La campagna elettorale non ha tempo perché la politica ha le sue eterne logiche, e fra ombre e retaggi, riemersioni e rifioriture e personaggi ambigui sempre più spesso la vita politica e le elezioni si identificano con quella dell’antica Roma. Probabilmente lì dentro, oltre al passato, si rischia di trovarci un pezzetto di presente. Come avveniva, allora, la campagna elettorale nell’antica Roma? In sintesi, la campagna elettorale era detta ambitus, dal verbo latino ambire che indica il girare intorno a qualcosa e il circondare. Già nell’età repubblicana questo termine acquista un preciso valore in ambito politico: è il girare del candidato intorno ai cittadini per chiedere agli stessi il voto favorevole. Il tutto si svolgeva con una tecnica ben collaudata: l’aspirante a una carica pubblica, il petitor, dopo aver depositato ritualmente la sua candidatura, indossava come segno distintivo la toga candida, per questo era chiamato candidatus.

 

Egli si aggirava nei luoghi più frequentati di Roma come il Foro, le Terme, il Mercato senza trascurare le periferie e le campagne per farsi conoscere e per “agganciare” e adulare i potenziali elettori. In mezzo alla folla, l’atto più importante che il candidatus poteva fare era la prensatio, cioè la stratta di mano, con cui salutava i potenziali elettori. Durante gli incontri con i cittadini, il candidatus ricordava i suoi meriti passati, faceva promesse e non dimenticava i favori come banchetti, giochi, tutela di interessi privati che avrebbe fatto salendo alla carica desiderata. La campagna elettorale, dunque, si svolgeva senza esclusione di colpi si andava, infatti, dalle promesse di favori alla corruzione, al voto di scambio e al broglio elettorale vero e proprio. Ne è prova l’elevato numero di processi in base alla Lex Iulia de ambitu, cioè per brogli elettorali, di cui ci è giunta notizia. Il fair play, poi, nei confronti degli avversari non era proprio contemplato, anzi, era usuale il ricorso ad accuse, anche infondate, spesso molto pesanti come lussuria, uccisioni, sperpero di denaro e altro. Una campagna elettorale, specie per le cariche più importanti, era molto costosa, il candidatus doveva spesso indebitarsi e, naturalmente, quando riusciva nel suo intento, cercava poi in ogni modo di rifarsi delle spese sostenute. Nel suo girovagare il candidatus era accompagnato dal maggior seguito possibile di clientes e di amici importanti, e soprattutto, accanto a lui c’era sempre un nomenclator, una sorta di Server moderno del candidatus, vediamo perché. A Roma, infatti, esisteva una categoria di schiavi che svolgeva una funzione davvero originale. Erano detti nomenclatores e avevano il compito di far ricordare al padrone i nomi di chi incontrava per strada perché potesse salutarli in modo corretto. Assumevano, poi, un’importanza particolare nel caso in cui fossero al servizio di un candidatus durante la campagna elettorale, quando è necessario manifestare la massima familiarità soprattutto con gli sconosciuti. In un’epoca in cui i sussidi digitali non erano stati ancora inventati, e in compenso gli schiavi abbondavano, certe funzioni erano svolte attraverso materiale umano. E oggi, che il commercio degli schiavi è stato del tutto abolito, chi ha sostituito il nomenclator, poiché era ed è sicuramente ancora una risorsa indispensabile per il candidatus. Nell’era digitale, la campagna elettorale ormai si fa per la maggior parte dalla tastiera del computer e il nomenclator è stato sostituito dal Server. Il Server, “servitore” in inglese, è la macchina che contiene informazioni mentre il client, cioè il candidatus, è il computer che le richiede. Il Server, quindi, è un fornitore virtuale di informazioni indispensabili per il candidatus, mentre il nomenclator è un personaggio che evoca uno stadio ancora orale della trasmissione delle informazioni. In pratica, cambia il metodo ma il funzionamento è lo stesso. Già, ma il nomenclator come metteva in pratica il suo incarico? Come già detto, il candidatus durante la campagna elettorale si avvaleva del corrotto supporto del nomenclator che era uno schiavo, e in rari casi un liberto, ben informato su tutti e tutto della città.

Quando il candidatus incontrava in un luogo pubblico un potenziale votante, il nomenclator sussurrava non solo il nome del votante ma anche dettagli fino a quel momento sconosciuti al candidatus, simulando in tal modo la conoscenza diretta e un sincero interessamento per le vicende esistenziali del votante stesso e simulando, per estensione, una presa in carico delle esigenze dell’elettore, nell’intento di abusare della sua credulità popolare. Il nomenclator, dunque, non era un semplice suggeritore di nomi, ma conosceva anche i personaggi più influenti della città che potevano mediare il consenso elettorale. Infatti, nel 64 a. C. Quinto Tullio Cicerone aiutò il maggiore e più noto fratello Marco Tullio a correre per il consolato come homo novus. A tale scopo raccolse i suoi consigli in un Commentariolum petitionis, “Manualetto per una campagna elettorale”, che rappresenta il primo manuale per come intraprendere una campagna elettorale della storia. Quinto Tullio Cicerone, tra i molti consigli che dava al fratello, evidenziava l’importanza di conquistare la benevolenza degli uomini influenti delle Tribù, e di salutare sempre per nome gli elettori che incontrava per strada facendo finta di conoscerli, e a ricordarglielo ci avrebbe pensato il nomenclator. Anche Orazio conferma l’assoluta rilevanza di questo personaggio. Infatti, nella sesta epistola, 1, 6, 49 ss., del primo libro delle Epistulae, a Numicio che persegua le magistrature si raccomanda di acquistare un bravo nomenclator che oltre a ricordare i nomi, sappia segnalargli le personalità molto influenti nelle diverse Tribù: “Se è l’appariscenza e il favore del popolo a garantirci la fortuna, compriamoci uno schiavo che ci ricordi i nomi e ci punga il fianco sinistro, quando è il caso di porgere la mano anche perdendo l’equilibrio: ‘Questo è un notabile della tribù Velina e quello della Fabia; quest’altro darà i fasci a chi gli piace, e strapperà senza riguardi a chi vuole il seggio curule’. Ma non dimenticare gli appellativi di ‘fratello’ e ‘padre’: secondo l’età adotta per ognuno quello giusto”. I nomenclatores, inoltre, presentano un’altra caratteristica interessante. È tramandato, infatti, che essi portavano anche un singolare nomignolo: fartores, letteralmente “farcitori” o “riempitori”. Lo spiega Paolo Diacono, riassumendo Festo, Epitome, 78: “(…) si chiamano fartores  i nomenclatori, che senza farsene accorgere “infarcivano” i nomi di quelli da salutare nell’orecchio del candidato”. Il nomenclator, dunque, agisce come un fartor chi professionalmente ingrassa gli animali destinati alla tavola (specialmente gli uccelli), oppure chi fa il salsicciaio. Di conseguenza le orecchie del candidatus costituiscono il contenitore delle informazioni che riceve, e il nomenclator ci infarcisce dentro i nomi e le notizie di cui costui non ha, come se si trattasse, diremmo noi oggi, di inserire nuovi dati nel disco di un computer. Come si vede, l’azione di “infarcire” informazioni nelle “orecchie” di qualcuno ha direttamente a che fare con l’intento di agire sulla sua memoria del destinatario. A questo punto, la domanda è inevitabile: per i Romani, che cosa hanno a che fare le orecchie con la memoria? La risposta ci viene da Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, 11, 251: “(…) nel lobo dell’orecchio è insita la memoria, toccandolo chiamiamo qualcuno a testimone.

 

Parimenti, dietro l’orecchio destro sta il luogo detto “di Nemesi”(… ) dove passiamo il dito anulare dopo averlo sfiorato con le labbra, come per riporvi il perdono che chiediamo agli dei per le nostre parole”. Il lobo dell’orecchio costituisce dunque la sede della memoria. L’orecchio quindi è provvisto di memoria, si tratta di un luogo in cui si possono “riporre” le informazioni. Queste testimonianze ci mettono di fronte a una manifestazione di quell’anatomia simbolica che faceva corrispondere le facoltà o i sentimenti dell’animo a determinate parti del corpo. Poiché la memoria risiede nel lobo dell’orecchio, quando si “vuotano” o si “infarciscono” le orecchie di una persona, si agisce direttamente sulla memoria di costui, liberandone spazi ovvero riempiendola di dati. È la stessa cosa, insomma, che facciamo noi quando tiriamo le orecchie a chi compie gli anni: è come se gli ricordassimo che ha venti, trenta, quarant’anni, oppure quando vogliamo ammonire qualcuno. È chiaro che i Romani non credevano davvero che la memoria risiedesse nel lobo dell’orecchio. Si tratta solo di un luogo simbolico, ma non per questo meno significativo.