Chiusi nella torre d’avorio del Nazareno, protetti da pareti di sughero contro gli sconvolgenti pollini dell’oggi, centoventiquattro eletti del Pd (settanta collegati via internet) si sono riuniti ieri per preparare il congresso. “Non siamo più un partito.

 

Siamo un trituratore industriale di segretari”, dice a un certo punto Marco Miccoli, zingarettiano spiccio. Lui è uno che va al sodo. E infatti: “Serve uno scontro duro, vero, anche drammatico”. Parole sante. Eppure non c’è dramma. Non c’è solennità. E’ un po’ come ascoltare l’Eroica in una trascrizione per armonica a bocca. Quando per esempio interviene Francesco Boccia, l’ex ministro prima sembra Nanni Moretti (“dobbiamo dirci chi siamo
e che cosa vogliamo fare”) poi diventa improvvisamente Roberto Benigni (“dobbiamo anche dirci dove andiamo e con chi”). Manca solo quello che chiede a Benigni e Troisi: un fiorino! In pratica la mozione Frittole.

Poi arriva Matteo Ricci. Il sindaco di Pesaro, amico di Sala e Nardella, è sospeso tra discorso motivazionale e pubblicità del dentifricio. “Dobbiamo soprattutto essere sorridenti”, dice. Quindi passa dal Durbans allo Xanax: “Dobbiamo anche avere una scossa antidepressiva”. Ecco. “Sennò nessuno ci avvicinerà”. Mozione ansiolitica. Chi si avvicinerà a queste facce lunghe? “Proprio nessuno”, dice Stefano Bonaccini inforcando gli occhiali a goccia. “E poi non è con tempi infiniti e i dibattiti filosofici sulla natura della sinistra che si rilancia il Pd”, aggiunge massaggiandosi la barba curatissima.

Bravo. Mozione poche chiacchiere (o Proraso). Dev’essere per questo che ci metteranno quattro mesi e mezzo a fare il congresso. Primarie il 12 marzo. Ieri, per dire, ci hanno messo quattro ore a psicoanalizzarsi. Dalle 10 del mattino alle due del pomeriggio. E bisogna proprio confessare che facciamo parte anche noi di quella torbida audience che sta a guardare per intero la direzione nazionale del Pd, ascoltando pure quella parte che non è pubblica. Come gli alcolisti, come i drogati, sappiamo benissimo che la cosa ci fa male. “No, no, fuggi e metti Netflix”, ci grida la ragione. Ma il vizio è più forte di ogni saggio proposito. Così sentiamo Peppe Provenzano ammonire Letta: “Non abbiamo invocato abbastanza la pace in Ucraina, siamo stati tiepidi”. Mozione arcobaleno. Alla fine, in quattro lisergiche ore capiamo quello che sapevamo già, e che già sanno pure tutti quelli
che si sono messi a discutere perquattro ore di un congresso che durerà quattro mesi: si candidano Bonaccini, Paola De Micheli e poi Andrea Orlando sponsorizzerà Elly Schlein (che però non è iscritta). Letta resta in Italia e vuole fare il kingmaker. Probabilmente vincerà Bonaccini, e forse ci sarà una piccola scissione organizzata da tre indomiti pensionati (D’Alema, Bettini e Bersani) con il concorso esterno di Giuseppe Conte. Ma se tutto è già
chiaro, la prodigiosa logomacchina a che serve? Cinque mesi di congresso? Perché? Forse c’è una sola risposta: loro in realtà si divertono.