Le Università o, per esprimerci meglio, le Universitates civium (da universi cives, comunità o unione di “tutti i cittadini”) alle quali fu data la possibilità di eleggersi Sindaci, giudici, rettori, avvocati, giurati e maestri, oltre che di certificare consuetudini locali e formulare richieste di privilegi e grazie, erano i Comuni dell’Italia meridionale ed ebbero una diversa evoluzione storica rispetto ai liberi Comuni dell’Italia centro-settentrionale nel Medioevo. La fondazione dell’Università di Nocera fu molto complessa fin dall’inizio. Infatti, l’aumento della popolazione e la lunga distanza, l’uno dall’altro, dei vari villaggi, provocavano instabilità di governo. Di conseguenza, troviamo a distanza di tempo l’esistenza di alcune Università autonome pur facendo parte del vasto territorio di Nocera. Sotto il profilo amministrativo queste entità, che furono i precursori dei moderni Enti Locali, avevano ognuna un governo municipale, formato da un Sindaco Particolare, dagli Eletti e dal popolo riunito in Parlamento.

A capo dell’intera città vi erano tre Sindaci Universali, due nominati del Ripartimento di Nocera Soprana e uno da Nocera Sottana, e le sedi dei vari governi erano dette Case del Reggimento.  Ogni Università era governata da un Sindaco, detto Particolare, che oltre ad avere cura di tutti gli affari della propria Università, in modo particolare, doveva approvvigionare la città di provviste in caso di necessità e di raccogliere nei magazzini comunali la sovrabbondanza di grano per fornirlo alle città che eventualmente ne avessero avuto bisogno. I Sindaci Particolari, ognuno per la sua Università, erano le supreme autorità e nelle cause per contrabbando o per evasione fiscale, le loro sentenze erano inappellabili. Oltre ai Sindaci Particolari vi erano tre, detti Universali, che rappresentavano l’intera cittadinanza. I Sindaci Universali non avevano autorità nell’amministrazione delle singole Università ma si occupavano degli affari della città in generale, cioè di tutte le Università. Il loro compito era essenzialmente quello di controllare sull’esatto adempimento delle disposizioni dei sovrani, nel fornire gli alloggi agli ufficiali Regi che venivano a Nocera per faccende fiscali e nel sorvegliare i passaggi dei soldati. Ogni Università era governata da un Sindaco, detto Particolare, che oltre ad avere cura di tutti gli affari della propria Università, in modo particolare, doveva approvvigionare la città di provviste in caso di necessità e di raccogliere nei magazzini comunali la sovrabbondanza di grano per fornirlo alle città che eventualmente ne avessero avuto bisogno. I Sindaci Particolari, ognuno per la sua Università, erano le supreme autorità e nelle cause per contrabbando o per evasione fiscale, le loro sentenze erano inappellabili.

Oltre ai Sindaci Particolari vi erano tre, detti Universali, che rappresentavano l’intera cittadinanza. I Sindaci Universali non avevano autorità nell’amministrazione delle singole Università ma si occupavano degli affari della città in generale, cioè di tutte le Università.

Il loro compito era essenzialmente quello di controllare sull’esatto adempimento delle disposizioni dei sovrani, nel fornire gli alloggi agli ufficiali Regi che venivano a Nocera per faccende fiscali e nel sorvegliare i passaggi dei soldati. Governavano insomma tutta la popolazione, lasciando ai Sindaci Particolari il rifornimento dei viveri e il prelievo fiscale. I Sindaci, sia Particolari sia Universali, erano eletti dal popolo nei pubblici Parlamenti e quest’atto solenne si svolgeva durante il mese di agosto. Ecco come si svolgeva questa importante consultazione amministrativa.

Il Sindaco uscente, aperta la seduta, faceva ai cittadini le sue scuse, sul modo com’egli aveva amministrato. Queste scuse nel tempo erano divenute una sorta di formula, che grossomodo si ripeteva ogni anno nei seguenti termini: “Scuseranno loro signori se non sono stati serviti da me con tutta quella sodisfactione che si doveva né l’imputarranno a negligenza o poco affetto di servirli come si conveniva, ma al mancamento delle forze, atteso l’animo è stato sempre prontissimo di servire tutti, e tuttavolta a quel tanto che io avessi mancato spero a Dio benedetto supplirà il mio successore nell’officio di Sindico”. Dopo questa formalità proponeva il suo successore, perché era un diritto che gli spettava essendo una consuetudine antichissima. Se il successore non era accettato, si procedeva alla votazione. Di solito era accettato e in seduta stante era eletto Sindaco; entrava in carica, però, il prossimo primo settembre e vi restava un anno. Terminato il loro mandato, i Sindaci dovevano rendere conto delle spese sostenute durante la loro amministrazione e se trovate irregolari, pagavano di tasca propria. Questi conti erano controllati da tre cittadini, chiamati Razionali, una sorta di Revisori dei Conti attuali, due di Nocera Soprana, e uno di Nocera Sottana, eletti anch’essi dal Parlamento nella prima adunanza di settembre. I cittadini sorvegliavano con rigore affinché questi conti fossero presto presentati e riveduti, e che i Razionali adempiessero il loro dovere con giusta severità. Un Sindaco uscente non poteva essere rieletto se non dopo cinque anni, e dopo che i conti del suo precedente governo avevano avuto piena e intera approvazione dai Razionali e dal Parlamento. I Sindaci Particolari e Universali, avevano l’obbligo di risiedere in città, e nel caso di un loro allontanamento, anche per pochi giorni, dovevano chiedere il permesso al Parlamento che nel concederlo deputava una persona di sua fiducia a rappresentare il Sindaco durante la sua assenza. I Sindaci Particolari non percepivano nessuno stipendio, mentre agli Universali, se abitanti dei sobborghi, percepivano trentasei ducati l’anno; se dei rioni principali, come Mercato, Fioccano, Pagani, venti ducati l’anno. Quando però i Sindaci, Particolari e Universali, erano chiamati a svolgere incarichi straordinari, il Parlamento gli assegnava una retribuzione a parte. I Parlamenti si convocavano solo nelle giornate festive e, otto giorni prima, il banditore della città o uno dei giurati, ne dava l’avviso al pubblico. Vi erano ammessi, e avevano diritto alla parola e al voto, tutti i cittadini che avevano compiuto la maggiore età, cioè anni ventuno, a condizione di non aver ricevuto condanne penali. Non potevano intervenire i forestieri, i cittadini che occupavano un pubblico ufficio, e in generale tutti i creditori o debitori della città e i loro congiunti. Quando i cittadini erano riuniti, suonava la campana della chiesa più vicina, per Nocera Soprana, ad esempio, quella del convento di Sant’Antonio. L’adunanza si dichiarava legale, quando fossero presenti almeno sessanta cittadini e a ciò vigilava il Cancelliere che doveva annotare nel suo registro i nomi degli intervenuti, uno per uno. I Parlamenti erano presieduti dal Governatore e per ogni seduta riceveva la somma di dodici carlini. Le delibere del Parlamento erano dette Conclusioni e il Cancelliere le riportava per intero in un volume che nei secoli precedenti era chiamato Campione e dal 1600 in poi Libro dei Parlamenti. Di solito i Parlamenti erano convocati per discutere le faccende ordinarie della città e, come ci ricorda Gennaro Orlando, Storia di Nocera de’ Pagani, volume II, p. 409: “Dichiarata aperta e legale l’adunanza, il Sindaco, Universale o Particolare, proponeva l’affare da trattarsi, invitando i cittadini a deliberare. Quasi sempre aggiungeva il suo modo di vedere, e poi conchiudeva con la formula di rito: “Le signorie vostre concludino quel che li pare”. Se la proposta veniva accettata, seguiva la votazione; se no, era libero ognuno di dire la sua, e di manifestare il suo parere.

La votazione si faceva o pubblica, per acclamazione, o per separazione; o segreta, ed anche in due modi: o il Governatore ed il Cancelliere si postavano alla porta della Chiesa più vicina, chiamavano i cittadini, ad uno ad uno, e gli chiedevano il voto all’orecchio; ovvero si distribuiva ad ognuno una fava ed un fagiolo, o un pisello ed un cece; e dopo avere il Governatore dichiarato, che la fava, per esempio, era voto favorevole, ed il fagiolo contrario, o viceversa, e si dicevano inclusivi ed exclusivi della proposta, egli stesso raccoglieva in giro quelle civaie, e dal numero maggiore delle une o delle altre proclamava accolta o no la proposta, ed il numero dei voti favorevoli o contrarii”. Gli affari più importanti della città, invece, si decidevano nelle Congregazioni, una sorta di riunioni a porte chiuse nelle quali intervenivano soltanto i Sindaci Particolari e Universali e gli Eletti, senza la presenza del popolo e del rappresentante del Duca. In queste riunioni si trattavano gli affari più impegnativi, si discuteva sulla imposizione delle gabelle, sulle opere pubbliche, nel momento in cui ve ne fosse l’esigenza, e si discuteva, in generale, di tutti quei provvedimenti che tutelassero, in ogni modo, il bene della città.

A collaborare con il Sindaco nell’amministrazione dell’Università vi erano gli Eletti, una sorta di consiglieri comunali attuali, il cui numero fu poi stabilito secondo la popolazione. Essi, infatti, variarono da un massimo di quattro, nelle Università più grandi, a un minimo di due, nelle Università più piccole. Gli Eletti erano scelti sia nel ceto dei nobili sia in quello del popolo e pertanto si distinguevano in Eletti dei nobili ed Eletti del popolo. Ogni Eletto riceveva uno stipendio di otto ducati l’anno e doveva risiedere stabilmente in città e un suo allontanamento ingiustificato, poteva causargli una sospensione della paga o addirittura privarlo del suo incarico da parte del Parlamento. Ufficiali minori erano il Cancelliere della città, i Cassieri, Universali e Particolari. Anche questi, prima di entrare in carica, promettevano al Sindaco, per atto pubblico, di esercitare fedelmente il loro mandato. La città aveva, inoltre, un Avvocato dei poveri, e due Procuratori, esperti di diritto, che ricevevano uno stipendio fisso l’anno. Questi dovevano rappresentare la città presso i Tribunali di Salerno e di Napoli, nei litigi, che non mancarono mai.