25 anni. Poi sono tornato, ho rivisto: e i problemi sono tutti tali e quali”.”.