Si legge, tra le pagine di un libro bellissimo, che il piacere è una forma di egoismo assoluta, appartenendo solo a chi ne può godere. L’autore ne parla in modo scettico, convinto com’è che l’edonismo rappresenti un’utopia. Sono parole che si attaccano come la febbre a un uomo utopico come Massimiliano Allegri.

La sua vita privata e professionale sembra tutta tesa alla ricerca del piacere, come un Andrea Sperelli del calcio. Ha un che di decadente la sua figura, e il fascino che si porta dietro come una scia di profumo, risiede nella libertà che sembra ispirare ogni sua azione o pensiero. Recentemente ha dichiarato di sentirsi bene in mezzo al caos. “Più si complicano le cose e più mi diverto”, ha detto il livornese. Lasciamo stare il bello e il brutto, questione soggettiva di cui abbiamo parlato spesso a proposito della natura del gioco. Allegri ritiene, a torto o a ragione, che spettacolo e risultato siano due facce della stessa medaglia, diretta espressione della qualità dei calciatori. Più questi sono forti, più vinci, e viceversa. Una filosofia elementare ma difficilmente discutibile. Il punto però non è questo, dicevamo, ma il disincanto con cui affronta il mestiere di allenatore. Si fa presto a dire, ma i soldi, con tutto quello che
guadagna, è un privilegiato, deve pensare solo a quello.

Il mestiere di allenatore ti scarnifica, riduce all’osso. Allegri sembra un osso, lo chiamavano acciuga ma io gli avrei affibbiato un altro nome: il secco. Perché contiene sinonimi interessanti. Asciutto, come il suo pensiero, la sua grammatica, il suo lessico. Per Allegri tutto è facile, una bella bischerata. Sottrae per difendersi,
alleggerisce per contrattaccare. Contrasta lo sproloquio con l’esiguità della frase, stretta, corta, a cui si arriva al punto di schianto, come se fosse un muro in fondo a una discesa. Magro, come la sua figura, le gambe, la faccia, le braccia. Si fa fatica a pensarlo calciatore, eppure qualcuno dice che lo sia stato, parecchio forte, molto
incredulo e per questo abbastanza superfluo. Arido, come certe valutazioni relative al famoso gioco, che per
Allegri si traduce in una transizione veloce e ricerca della profondità. Solo che ha bisogno che qualcuno si butti avanti per lui, o per la causa se vogliamo dirla meglio. E di centrocampisti che sappiano guardare avanti e non solo di lato. Con gli infortuni di Pogba e Di Maria, Allegri non li possiede, se non ridotti in Locatelli e in
alcune ipotesi (quindi nulla) di mercato paralizzate da una mamma e un brasiliano. Ma lui sorride, celebrando il caos in cui gli piace muoversi per non lasciare il campo al pessimismo. Di cui non sa nemmeno il significato, ottimista per natura, godereccio per vocazione. Libero come uomo e secco come allenatore.