Il Museo Archeologico Provinciale dell’Agro Nocerino sito a Nocera Inferiore è stato inaugurato nel 1964 per ospitare la collezione “Pisani” formata da reperti archeologici provenienti dalle tombe protostoriche di San Marzano sul Sarno, e i reperti provenienti dagli scavi della Direzione dei Musei Provinciali, che ha lavorato dal 1957 in poi presso le necropoli di località Pareti di Nocera Superiore, non lontano dal Teatro ellenistico-romano di Nuceria Alfaterna e alcuni materiali provenienti da una collezione civica di Angri. Il Museo è ospitato presso un’ala del convento di Sant’Antonio che nacque nella seconda metà del XIII secolo come convento francescano, voluto e portato a compimento dalla famiglia Filangieri.

 

 

La visita al Museo non segue, per problemi di spazio, un percorso cronologico e dunque sono i reperti ad adeguarsi ai vani espositivi. Il percorso che si descrive a grandi linee è dunque inevitabilmente discontinuo nelle datazioni dei reperti. Il percorso, così, parte da elementi lapidei, fra i quali il pezzo più interessante è costituito dal sarcofago romano di III secolo d.C., riutilizzato durante il Tardoantico. Il sarcofago di marmo bianco è lungo due metri e diciassette centimetri e alto cinquantotto centimetri. Il sarcofago mostra su entrambi i lati più lunghi una decorazione, a rilievo sul lato principale, incisa sul retro. Le decorazioni a rilievo raffigurano due grandi Nikai alate di profilo che convergono verso il centro dove un clipeo (nella terminologia dell’arte romana, il termine clipeus passò da scudo metallico a indicare in seguito un ritratto iscritto in uno spazio rotondo) doveva ospitare un tempo, l’immagine del defunto o della defunta. La Nike è la Vittoria per eccellenza e nel mondo romano ebbe particolare fortuna come allegoria della vittoria sulla morte: di qui la sua presenza sui sarcofagi, ma anche negli archi trionfali o direttamente collegata a un condottiero o all’imperatore. La particolarità del reperto risiede nell’essere stato reimpiegato in età tardoantica (fine del VI secolo d.C.), sì che il lato, un tempo costituente il retro, diviene, in questa seconda fase, il principale. Esso contiene un breve testo iscritto incorniciato superiormente da racemi di vite con grappoli e foglie. Il testo, scritto è racchiuso da due candelabri accesi, recita: “Domine libera animam meam de manu inferni cum adciperit me”, “Oh Signore, libera la mia anima dalla mano dell’inferno quando si sarà impadronita di me”. Il testo racchiude il senso della preghiera come conforto per la salvezza eterna, in una forma ben diversa, e più meditata sotto il profilo spirituale, di quanto avveniva nell’epigrafia funeraria dei primi secoli del Cristianesimo, in genere caratterizzata dalla più semplice formula hic requiescit in pace (qui riposa in pace) seguita dal nome e dall’età del defunto. In un piccolo spazio, lungo una scala a chiocciola, adornato da pannelli con varie raffigurazioni, vi sono due cippi funerari o Columelle.

Le Columelle (stele o cippo) sono un tipo specifico di segnacolo funerario presente nell’area della Valle del Sarno. Si caratterizzano per la forma emisferica (la parte anteriore è piatta mentre la parte posteriore è generalmente globulare). Cronologicamente si attestano tra il II secolo a.C. (epoca sannita) e il periodo romano (I secolo d.C.). Si tratta di un cippo funerario di forma antropomorfa stilizzata che rappresenta un collo e una testa (similmente al cippo etrusco). Durante le fasi più antiche, le Columelle furono realizzate in pietra lavica, calcare e tufo grigio (tipi litici comuni dell’area di produzione). Dall’età augustea per la loro produzione comincia a essere utilizzato anche il marmo lunense. Come dimostrano gli esempi presenti nelle necropoli di Nuceria Alfaterna, Pompei, Stabia, Sorrento, Ercolano, (in pratica tutto il territorio della Lega Nucerina, che faceva capo alla città di Nuceria), erano collocate in pertinenza di grandi monumenti funerari (raramente isolate). Sulla parte anteriore (piatta) era spesso inciso il nome del defunto mentre sulla parte retrostante era talvolta presente un accenno di acconciatura (soprattutto negli esemplari di tipo femminile).

 

I due cippi del Museo ricordano C. LAELIUS C. F./VARUS e ANTONIA M./F., e si datano a metà del I secolo a.C. Inoltre si osserva come in entrambi gli esemplari tufacei siano sottolineati i genitali maschili e femminili, a incavo, rispettivamente il phallus e il sinus che identificano la connessione stretta di tali cippi non solo con il defunto, bensì proprio con la forza vitale e individuale primordiale, impersonata dagli antichi attraverso i culti distinti, maschili e femminili del Genius e della Iuno. Proseguendo si notano degli affreschi che si datano intorno al I secolo d.C. Provengono da una villa romana scoperta a Scafati nel 1960. Si tratta di otto pannelli dipinti, nel cosiddetto terzo stile pompeiano: vi sono rappresentate figure di donne, rese in giallo su fondo nero, in posizione stante, quasi tutte poggianti su girali, con la mano destra che regge la veste e la sinistra piegata a sostenere la patera, piatto legato alle cerimonie sacrificali. Vi si conserva, inoltre, una serie di steli funerarie datate intorno al I secolo d.C. La prima è una stele a edicola in tufo nocerino, proveniente forse da Scafati. L’edicola è incorniciata su fronte e retro da due pilastri con capitelli di tipo corinzio, mentre sul piccolo frontone sono rappresentate due colombe, simbolo di Afrodite, nell’atto di abbeverarsi a una sorta di vasca, motivo che è ripreso dal soggetto dell’emblema del mosaico creato da Sosos di Pergamo (II secolo a.C.), conosciuto tramite riproduzioni e imitazioni che hanno larga diffusione dal I secolo a.C. all’età imperiale.

In basso, invece, è rappresentato un cinghialetto sembra arrampicarsi alla base sulla quale è rappresentato a figura intera il defunto togato: è un chiaro riferimento all’iconografia ellenistica e in particolare, rimanda alla famosa fatica di Eracle che uccide il cinghiale Erimanto e all’impresa di Meleagro, protagonista della caccia al cinghiale calidonio. Sulla parte superiore della cornice vi è un’iscrizione che rimanda chiaramente all’identità del defunto, uomo libero, probabilmente di rango senatorio. Segue una stele di provenienza dubbia. Si tratta di un parallelepipedo, sul quale appare in bassorilievo la figura a mezzo busto della defunta di cui si sono conservate solo le caratteristiche orecchie “a vela”. La testa, profondamente abrasa, acquista maggior rilievo inserendosi nell’incavo semisferico retrostante, che assume la funzione ridotta di nicchia della stele a edicola. Sotto di esso rimane una scritta, EGNATIA APAL, un nome che identifica il defunto. La figura in altorilievo si inserisce in una nicchia e appare voltata: è una donna che con la mano destra stringe un grappolo d’uva, mentre con l’altra sorregge il lembo della veste ricolma di frutta. Per la mancanza di un’iscrizione che possa connotare la donna e la presenza di attributi particolari e allusivi e di tratti somatici stilizzati, si è ipotizzata un’allusione alla Iuno, cioè alla forza vitale della defunta, piuttosto che una rappresentazione realistica della medesima. L’ultima stele è stata ritrovata ad Angri nel 1936, durante un intervento alla rete fognaria. Si tratta di un piccolo monumento a edicola in tufo grigio, con un busto di uomo togato (defunto) ad altorilievo, che l’iscrizione, nella parte superiore della cornice, indica come Gemel(l) us, denominazione piuttosto frequente fra gli uomini liberi. Adiacente a questa è una saletta che contiene un cippo miliario datato al 120-121 d.C. L’opera proviene da Angri, più precisamente dal quadrivio via Murelle-via Adriana, dove è stata rinvenuta durante uno scavo per le fogne della città agli inizi degli anni cinquanta. Esso fa riferimento al restauro della via che collegava Nuceria a Stabiae, realizzato nel 121 d.C. dall’imperatore Adriano. Esso presenta un’iscrizione all’interno di un riquadro doppiamente modanato, che inquadrare il monumento nell’epoca della tribunicia potestas. Dai lavori di restauro del convento sono emersi, sotto questa sala, gli antichi scolatoi del convento, i sedili nei quali i monaci ponevano i confratelli morti in attesa che perdessero i liquidi. Tra i reperti più interessanti sono degni di nota l’oinochoe di bucchero con l’iscrizione in Alfabeto nucerino conservato nell’ultima sala insieme ai reperti che costituivano i corredi della necropoli di Pareti di Nocera Superiore. Nell’intervento di restauro del convento del 1989 furono rimessi in luce i dipinti che ornano la volta dell’ultima sala del Museo, la cosiddetta “sala della congiura” perché la tradizione vuole che qui si riunissero i cardinali per congiurare contro papa Urbano VI nel 1385. Si misero in luce tre riquadri pittorici identificati come L’Eterno Benedicente, L’Assunzione della Vergine, Cristo Benedicente e Santi Francescani, dei quali si intravide più di un momento cronologico e più di una mano.

Nell’ultima sala del Museo, inoltre, è custodita un’antica copia, attribuita al napoletano Luca Giordano, di uno dei più noti dipinti di Raffaello, cioè il tondo della Madonna d’Alba. Il tondo, una tela trasportata da tavola, si trovava in origine nella chiesa di Santa Maria del Monte Albino del Monastero Olivetano dell’allora Nocera de’ Pagani. Di esso, si narra in una descrizione del vescovo Simone Lunadoro (1610) e più tardi, nell’anno 1686 si segnala la vendita al Vicerè di Napoli, il marchese del Carpio (quarto duca di Olivares).

Circa due anni dopo, il tondo giunse nella residenza dei duchi di Alba, in Madrid fino all’anno 1802, poi esso passò prima nella raccolta Burcke per poi essere acquistato dallo zar Nicola I (1836) che lo ripose nell’Ermitage di San Pietroburgo. Infine, la Madonna d’Alba fu venduta al collezionista statunitense Andrew W. Mellon per poi essere alla fine donato da quest’ultimo al museo di Washington nell’anno 1937. Su come il tondo fosse finito in Nocera, esistono varie ipotesi: un dono offerto alla sede vescovile di Bernardino Orsini o commissionato dal vescovo di Nocera Paolo Giovio, oppure un’opera commissionata dagli stessi frati olivetani oppure un bene trafugato dal nocerino Gran Capitano di Carlo V, Giovanni Battista Castaldo, che la donò poi alla chiesa di Santa Maria del Monte. Secondo quest’ultima pista, infatti, il tondo si sarebbe trovato originariamente presso la sagrestia della basilica di San Pietro, infatti, Raffaello aveva prestato servizio presso la corte del Papa Giulio II, e rubata durante il Sacco di Roma (1527) al quale aveva preso parte anche il comandante Giovanni Battista Castaldo. Dopo la presa della capitale cristiana, Giovanni Battista Castaldo avrebbe poi edificato a Nocera la chiesa di Santa Maria del Monte Albino, molto probabilmente per espiare i propri peccati e i tanti morti fatti durante le sue campagne di guerra. Il Museo ospita, inoltre, anche una piccola collezione epigrafica tra cui spicca un’iscrizione funeraria in alfabeto greco che cita un “maestro di grammatica greco” che ha vissuto nella città di Nuceria, definita: ΘΕΟΚΤΙCT/OC/ theóktistos, “fondata da un dio”. Vi sono conservate, infine, due tegole con iscrizioni in osco, ed è presente anche un accenno a una comunità ebraica presente in città nel IV secolo d.C.