E’ opinione comune che la città di Nuceria sia stata fondata dai Sarrasti una tribù indoeuropea, e che la forma originaria del nome, Nuvkrinum, significherebbe letteralmente la “nuova rocca”. Molto probabilmente si è giunti a questa conclusione partendo dalla citazione virgiliana “Sarrastis populos” contenuta nel seguente brano dell’Eneide, libro VII, vv. 733-738: “Nec tu carminibus nostris indictus abibis, Oebale, quem generasse Telon Sebethide nympha fertur, Teleboum Capreas cum regna teneret, iam senior; patriis sed non et filius arvis contentus late iam tum ditione premebat Sarrastis populos et quae rigat aequora Sarnus”, “Né tu nei nostri versi resterai senza onore, Ebalo, che Telone generò dalla ninfa Sebetide, quando dicono, Capri, regno di Teleboi, governava, ormai vecchio. Dei campi paterni non contento, il figliolo già vastamente allora in sua mano teneva le genti Sarraste e le piane bagnate dal Sarno”.

 

Nel libro VII dell’Eneide, infatti, Virgilio narra dell’arrivo di Enea nella “terra promessa”. Egli descrive la risalita del Tevere, l’accoglienza benevola da parte del re Latino, che all’eroe troiano offre in moglie la figlia Lavinia, e il successivo rovinarsi dei rapporti per l’odio di Giunone. Divenuta inevitabile la guerra, tutta l’Italia è in armi. Il poeta, allora, chiede alle Muse che “ricordano per tramandare”, i re, i popoli, gli eroi, le armi d’Italia coinvolti nello scontro. Nel lungo elenco compare Ebalo, nato da Telone re dei Teleboi di Capri e dalla ninfa Sebetide, il quale ha esteso il suo dominio ai Sarrasti e alle terre che il Sarno irriga. A questo punto sarà bene ricordare che molte opere di Virgilio furono commentate, tra il IV e V secolo d.C., dal grammatico romano Marco Onorato Servio e che proprio grazie ai suoi studi, possediamo la testimonianza più attendibile della fondazione di Nuceria. Nel suo Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, particolarmente rilevante è il commento al v. 738 “Sarrastis populos ”, che contiene in aggiunta l’interessante citazione dal libro sull’Italia di Conone, secondo il quale: “Populi Campaniae sunt a Sarno fluvio. Conon in eo libro, quem de Italia scripsit, quosdam Pelasgos aliosque ex Peloponneso convenas ad eum locum  Italiae venisse dicit, cui nullum antea nomen fuerit, et flumini quem incolerent, Sarro nomen inposuisse ex appellatione patrii fluminis, et se Sarrastros appellasse. Hi inter multia oppida Nuceriam condiderunt ”, “Sono popoli della Campania così chiamati dal fiume Sarno. Conone nel noto libro che scrisse sull’Italia dice che alcuni Pelasgi e altri usciti dal Peloponneso giunsero in quel luogo d’Italia, che non aveva alcun nome prima, e diedero il nome di Sarro al fiume presso il quale abitarono, dalla denominazione del fiume della loro patria, e chiamarono se stessi Sarrasti. Questi fondarono molte città tra cui Nuceria”. A prima vista questo brano proverebbe che un gruppo di Pelasgi, partiti dal Peloponneso e che si attribuì il nome di Sarrasti, in memoria del loro fiume Sarro, fondò la città di Nuceria. Conone, tuttavia, non specifica se quei luoghi fossero anche disabitati. Questo ci porta direttamente al nocciolo della questione: i Sarrasti furono davvero i primi a insediarsi stabilmente, con la fondazione di nuove città, in quei luoghi? In realtà molti secoli prima del loro arrivo quei territori della Campania, per alcuni studiosi, erano già abitati dai Tirreni, un popolo progredito di origine orientale. Questa teoria è di un validissimo studioso del Settecento, sconosciuto ai giorni nostri, ma molto noto nella società del suo tempo. Si tratta del celebre filologo, biblista, archeologo italiano Alessio Simmaco Mazzocchi. Sui Tirreni già in quel periodo, in realtà, si era acceso l’interesse degli studiosi e Mazzocchi si inserì con competenza nel dibattito con il suo ormai sperimentato metodo filologico; esaminò le aree degli insediamenti di quel popolo, considerando la toponomastica, le iscrizioni e le fonti letterarie; egli fu sostenitore della teoria dell’origine orientale e mostrò di comprendere l’importanza degli insediamenti fenici sulle coste del Mediterraneo.

Nella prefazione della sua dissertazione “Sopra l’origine dei Tirreni ” (inserita, tradotta in italiano, nel volume terzo dell’opera Saggi di dissertazioni accademiche pubblicamente lette nella nobile Accademia Etrusca dell’antichissima città di Cortona, pubblicata nel 1742), l’autore precisa i termini del problema ed espone la sua teoria affermando testualmente: “(…) che i Tirreni traggano la loro origine immediatamente da quelle parti, che sogliono chiamarsi Orientali ”. Questa teoria si basava essenzialmente sull’analisi linguistica degli eponimi, degli antroponimi e dei toponimi, che rientrano nella categoria più vasta dell’onomastica, cioè lo studio del significato e dell’origine di un nome proprio, sia esso di un luogo o di una persona. Un altro aspetto di questa teoria era lo studio approfondito delle istituzioni politiche e religiose di quel popolo, per quel poco che allora di esse si conosceva; ma è interessante soprattutto l’analisi filologica dei termini diffusi nell’area padana e, procedendo verso il sud, nelle zone dell’Italia centro-meridionale fino alla bassa Campania. I termini più indicativi che proverebbero l’origine orientale sono, a suo parere, i due nomi latini del fiume Po, vale a dire Padus (ebr. paddan, equivalente al lat. campester planities, data la natura pianeggiante del luogo) ed Eridanus (ebr. erez, pianta resinosa) e quello dell’Appennino (ebr. opan, lat. rotae canthus, cerchione, per il loro andamento curvilineo). Traccia, quindi, un piano dell’opera, della sua ripartizione in diatribe (dieci per l’esattezza) e sul metodo d’indagine, basato sull’onomastica storica, di cui era rimasta considerevole traccia nelle aree geografiche suddette, nonostante si fosse verificato il passaggio al greco o al latino; anzi, e in questo la linguistica moderna gli ha dato ragione, prova ne sarebbe proprio la persistenza di toponimi binari, come attestano molte città dal doppio nome. Mazzocchi nella terza diatriba, dopo un’accurata analisi di alcuni reperti archeologici (monete, iscrizioni e altro) e delle fonti storiche, in particolare gli Ethnikà di Stefano di Bisanzio, l’Italia Antiqua di Filippo Cluverio, le celebri opere storiografiche e geografiche di Cristoforo Cellario, con il suo metodo filologico chiarisce l’etimologia di Nuceria dopo aver segnalato tre città con questo nome, in Padania, in Umbria e in Campania. Con grande acume ecco come Mazzocchi termina la sua spiegazione: “Tre Nucriae addunque ebbero certamente i Tirreni. Ma qual motivo di edificar tante città d’uno stesso nome? E’ da sapere, che Nucria è lo stessissimo nome Ebreo , Nocria, cioè al dire aliena, o sia alienigena; non avendovi altro divario, che nella voce Ebrea sia l’O, e nella Tosca l’V; il che addiviene per lo costume de’ medesimi Toscani di mutar l’O in V. Or io mi persuado, che di qualsivoglia paese s’impadronissero i Tirreni, doppo posto fine alle guerre, assegnassero (vale a dire a riguardo loro) a’  Stranieri che avessero scelto il restarsi, una qualche città, che per tal cagione chiamavano Nucria, cioè Città di Stranieri. E perché ciò non sembri cosa nuova, ed inaudita, ben si sa, che in Canaan, quando degl’Ebrei divenne, non una, ma più Città a Stranieri intatte restarono”. Per questo studioso riservato, dunque, Nuceria fu fondata dai Tirreni e la forma originaria del nome, Nocria, indica un etimo orientale che significherebbe “Città di Stranieri”. Anche se sorprendenti, le rilevanti affermazioni di Mazzocchi potrebbero essere molto attendibili perché egli non era uno storico ma un antiquaires. Gli antiquari erano persone erudite che amavano fatti disparati e oscuri, dietro i quali c’era il comune denominatore dell’antichità, misteriosa e angusta. La loro mente, protesa a raccogliere materiali per tracciare quadri generali, finiva per vagare tra fatti singoli e questioni generali. Erano diffidenti nei confronti della tradizione letteraria e disinteressati alla storia ordinaria, essi mostravano grande passione per gli oggetti antichi, conseguenza diretta del loro interesse per l’osservazione empirica. Non a caso si dichiaravano scolari di Galileo, nel senso che intendevano applicare il suo metodo ai loro studi, convinti di dover esaminare gli oggetti del passato in maniera scientifico-sperimentale, senza far propri i pregiudizi degli storici che lavoravano acriticamente su documenti di seconda e terza mano. Certo, sarebbe interessante poterci soffermare più a lungo su questo erudito del Settecento e, soprattutto, sulle sue ricerche che lo resero famoso anche in Europa, ma non è questa la sede per un’analisi approfondita della sua vita e delle sue opere di dottrina antiquaria. Ci limiteremo, quindi, solo a evidenziare che Alessio Simmaco Mazzocchi, con Ludovico Antonio Muratori e Johann Joachim Winckelmann, fu il fondatore dell’archeologia classica. Questa questione, tuttavia, rimase aperta fino alla fine dell’epoca moderna. Solo in epoca contemporanea e con l’aiuto di nuove scoperte archeologiche, gli studiosi sono riusciti a dare qualche risposta scientifica sull’argomento e quelle che un tempo erano considerate solo delle possibilità, ora iniziano a essere accettate come delle certezze. Secondo alcuni è molto probabile che fin dal quarto millennio a.C., mille anni prima che arrivassero i popoli indoeuropei, una civiltà dominante un po’ alla volta s’impone in tutta l’area del bacino del Mediterraneo sino a formare il cosiddetto Regno dei Tirreni. I Tirreni erano insediati nella zona dell’Anatolia occidentale. Erano maestri nel trattare i metalli, esperti nella navigazione e abili costruttori. I popoli che abitavano l’Anatolia sudoccidentale chiamavano se stessi Rasenna, mentre gli abitanti dell’Anatolia nordoccidentale si definivano Turranoi. Furono i Tirreni a diffondere dall’Anatolia all’Italia i substrati di una lingua, di una tecnica metallurgica e agricola, e in molti casi anche la scrittura. Tanto che non ha più senso chiedersi se gli Etruschi furono indigeni dell’Italia centrale poiché, con ogni probabilità, la loro cultura arrivò dai Tirreni.

Vediamo ora da dove proveniva questo popolo che giunse in Italia. La patria dei Tirreni era il potente regno di Arzawa nell’Anatolia occidentale. Il regno di Arzawa, con capitale Apasa, era una confederazione di almeno cinque regni: Arzawa, Mira, Hapalla, Riu Seha, Wilusa. Dopo una lunga e sanguinosa guerra, combattuta con alterne vicende contro Hattusili I, re degli Ittiti dal 1650 a.C. al 1620 a.C., il regno di Arzawa iniziò a indebolirsi. La situazione peggiorò quando le tribù seminomadi che raggiungevano l’Anatolia occidentale attraverso l’Ellesponto e il Bosforo, devastavano le regioni più fertili del regno, provocando distruzioni di raccolti, carestia e fame. Verosimilmente, questo fu il motivo per cui gradualmente furono costretti a imbarcarsi e a ricercare nuove terre tra cui l’Italia. Attraverso lo studio dei toponimi, che nel linguaggio sono una delle realtà più affidabili perché meno soggette a modifiche, li ritroviamo anche nella terra dei Filistei, l’odierno Stato d’Israele, vengono poi a contatto con gli egiziani. Se tutto questo fosse accertato Nuceria sarebbe una città del Regno dei Tirreni e di conseguenza sarebbe molto più antica forse di un paio di millenni prima e quindi come afferma l’archeologo Claudio De Palma: “La grande avventura dei Tirreni è forse soltanto all’inizio. Altre ricerche, altri studi, ci aiuteranno a capire sino in fondo questo popolo che portò la civiltà nel Mediterraneo”.