Dio si è rivelato tramite la sua Parola scritta, ha lasciato che fosse la scrittura e non delle immagini a parlare all’umanità intera di lui. Fu “la scrittura di Dio” che presentò a Israele chi era Dio e quali erano le esigenze della sua perfetta santità, e la sua Parola è custodita nella Bibbia. Dio, infatti, è stato il primo a utilizzare la scrittura per diffondere in mezzo al suo popolo la sua Parola. Dopo che tutto il popolo udì dal monte Sinai la voce di Dio che pronunciò i Dieci Comandamenti, Mosè salì sul monte e quando ne discese, aveva “due tavole della testimonianza … scritte da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio e la scrittura era scrittura di Dio incisa sulle tavole” (Es 32, 15-16).

Dio mise per iscritto le parole dei Comandamenti poiché quella era la forma immutabile e duratura per mezzo della quale il popolo poteva ricordarsi di quello che gli aveva detto il Signore. Dio diede delle precise indicazioni a degli uomini di scrivere, sotto la sua ispirazione, il suo messaggio per l’umanità. Gli disse di utilizzare un genere di diffusione rappresentato dalla sola scrittura, e la Bibbia è la custode della Parola scritta di Dio. La Bibbia è una piccola biblioteca mobile raccolta in un solo libro. Infatti, il termine Bibbia, dal neutro plurale greco biblia, significa “i libri”. All’inizio, biblia, indicava una qualsiasi collezione di scritti, o una biblioteca; ma ben presto fu limitato dai fedeli, Ebrei e Cristiani, alla sola raccolta dei loro libri sacri. In seguito il neutro greco fu traslitterato nel latino popolare come femminile singolare, biblia; e di qui è passato in italiano e in quasi tutte le lingue moderne. La Bibbia, dunque, è un insieme di libri redatti da una quarantina di autori diversi. La spettacolarità di un insieme di questo genere sta nel fatto che autori di diverse classi sociali (re, pescatori, sacerdoti, profeti, funzionari governativi, pastori e altri) sono riusciti a scrivere testi che, di sottofondo, presentano una sovrannaturale unità di temi, che si intrecciano in maniera unica dalla prima all’ultima pagina.

L’originalità della Bibbia rispetto soprattutto alle religioni politeiste e che Dio comunica con l’umanità attraverso la scrittura, ecco perché la Bibbia e detta Sacra Scrittura. La Bibbia è una raccolta di settantatré libri sacri divisi in due grandi parti: i libri dell’Antico Testamento e quelli del Nuovo Testamento. I libri dell’Antico Testamento, composti a partire dal 1300 a.C. fino al 100 a.C. circa, sono quarantasei e si dividono in tre gruppi di libri: storici; sapienziali; profetici. I libri storici sono ventuno e raccontano la storia della creazione, poi quella di Abramo e degli Ebrei fino al 130 a.C. circa, cioè fino all’inizio della dominazione dei Romani in Medio Oriente, particolarmente in Palestina. I libri sapienziali sono sette e sono libri di saggezza e di alta moralità, e lo stile è spesso poetico. Contengono consigli e preghiere che scaturiscono spontaneamente da un cuore ispirato da Dio per insegnarci come rivolgersi al Creatore. I libri profetici sono diciotto, e ogni libro, parla del profeta di cui porta il nome e ci riporta le sue parole e la sua testimonianza. I libri del Nuovo Testamento, composti tutti nel I secolo d.C., sono ventisette e si dividono in tre gruppi di libri: I quattro Vangeli; il Libro degli Atti degli Apostoli; le ventuno Lettere degli Apostoli inviate alle prime comunità cristiane; il Libro dell’Apocalisse. Ciascuno dei libri biblici è diviso in capitoli e ogni capitolo in versetti, gli stessi in tutte le Bibbie e in tutte le traduzioni. Questo facilita i riferimenti e la localizzazione dei testi; ad esempio: Gn 12, 3 significa capitolo dodici, versetto terzo, del libro della Genesi. Nel III secolo a.C. l’Antico Testamento fu tradotto in lingua greca; la cosiddetta Traduzione dei Settanta, iniziata nella città di Alessandria sotto il regno del re Tolomeo Filadelfo (285-245 a.C.), che restò un punto di riferimento nell’area culturale per gli stessi Ebrei ellenizzati, oltre che per i Greci. Dal II secolo d.C. l’Antico e il Nuovo Testamento furono tradotti anche in latino. Tuttavia, la traduzione fatta da San Girolamo di Stridone fra il 390 e il 406 d.C. fu quella che s’impose in modo stabile, al punto da essere adottata ufficialmente dalla Chiesa, ed è nota con il nome di Vulgata, perché considerata la traduzione latina per eccellenza. Abbiamo visto che le due parti della Bibbia sono dette Antico e Nuovo Testamento, anche se, la voce Testamento, non s’incontra mai come titolo, né nell’originale ebraico, né nel greco, che è la lingua esclusiva della parte cristiana. Da dove proviene, dunque, questo termine? La lingua ebraica ha un termine, berith, che nell’Antico Testamento ricorre per più di seicento volte. Questo termine significa patto, contratto, e nei rapporti tra i popoli, Alleanza. La traduzione dei Settanta complicò le cose. Il termine berith fu reso con diathéke, che oltre al significato di Patto aveva anche quello accessorio di un lascito testamentario: in latino, testamentum. Quando si incominciò a tradurre la Bibbia in latino, il senso iniziale di un’Alleanza tra Jahvè e il popolo ebraico si era in gran parte perduto lasciando il posto al senso di Testamento. Da allora in poi, l’intero contenuto della Bibbia si è sempre indicato Antico Testamento, l’antica Alleanza, tra Jahvè e il popolo ebraico e Nuovo Testamento, la nuova Alleanza, tra Cristo e il popolo cristiano.

Il Cristianesimo delle origini ereditò dall’ebraismo l’autorevolezza delle Scritture, senza mai porla in discussione. Anche se inizialmente non fu proposta alcuna dottrina formale riguardante l’ispirazione delle Scritture, i cristiani in generale ritenevano che la Bibbia fosse depositaria della parola di Dio, comunicata dal suo Spirito, prima attraverso i patriarchi e i profeti, poi attraverso gli apostoli. Non a caso gli autori dei libri del Nuovo Testamento si appellavano all’autorità delle Scritture ebraiche per sostenere le proprie affermazioni su Gesù. L’apostolo Paolo fu il primo a usare l’espressione “Antico Testamento” in 2 Cor 3,14; parlando dei figli di Israele spiega: “Ma le loro menti furono accecate; infatti, fino a oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato”. Paolo si riferisce all’Alleanza tra Dio e Israele, violata ripetutamente dal popolo e destinata a raggiungere la sua pienezza in Cristo. Sulla scia dell’Apostolo due autori cristiani, Tertulliano e Origene, vissuti tra il II e il III secolo d.C., usarono l’espressione “Antico Testamento” per definire le Sacre Scritture furono accolte dal Cristianesimo e da esso considerate un insieme unitario collegato al Nuovo Testamento. 

Il blocco dei primi cinque libri della Bibbia è stato chiamato dagli Ebrei Torah, e Pentateuco, che in greco significa “il libro dei cinque astucci o volumi”, dai Greci. Il termine Torah, cioè “insegnamento, ammaestramento” e che equivale in pratica a Legge, deriva dal verbo ebraico yarah che significa “mostrare con le dita”, quindi, istruire, insegnare. L’istruzione, intesa come ammaestramento dato da Dio per divenire regola di vita, corrisponde in pratica all’insegnamento dell’ebraismo. Ogni singolo libro della Torah è diversamente denominato in lingua ebraica e greca. Gli Ebrei denominano con le prime parole del libro, mentre negli ambienti dei Greci si è preferito indicare con il titolo la parte o l’azione più importante del testo. Il primo libro è detto Bereshit (in principio) dagli Ebrei e Genesi (origine, inizio) dai Greci. Il secondo libro e detto Weelleh Semot (e questi sono i nomi) dagli Ebrei ed Esodo (uscita, partenza) dei greci. Il terzo libro è detto Wayyiqra (e chiamò) dagli Ebrei e Levitico (le leggi levitiche) dai Greci. Il quarto libro è detto Bemidbar (nel deserto; è la quinta parola del libro) dagli Ebrei e Numeri dai Greci. Il quinto libro è detto Elleh Haddebarim (e queste sono le parole) dagli Ebrei e Deuteronomio (una copia di questa legge o seconda legge) dai Greci.