La data del suo arrivo in Europa è il 1540, quando lo spagnolo Hernán Cortés rientrò in patria e ne portò alcuni esemplari, ma la sua coltivazione e diffusione attese fino alla seconda metà del XVII secolo. La prima notizia dell’arrivo del pomodoro in Italia si trova nel trattato di Pier Andrea Mattioli, medico senese che fu archiatra dell’arciduca Ferdinando del Tirolo, figlio dell’imperatore Ferdinando d’Asburgo. Egli è autore di uno dei pilastri della storia della botanica moderna, i “Discorsi sul De Materia Medica di Dioscoride”, in cui non solo il testo originario è tradotto, ma anche sottoposto al vaglio attento dello studioso, emendato e integrato con la notizia di molte piante sconosciute nell’antichità: già nella prima edizione (pubblicata a Venezia nel 1544) si legge che “Portansi à tempi nostri d’un’altra spetie [di frutti] in Italia schiacciate come le mela rose, e fatte à spichi, di colore prima verdi, e come sono mature, di colore d’oro, le quali pur si mangiano nel medesimo modo”. Come si mangiano dunque i pomodori? Come le melanzane, dice il Mattioli nella redazione illustrata della sua opera, cotti con olio, sale e pepe poiché il suo utilizzo attraverso la cottura, che, da sempre, è considerato un mezzo per eliminare i rischi dovuti all’uso di sostanze sospette o poco note; la sua associazione all’olio.

 

Il suo presentarsi in forme e in colori diversi, segno di una differenziazione originaria; la sua bellezza; la parentela con la melanzana, importata dagli Arabi, e considerata cibo poco sano e indigesto. Sospettoso nei confronti del pomodoro era anche un altro naturalista, Pier Antonio Michiel, prefetto dell’orto botanico di Padova, il quale scriveva: “Mangiasi di questi frutti tagliati in sonde nella paella con butiro over oglio ma son di dano e nocivi. Il suo odore di questa pianta caggionano male alli occhi e alla testa”. L’erborista italiano Pietro Mattioli, infine, classificò la pianta del pomodoro fra le specie velenose e soprattutto afrodisiache, anche se ammise di aver sentito voci secondo le quali in alcune regioni il suo frutto era mangiato fritto nell’olio. Forse ciò aiuta a comprendere anche i nomi che le varie lingue europee attribuirono a questa pianta proveniente dal nuovo mondo: love apple in inglese, pomme d’amour in francese, Libesapfel in tedesco e pomo (o mela) d’oro in italiano, tutte definizioni con un esplicito riferimento all’amore. Va ricordato, per completezza, che altre fonti fanno risalire il nome ad una storpiatura dell’espressione pomo dei Mori, giacché il pomodoro appartiene alla famiglia delle solanacee cui appartiene anche la melanzana, ortaggio a quei tempi preferito da tutto il mondo arabo. Oggi, con l’eccezione dell’italiano, le vecchie espressioni sono state sostituite in tutte le altre lingue da derivazioni dell’originario termine azteco tomatl. Anche in questo caso, però, il nome è  frutto di un errore. La pianta che fu importata in Europa era chiamata dagli Aztechi xitomatl, che significa grande tomatl. La tomatl era un’altra pianta, simile al pomodoro, ma più piccola e con i frutti di colore verde-giallo (chiamata oggi Tomatillo ed impiegata nella cucina centro-americana). Gli Spagnoli chiamarono entrambe tomate e ciò diede origine alla confusione.  Sembra dunque, a opinione dei botanici, che a questa pianta non si attribuisse alcun reale interesse alimentare, e che anzi fosse ritenuta portatrice di molte caratteristiche negative, quando addirittura non pericolose per la salute. Un giudizio così condiviso da parte di osservatori tanto attenti doveva basarsi su dati di fatto, che sono stati oggetto dell’analisi di molti studiosi. Innanzitutto, il pomodoro doveva scontare le sue “cattive parentele”, in primo luogo con le melanzane, come già abbiamo visto, poi la comune appartenenza al gruppo delle solanacee, alle quali erano riconosciute qualità non solo medicinali, ma anche psicotrope. Esse compaiono con grandissima frequenza nei verbali dei processi per stregoneria: il pomodoro, dunque, è parente dello stramonio, della belladonna, del giusquiamo e della pianta magica per eccellenza, la mandragora, alla quale si attribuiva proprietà afrodisiache. Tutte queste piante contengono effettivamente alcaloidi, concentrati prevalentemente nelle parti verdi (la tomatidina del pomodoro scompare con il processo di maturazione), che potrebbero creare illusioni di trasformazioni: in un ambiente dominato da forti credenze popolari e da radicati pregiudizi, esse potrebbero aver contribuito ad avvalorare leggende intorno a personaggi ed eventi di per sé naturali.

 

Tutto questo fece in modo che il pomodoro fosse considerato una pianta ornamentale dagli ambienti bene del tempo. C’era poi un naturale rifiuto del nuovo, di ciò che non rientrava nelle categorie di un’alimentazione tradizionale, che passava anche attraverso i sensi: il colore della patata, cibo “sotterraneo”, l’odore aspro delle solanacee, ispiravano timore e diffidenza. Nel caso specifico del pomodoro, c’erano anche molti reali e sostanziali motivi perché incontrassero tante resistenze, di cui le popolazioni europee non potevano a quei tempi essere coscienti, ma che emergono con chiarezza dagli studi di numerosi storici. Innanzitutto il pomodoro non è un alimento che possa da solo saziare la fame, il male endemico che affliggeva gli uomini dell’età moderna, soprattutto in periodi di guerra o carestie. In secondo luogo, nonostante sia un condimento che accompagna altri cibi, non può essere assimilato alle spezie, cosa che garantì il successo del peperoncino e della vaniglia. Non ha, come i fagioli, somiglianza con cibi già noti, né si presta ad alcuna trasformazione che possa avvicinarsi al pane, sogno che si coltivò a proposito del mais e della patata. Non è neppure circondato dall’alone di meraviglia con cui arriva in Europa il cacao, presto accolto come elemento di distinzione delle classi più elevate. Non dobbiamo neanche dimenticare la prima notizia dell’uso raccapricciante del pomodoro nel Nuovo Mondo per merito del soldato scrittore Bernal Diaz del Castillo. Nato negli anni della scoperta dell’America, è giovane quando mette piede nel nuovo continente e comincia ad accompagnare le spedizioni che partono da Cuba per il Messico, fino a quella di Hernán Cortés, nel 1517. Quando si accinge a scrivere la sua “Historia verdadera de la conquista de la Nueva España”, sono trascorsi più di trent’anni dalla caduta di Tenochtitlan e dalla fine dell’impero azteco, ma questo non gli impedisce di rievocare lo stupore dei soldati spagnoli, convinti di trovarsi di fronte a popolazioni selvagge, alla vista della città che si erge dalle acque, prodotto di una civiltà sconosciuta e meravigliosa. Le prime notizie sul pomodoro appaiono incidentali: durante la conquista, l’esercito di Cortés incontra l’opposizione della popolazione della città di Cholula, che per la sua ribellione subirà una tremenda punizione. Ecco le parole che il comandante spagnolo pronuncia prima del massacro riportate nel suo libro da Bernal Diaz del Castillo: “Noi siamo venuti qui per trattarvi da amici e da cristiani, per portarvi la luce della vera fede, togliendovi dall’errore e dalla turpitudine in cui vivete, adorando falsi idoli, facendo sacrifici umani e mangiando carne del vostro prossimo. Ed ecco che voi, dopo averci accolti nella vostra città, vi disponevate proprio a mangiare la nostra carne e avevate già bell’e pronte le pentole col sale, il pepe e i pomodori. Molto meglio avreste fatto se ci aveste combattuto in campo aperto(…)”. Le parole di Cortés, secondo l’autore, rispettavano un’usanza degli Aztechi, i quali “mangiavano braccia e gambe delle vittime con la salsa di chimole”, fatta di peperoni, pomodori, cipolle selvatiche e sale”.

Se lo scopo di Bernal Diaz del Castillo era quello di raccontare come testimone oculare la vera storia nuda e cruda della conquista del Messico, ben diverse furono le reazioni degli Europei che lessero quelle cronache, e non è difficile intuire il perché. Tuttavia la ragione fondamentale del rifiuto delle piante americane consiste certamente nell’incapacità degli Europei di riconoscerne l’utilità, rispetto a un sistema alimentare nel quale dovevano venire integrate, senza che il sistema stesso fosse modificato, cosa che richiese secoli di progressivo adattamento.