La maggior parte della produzione culturale del Rinascimento nacque e prosperò all’interno delle Accademie. Durante questo periodo furono fondate moltissime Accademie e ogni città italiana aveva una o più Accademie nelle quali i loro associati dibattevano di argomenti che spaziavano dalla filosofia alla letteratura, dalle scienze alla matematica, dall’arte al teatro e alla musica. Spesso erano create da giovani nobili che fondavano altre Accademie quando si trasferivano in altre città, oppure entravano a far parte di quelle già esistenti, contribuendo così alla creazione di una rete sociale e intellettuale.

Per comunicare tra loro gli associati spesso assumevano dei soprannomi di comodo che divenivano poi la loro identità all’interno dei circuiti dove discutevano gli argomenti che avevano preso in esame. Poiché potevano decidere di sostenere una posizione o l’altra, o anche intervenire in controversie che opponevano due studiosi, gli associati erano soliti adottare pure degli pseudonimi. Anche le stesse Accademie si dotavano di nome proprio, che serviva a evidenziare il carattere delle attività dei suoi associati, come nel caso dell’Accademia degli Svegliati, degli Accesi, dei Segreti e molte altre. In queste Accademie, dunque, gli studiosi adottavano soprannomi, condividevano e commentavano le idee, si scambiavano poemi, opere musicali e teatrali, elaborati scientifici e trattati di filosofia e di magia. In questo quadro, le Accademie italiane del Cinquecento appaiono come una sorta di social network di oggi. Infatti, un recentissimo studio inglese(The Italian Academies 1525-1700: The first intellectual Networks of early modern Europe condotto in collaborazione dalla British Library, dalla Royal Holloway University of London e dalla Reading University), individua nelle Accademie alcune caratteristiche di comunicazione e di scambio culturale che le rendono precorritrici dell’attuale social network come Facebook e Twitter. Sicuramente ci mettevano un poco di più di quanto ci impieghiamo oggi con internet a diffondere la loro produzione intellettuale, ma attraverso la creazione di annuari, e volumi dove raccoglievano le loro lettere e i loro discorsi, riuscivano comunque a scambiarsi le informazioni del momento. Nel Cinquecento, quindi, nonostante la mancanza di internet, nelle città italiane del Cinquecento esisteva già un web, una rete di contatti tra giovani di tutte le città, che costituiva il primo network intellettuale della penisola, formando così una sorta di comunità interconnessa di scambi culturali. E proprio agli albori di queste Accademie incontriamo una personalità vigorosa di pensatore, molto conosciuto ai suoi tempi e dimenticato ai giorni nostri. Si tratta del famoso filosofo e astrologo calabrese, sostenitore della magia naturale, vissuto tra polemiche e accuse di eresia, Tiberio Rosselli, conosciuto anche come Tiberius Russilianus Sextus Calaber. 

Tiberio Rosselli nasce a Gimigliano nei pressi di Catanzaro probabilmente attorno al 1480. Le notizie sulla sua nascita sono incerte. Già da giovanissimo si interessò alla filosofia e trasferitosi, poi, a Napoli, entrò in contatto con l’ambiente dell’Accademia Pontaniana e completò la sua formazione, tra la città partenopea e Salerno, alla scuola dell’aristotelico Agostino Nifo. Il filosofo Agostino Nifo tra il 1501 e il 1505 insegnò fisica presso l’Università di Napoli con un salario di 150 ducati, incarico al quale associò quello di medico del viceré Gonzalo Hernández de Córdoba. Fu in tale occasione che entrò nel circolo dell’Accademia Pontaniana frequentazione che ebbe influenza nella composizione del De diebus criticis seu decretoriis aureus liber  e del De nostrarum calamitatum, in cui sostenne l’influsso degli astri sugli eventi umani sulla base di una rigorosa applicazione dei calcoli tolemaici. Nell’autunno 1507, conteso da diverse università, decise di accettare l’offerta del principe di Salerno Roberto II Sanseverino, il quale, grazie alla fama di espositore aristotelico raggiunta da Agostino Nifo, si proponeva di restituire alla Schola salernitana la fama dei secoli passati. Nel 1507, dunque, Agostino Nifo va a insegnare per la prima volta a Salerno e Tiberio Rosselli è un suo discepolo. Questa prima notizia sicura su Tiberio è riferita da Agostino Nifo, che lo menziona, nel suo De viro aulico, libro I, cap. 59, che è uno degli Opuscula Moralia et Politica, pubblicati per la prima volta nel 1534: “Essendo nella nostra scuola un nostro alunno di nome Tiberio e di cognome Russiliano, questi per prontezza d’ingegno, quando disputava, veniva facilmente alle mani; per questo io deformando il nome, lo chiamavo Turberio”. Questa informazione su Tiberio Rosselli lo presenta già in quella che sarà la caratteristica costante della sua vita, di essere cioè un amante della disputa e della lotta. Dall’Apologeticus adversos cucullatos di Tiberio Rosselli pubblicato a Parma nel 1520, con il quale fu additato come eretico, apprendiamo che nel 1514 egli è nel feudo di Soriano Calabro che comprendeva la sua natia Gimigliano al servizio, nella veste non solo di filosofo ma anche di astrologo, del communem litteratorum patronum et mecenatem, cioè del Conte di Soriano Tiberio Carafa che nel 1527 fu il primo Duca della città di Nocera de’ Pagani.

 

Durante una delle loro conversazioni, calcolò la nascita di una neonata del Conte, predicendone con esattezza la morte entro due mesi. Tiberio Carafa l’aveva cercato come medico quando la bimba stava morendo ma Tiberio Rosselli aveva risposto per lettera: “caelorum ordines nos immutare posse minime”, “non possiamo affatto alterare gli ordini dei cieli”. Tiberio Carafa, più sensibile alla precisione astrologica che alla pietà paterna, l’aveva premiato procurandogli vestiti e raccomandazioni adatte per uno che si recava a Napoli aspirando all’ufficio di Rettore, carica che non corrispondeva a quella odierna e neanche a quella che valeva nei primi tempi dell’Università. Infatti, come ci ricorda Riccardo Filangieri di Candida, L’età aragonese, in Storia dell’Università di Napoli, a cura di F. Torraca, Napoli, Ricciardi, 1924, p.168, nel periodo spagnolo “il Rector era uno studente, coadiutore del Cappellano Maggiore”. Giunto a Napoli nel gennaio del 1515, per incarico di Tiberio Carafa preparò un oroscopo a Ferdinando il Cattolico indovinandone il giorno letale con un anno esatto di anticipo, Ferdinando il Cattolico, infatti, morì il 6 gennaio del 1516. Doveva dilettarsi di inondare Napoli con le sue nefaste previsioni, infatti, egli stesso vanta quella nefasta del naufragio della flotta spagnola guidata da Ugo de Moncada alla volta dell’Africa nel 1519. Nel 1523 con l’accusa di eresia è arrestato a Firenze da cui fugge.

 

Ecco cosa scrive l’inquisitore sul suo Jesus vincit. Pernecessarium opus contra Tiberianicum Apologeticum: “(…) dopo l’abiura sotto riportata, temendo tutti i luoghi sicuri, profugo delle varie scuole d’Italia, si portò a Parma (…) ivi di nascosto stampò l’opera sua velenosa; scoperto il suo inganno da me inquisitore, (come richiedeva il diritto) viene chiamato in giudizio, coperto dallo scudo della contumacia; viene condannato all’anatema, vengono requisiti i volumi stampati, vengono interdetti e bruciati. Dopo che in seguito  venne scoperto fuggiasco a Pisa, e, cosa veramente impudente, nel mentre andava in cerca di una cattedra di filosofia, per mezzo della quale potesse infettare i giovani col veleno della sua perfidia, con la forza e l’aiuto dell’allora reverendissimo Cardinale De’ Medici ed ora Papa Clemente VII condannammo che fosse arrestato e che in tale posizione fosse rinchiuso nelle carceri di Firenze; da queste carceri tuttavia col favore di alcuni scappò libero prima che gli fosse fatto il processo”. Tiberio Rosselli, dunque, riesce a fuggire e a salvarsi da una sicura condanna per eresia. Con la fuga dalle carceri di Firenze, egli decide di allontanarsi definitivamente dall’Italia settentrionale, rifugiandosi nell’Italia meridionale. Probabilmente Tiberio Rosselli si rifugiò in Sicilia e nello specifico a Palermo, dopo la sua fuga dal nord dell’Italia, poiché lì è presente un importante nucleo dei Rosselli, legati da vincolo di parentela con il ramo gimiglianese. I Rosselli di Gimigliano discendono dal ramo inglese dei Rosselli che nel XV secolo si insediò nel regno delle due Sicilie tra Napoli e Palermo.

La vita di Tiberio Rosselli è ammantata dal mistero e dalla leggenda così come la sua morte. Il diavolo, al quale Tiberio Rosselli aveva venduto la sua anima, gli aveva predetto che sarebbe stato ucciso da un cane idrofobo che egli stesso aveva nutrito. Così con grande cura egli vigilava che non vi fossero cani in casa sua e aveva comprato due schiavi unicamente incaricati di allontanare da lui tutti gli animali di questa specie. Tuttavia, Tiberio Rosselli aveva male compreso la profezia, infatti, partito per l’Africa, dove si era recato per oscure ragioni, fu assassinato per mano di uno dei suoi servi nel 1550.