La Guerra Gotica, che rientrava nell’ampio disegno concepito da Giustiniano per ridurre a unità tutto l’Impero, si protrasse dal 535 al 553, fra stragi e carestie, e terminò a Nuceria. Era l’estate del 535 quando Belisario intraprese la campagna contro il regno dei Goti. Nel 540 sconfisse il valoroso re goto Vitige che portò prigioniero a Costantinopoli. Tuttavia, sotto l’energica guida di Totila, i Goti si risollevarono e in tutta Italia incominciò una lotta accanita contro il dominio bizantino.

 

La situazione era diventata quanto mai seria. Belisario fu più volte sconfitto e i frutti dei suoi successi precedenti andavano svanendo perciò nel 551 il comando delle truppe in Italia fu affidato al generale Narsete la cui longevità, in questa fase delicata del conflitto, poteva sembrare assolutamente inconcepibile. Infatti, come scrive Pasquale Villari, Le invasioni barbariche in Italia, Hoepli, Milano 1905, p. 237: “Questo celebre eunuco aveva allora circa settantatre anni, era curvo e piccolo nella persona. Fino a sessant’anni era stato sempre nell’amministrazione, acquistando in essa gran nome e grande perizia. Estremamente accorto e ambizioso, era cattolico ardente, ed aveva la reputazione d’essere sotto la diretta protezione della Vergine, per la quale professava un culto speciale.

Giustiniano, col suo istinto divinatore, lo aveva nominato generale la prima volta, quando era già arrivato a sessant’anni, senza aver mai avuto occasione di dare una prova qualunque delle grandi qualità militari che poi mostrò di possedere e delle quali nessun altro s’era fino allora accorto. Mandato in Italia quando v’era sempre Belisario, non aveva potuto allora far conoscere il suo valore, perché, venuto subito in urto col comandante in capo, aveva più che altro recato danno all’esito della guerra. Pure dimostrò un singolare ascendente non solo sui soldati, ma anche sui generali suoi compagni d’arme. Questo valse sempre più a confermar l’imperatore nella grande opinione che di lui s’era come per istinto formata. E perciò lo mandava ora nuovamente in Italia, generale in capo, a rialzare le sorti della guerra e dell’Impero”.

Dopo la sconfitta di Tagina, nella quale il re Totila fu ucciso, i Goti a Pavia decisero di darsi un nuovo re nella persona del giovane e valoroso generale Teia. I Goti sapevano che contro di loro si era scatenata una guerra d’annientamento e non potevano accettare una pace incondizionata che gli avrebbe spazzato via, la loro unica possibilità era di continuare a combattere. Teia per risollevare le sorti della sua nazione cercò un’alleanza con i Franchi di re Teodibaldo, promettendogli una gran quantità dell’oro che si trovava nei forzieri reali di Pavia. I Franchi però non accettarono, preferendo stare a guardare chi avrebbe vinto questo scontro di cui i Goti in quel momento non sembravano certo i favoriti, soprattutto dopo la perdita di Roma da parte di Narsete. Dopo che l’accordo di un’alleanza con i Franchi era venuto meno, Teia decise di trasferire il tesoro reale in un posto sicuro, lontano da Pavia, che, forse, non pensava abbastanza sicura dalle mire dei Franchi. Teia pensò di nascondere il tesoro nella città portuale di Cuma utilizzando le navi che si trovavano nel Tirreno, ereditate da Totila. Un trasferimento via terra era troppo pericoloso con le truppe bizantine che controllavano i guadi sul fiume Po. A comando della guarnigione di Cuma e a protezione del tesoro, Teia pose suo fratello Aligerno, forse uno dei pochi di cui il giovane re germanico poteva fidarsi. Questo trasferimento ebbe però gravi conseguenze sul seguito della guerra. Qualche mese dopo, infatti, Narsete pose sotto assedio Cuma, costringendo Teia a intervenire per liberare la città e le ricchezze custodite in essa. Nell’autunno del 552, Teia radunò tutto il suo esercito a Pavia e da lì decise di soccorrere l’insediato fratello. Teia, per evitare i passi toscani tenuti dal nemico, prese la strada più lunga, percorrendo il litorale adriatico per poi dirigersi a ovest in Campania. Terminando la sua lunga marcia all’inizio di gennaio del 553, Teia si accampò sulle rive del fiume Sarno, presso la città di Nuceria, bloccando l’unico ponte sul fiume nell’attesa delle forze nemiche. Subito dopo con un attacco a sorpresa si impadronì di Nuceria e vi stabilì il proprio quartier generale. Narsete avvisato della presenza del nemico in città, lasciò una piccola parte delle sue forze a continuare l’assedio di Cuma e con il grosso del suo esercito mosse alla volta della fedele Nuceria iniziando così una lunga offensiva sui Goti. Come fu possibile per Teia, nella sua difficile discesa della penisola, a impadronirsi immediatamente al suo arrivo di una polis fortificata e armata come Nuceria? Molto probabilmente, Teia riuscì a far penetrare le sue truppe a Nuceria, attraverso la mediazione degli Ebrei ivi residenti che ora affronteremo in modo diretto.

La comunità ebraica di Nuceria ha una storia antica e in quel periodo si presentava numerosa e ben organizzata. Come tutte le comunità ebraiche italiane, anche per quella di Nuceria il momento centrale del suo ampliamento fu la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte dell’imperatore Tito. Il fenomeno si accentuò ancora di più con le sanguinose repressioni delle rivolte giudaiche del 115 e del 135 d.C., che determinarono le condizioni per un esodo storico diretto in modo particolare verso le terre che già ospitavano insediamenti ebraici. La presenza di parenti e di amici, grazie anche alla centralità del commercio nell’ambito delle professioni ebraiche, facilitò l’integrazione degli Ebrei della Giudea nelle nuove terre. Con i provvedimenti legislativi del 212 d.C. dell’imperatore Caracalla (concessione della cittadinanza romana agli Ebrei) e del 378 d.C. dell’imperatore Teodosio I (editto di tolleranza verso gli Ebrei), il primo elemento che emerge con chiarezza è il lungo periodo di relativa tranquillità attraversato dalle colonie ebraiche in Italia e in Campania in particolare tra il III e il V secolo d.C., brevemente interrotto nel 438 d.C. dalla decisione imperiale di espellere gli Ebrei dalle cariche pubbliche. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, contrariamente a quanto ci potremmo attendere, gli Ebrei, in un mondo alquanto imbarbarito e incolto, erano ben integrati nell’ambiente sociale in cui vivevano e godevano ancora di prestigio, perché avevano conservato una complessa organizzazione sociale e un’elevata istruzione, superiore alla media della popolazione cristiana. Con la catastrofe del 70 d.C., infatti, una prodigiosa trasformazione interessò l’intero popolo ebraico: essi non costituiranno più una Nazione, nell’eccezione consueta del termine, ma da quel momento in poi la Torà sostituirà la loro patria e la Sinagoga sostituirà il Tempio. Gli Ebrei, in un ambiente caratterizzato dal crollo di tutte le vecchie Istituzioni del mondo romano, non furono sempre al centro delle preoccupazioni dei vescovi. In Occidente i vescovi, erano impegnati a risolvere difficili casi politici e religiosi più importanti, quali i rapporti con i barbari invasori e con l’Impero Bizantino, la conversione delle popolazioni germaniche, la cristianizzazione delle zone rurali e le lotte teologiche interne.

 

La discesa dei Goti in Italia costituì, per le comunità ebraiche, il momento più florido. Le uniche notizie sull’intolleranza ebraica di questo periodo riguardano l’incendio delle sinagoghe di Roma e di Ravenna e le proteste degli Ebrei di Milano e di Genova contro l’ostilità mostrata nei loro confronti dal clero delle rispettive città. In tutti questi casi il re goto Teodorico, nonostante fosse un ariano, rese giustizia agli Ebrei dimostrando così una grande tolleranza verso la loro religione. Caso emblematico fu la lettera inviata da Teodorico alla comunità ebraica di Genova, come ci conferma Cassiodoro, Varie, 2, 27, dove si affermava che: “Religionem imperare non possum, quia nemo cogitur ut credat invitus”, “A nessuno possiamo imporre la religione, perché nessuno può essere costretto a credere suo malgrado”. Questo precario equilibrio cominciò a essere intaccato quando l’imperatore d’Oriente Giustino, per un contrasto religioso, iniziò una persecuzione contro gli ariani, e Teodorico in Occidente, che fino allora aveva rispettato la Chiesa, rispose perseguitando i cristiani. In questa controversia gli Ebrei, che avevano beneficiato di fondamentali concessioni dal governo gotico, si schierarono a favore dei provvedimenti di Teodorico. Questa scelta si rivelò fatale per le comunità ebraiche, quando salì al trono l’imperatore Giustiniano. Nel 527, infatti, entrò in vigore la Novella 37 “De Africana Ecclesia” voluta da Giustiniano, dove si legiferava la trasformazione delle sinagoghe dell’Impero d’Oriente in chiese. Tuttavia, quello che a prima vista poteva rappresentare una ritorsione pretestuosa contro il popolo ebraico in realtà era un messaggio chiaro per i temibili Goti. Ormai venti di guerra infuriavano alle mura dell’Occidente. Dal canto loro le comunità ebraiche italiane, anche se non ancora coinvolte direttamente dal provvedimento di Giustiniano, presagendo il peggio, iniziarono a trattare in gran segreto con gli emissari del re Totila, per schierarsi affianco ai Goti in una guerra sicuramente inevitabile. Una delle regioni italiane con il numero maggiore di comunità ebraiche era la Campania. Infatti, i siti documentati attraverso testimonianze archeologiche sono: Napoli, Nocera, Pompei, Ercolano, Pozzuoli, Salerno, Marano, Capua, Nola, Cimitile, Atripalda. I siti sembrano concentrarsi su percorsi terrestri e in particolare su snodi stradali. Queste vie portavano verso le zone dove più numerosa era la presenza ebraica, preferendo itinerari che consentivano di attraversare il maggior numero di colonie separate da una distanza non superiore a quella percorribile in un giorno. Un esempio tipico è quello di S. Paolo, Atti degli Apostoli, 28, 13-15, quando da Pozzuoli giunse a Roma: “Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio”. A fronte delle angherie bizantine, in modo particolare nell’ultima fase della Guerra Gotica, la comunità ebraica di Napoli si schierò apertamente affianco ai Goti. Nel 553, con l’arrivo delle truppe di Belisario a Napoli, dopo un estenuante assedio, terminò la strenua ma sfortunata resistenza degli Ebrei napoletani come ci ricorda Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, 1, 8. Fu proprio in questo clima che si spiegherebbe la singolare scelta strategica di Teia che, disceso con il suo esercito da Pavia, puntò dritto alla conquista di Nuceria. Tale scelta fu probabilmente dettata dalla possibilità di un appoggio della popolazione ebraica ivi residente, così com’era accaduto per la resistenza napoletana.