L’Inquisizione romana, ossia la Congregazione della sacra, romana e universale Inquisizione del Santo Uffizio, fu istituita per combattere le idee della Riforma protestante assai diffuse in Italia. Il 21 luglio 1542, infatti, con la bolla Licet ab initio, Paolo III fonda quella che, in seguito, da Sisto V sarà chiamata la Congregazione della Santa Inquisizione dell’eretica pravità (Congregatio Sanctae Inquisitionis haereticae pravitatis), ponendo su basi amministrative centralizzate la vecchia Inquisizione medievale. Ecco l’inizio della bolla di papa Paolo III con cui fu fondata la nuova Inquisizione romana: “Fin dall’inizio della nostra assunzione al vertice del sommo apostolato, questo soprattutto ci stette a cuore: che la fede cattolica dovunque fiorisse e si diffondesse; che mediante il nostro impegno ogni eretica pravità fosse allontanata dai fedeli, che sedotti dall’inganno del diavolo ritrovassero la via della verità e tornassero nel grembo dell’unità della Chiesa. Quanti, poi, con animo perverso, avessero persistito nel proprio dannato proposito, era nostro intento punirli in modo tale che la loro pena diventasse un esempio per gli altri”.

Negli ultimi decenni del Cinquecento l’Inquisizione cominciò a perseguire sempre di più la magia e la stregoneria, che divennero in seguito i reati predominanti. Paradossalmente, infatti, fu solo nel corso del Cinquecento, e non nel Medioevo, che la credenza nel potere malefico di chi avesse stretto un patto col demonio si radicò fra gli uomini di chiesa e di cultura, sostituendo agli eretici le streghe come vittime della difesa, spesso violenta, dell’ortodossia. Streghe e stregoneria, infatti, nei cosiddetti secoli “bui” del Medioevo appaiono molto meno “oscuri” del pieno Rinascimento. Fino al secolo XII gli ecclesiastici considerarono le dicerie sulla stregoneria, una superstizione popolare.

Nel secolo XIII e XIV si preoccuparono più degli eretici (contro i quali fu costituito dal 1231 l’apparato giudiziario dell’Inquisizione) che delle streghe. Il manuale scritto dall’inquisitore francese Bernard Gui (1261-1331) per aiutare i giudici ecclesiastici nelle loro inchieste si occupa dei Catari, dei Valdesi e altre sette ereticali e si interessa a maghi, indovini e invocatori di demoni unicamente se rintraccia nelle loro credenze dottrine eretiche. Vale la pena ricordare che durante questo periodo storico anche nel vasto territorio della città di Nocera vi fu una rapida diffusione di dicerie su persone che invocavano i demoni o che praticavano la stregoneria o la magia. Secondo la tradizione popolare, infatti, il personaggio più terribile fu il mago di Salerno Pietro Abailardo conosciuto anche come il Simon Mago del Medioevo. La sua vicenda, tra l’immaginario e il vero, fu talmente clamorosa da essere inserita nell’opera Istoria di tutte l’eresie dello storico Domenico Bernini, Tomo III, Secolo Duodecimo, Papa Honorio II, cap. IV, Stamperia Baglioni, Venezia 1745, pp. 187-189. Vediamo allora cosa dice il Bernini del famoso mago Pietro Abailardo: “Due furono in questa età gli Abailardo, ambedue chiamati Pietro, l’uno Mago, e l’altro Eretico, il primo Italiano, il secondo Francese, tutti e due ammaestrati nella scuola dell’Inferno; l’Italiano con l’esercizio della Necromanzia, il Francese con quello dell’Eresia, e tutti e due con raro, ed ammirabile esempio, vissuti da Diavolo, e morti da Santo. Per togliere ogni abbaglio di confusione porgeremo prima del Mago qualche notizia, acciò più chiaramente poi si possano comprender quelle dell’Eretico. Pietro Abailardo, o Bailardo, o Barliario fu salernitano di Patria, fin dalla gioventù di professione Necromante, sopra la cui arte egli raggirò tutta la sua vita fin’ all’età di presso a 93 anni con avvenimenti così stupendi, che se non si riconoscessero per operazioni del Demonio, certamente si riputarebbono per favole. Ma l’avvenimento più ammirando di tutta la sua vita fu la sua morte, che trovasi registrata in un antico libro conservato da’ Padri Olivetani di S. Benedetto nel Tenore, che segue, rapportato eziandio dall’erudito Sarnelli nel Tomo secondo delle sue Lettere”.

 

Il contenuto di questo antico libro conservato dai Padri Olivetani che cita il Bernini, in sintesi, racconta che Pietro Abailardo doveva i suoi poteri soprannaturali al possesso di un libro magico ottenuto mediante un patto col demonio. Un giorno, mentre il mago si era allontanato da casa, due suoi nipoti, Fortunato e Secondino, entrati nella sua biblioteca, aprirono casualmente il libro di negromanzia. I due, atterriti nel vedere quei simboli demoniaci, furono presi da tale spavento che caddero a terra morti. Abailardo, fuori di sé per il dolore, bruciò il libro infernale e corse alla chiesa dei Padri Olivetani per supplicare il perdono di Gesù Cristo. Dopo aver pregato ai piedi di una Croce lignea, la testa di Gesù si staccò dalla croce aprì gli occhi e reclinò il capo in segno del perdono (Jesus caput inclinavit) e in quell’attimo (Petrus emisit spiritum) Pietro Abailardo cessò di vivere e, sempre secondo tale narrazione, Abailardo sarebbe defunto il 25 marzo del 1149 all’età di 93 anni, 6 mesi e 11 giorni. La notizia del miracolo fece subito il giro della città facendo riversare nella chiesa di S. Benedetto una folla di fedeli per venerare la Croce lignea e continuò a farlo i venerdì di marzo. Ancora oggi a Salerno, durante la Fiera del Crocifisso, che per tradizione si svolge ogni venerdì di marzo, salvo che questo non cada il Venerdì Santo, si venera la Croce lignea della chiesa di San Benedetto, che rievoca la conversione miracolosa del mago Pietro Abailardo. Se la fantasia popolare, non solo a Salerno ma anche a Nocera e nei suoi dintorni, ne fece una figura di mago e di negromante, lasciando fiorire intorno ad essa innumerevoli episodi terribili, l’insieme degli elementi storici sono sufficienti a garantire che Pietro Abailardo fu un personaggio reale che praticò la medicina, prediligendo in particolare lo studio dei testi arabi di magia. Non è possibile, invece, accertare se occupò la cattedra presso la Scuola medica salernitana. Già dalla seconda metà del Trecento, dunque, la teologia scolastica aveva però cominciato a elaborare la dottrina del patto delle streghe col diavolo. La vera svolta si ebbe nell’anno 1484, quando il pontefice Innocenzo VIII fece sua questa dottrina ed emanò una bolla chiamata Summis desiderantes affectibus, invitano i vescovi tedeschi a mettere maggiore energia nella lotta contro le streghe e gli stregoni. Nel 1487 due domenicani tedeschi, Heinrich Institor e Jakob Sprenger, fornirono agli inquisitori che si occupavano di stregoneria un manuale intitolato Malleus maleficarum, il “Martello delle streghe”. Fu proprio nel pieno Rinascimento, dunque, che la credenza nelle streghe cominciò a uscire dalle superstizioni popolari, per essere accolta e rielaborata dagli uomini di cultura. Durante questo torbido periodo tutte le classi urbane furono colpite, ma il bersaglio principale dell’Inquisizione fu il popolo minuto essendo gli artigiani, i lazzari, i bottegai e altro i più inclini a commettere, anche involontariamente, peccati come “la nefanda libidine, la golosità ne cibi ne giorni vietati, l’inosservanza de digiuni, la trascuraggine de divini ufficij ne tempi stabiliti, lo studio delle scienze divinatorie e l’esercitio delle vane superstizioni” per i quali era prevista la pena della confisca e la perdita di tutti i beni.

L’Inquisizione romana non è stata tuttavia abolita. Infatti, anche se nel secolo XIX fu soppressa dagli Stati europei, questa fu mantenuta dallo Stato pontificio che assunse nel 1908, sotto il pontificato di Pio X, il nome di Sacra Congregazione del Sant’Uffizio. Mentre, il 7 dicembre del 1965, sotto il pontificato di Paolo VI assunse l’attuale nome di Congregazione per la dottrina della fede.