Una volta chiuse le urne, contati i voti, arriverà il diluvio. Tra Meloni e Salvini si arriverà alla resa dei conti. Quella definitiva, in modalità Sergio Leone: bang! bang!.Ossessionato fino al delirio dall’avanzata di Fratelli d’Italia e dal conseguente declino della Lega, Matteo ha passato gli ultimi anni a infastidire (eufemismo) più o meno ogni giorno Giorgia, fino ad arrivare al punto di dare tutta la colpa del crepuscolo leghista alla partecipazione al governo.

Ora, fatto fuori Draghi, tornato leader di lotta, la semplice idea di dover sottostare a una Ducetta premier, fa venire il voltastomaco al Truce lombardo.  Ed eccolo ringhiare: “Mi accontento di fare il presidente del Consiglio e di nominare un ministro dell’Interno all’altezza”. Il giorno dopo, tocca a Donna Giorgia mostrare i denti all’alleato: “Se vincesse il centrodestra con l’affermazione di Fratelli d’Italia non ho ragione di credere che Mattarella possa assumere una scelta diversa rispetto alla mia indicazione”.

Tornato al centro ring, Salvini risponde al colpo di colei che nomignola “Rita Pavone”: “Io aspetto il voto degli italiani prima di fare qualsiasi commento, poi il presidente della Repubblica sceglierà come è giusto che sia”. Non soddisfatto, le fa capire che è ancora in corsa per la premiership: “Vorrei fare il mestiere più bello del mondo”.

Poi il poverino ripiomba nel suo grande incubo, che finora ha evitato scapicollandosi nelle file del governo Draghi e infine votando il Mattarella-bis al Quirinale: “Non vorrei che da qui al 25 settembre qualcuno si svegliasse male la mattina e provasse a cambiare in un tribunale il risultato delle cabine elettorali…”.

Intanto, tra una dichiarazione acida e l’altra al veleno, Salvini non è rimasto con le mani in mano: ha fatto sepoltura via Agcom del duello televisivo tra Letta e Meloni chez Vespa, mettendo in moto Massimiliano Capitanio, commissario Agcom e già deputato della Lega (con la complicità di un altro commissario, Antonello Giacomelli, deputato Pd in quota Franceschini).  Sul programma di governo, poi, le divergenze si sprecano: dalla Flat Tax alle pensioni, dalla guerra in Ucraina all’Agenda Draghi, cara alla Draghetta. E Meloni non ha problemi a dire che l’Agenda Papeete le fa paura: “Io e Salvini siamo alleati ma diciamo cose diverse”.

Un altro elemento di frizione con gli alleati è la futura squadra di governo. Meloni ha ribadito con forza che è prematuro indicare i futuri ministri, Salvini invece insiste: “Sarebbe giusto che il centrodestra prima del voto offrisse agli italiani i nomi di due o tre ministri: il ministro degli Esteri, dell’Economia e della Giustizia. I nomi non li dico, se no li rovinerei”. 

A quel punto, sapendo bene che la Meloni non fa mistero di vedere l’ex magistrato Nordio alla Giustizia, il “suocero” di Verdini butta un po’ di benza sul fuoco: “Non è un mistero, però, che avere una Giulia Bongiorno come ministro della Giustizia sarebbe una garanzia”.

Bene: se questo è l’antipasto, cosa succederà nei giorni a seguire del 25 settembre quando la coalizione del centro-destra si riunirà per decidere come deve essere tagliata e in quali proporzioni la torta del novello potere, da portare all’attenzione del Capo dello Stato? Altro che stracci, voleranno mazze ferrate e capitelli di marmo.  A quel punto, con l’aiuto di Marina, Berlusconi potrebbe anche risvegliarsi dal filtro magico della fattucchiera Ronzulli che l’ha stravolto portandolo a mollare il governo Draghi e quindi sfilarsi da una coalizione che l’Unione Europea vede come il vaiolo delle scimmie. Una volta sfarinato il centrodestra con l’uscita di Forza Italia, a Mattarella non resterà che mettere in piedi un governo di salute pubblica che salvi il paese dalla recessione e da possibili disordini sociali.

Con un Salvini fuori di testa, responsabile numero uno del draghicidio, l’errore madornale di Enrichetto Letta è stato quello di puntare la campagna elettorale interamente contro una Giorgia Meloni che nel frattempo, preoccupatissima di non fare la fine di Marine Le Pen, si è trasformata da Ducetta a Draghetta, con Mariopio da Rimini pronta a farle, se vuole, da “garante” nei confronti dei poteri forti europei. E dopo tanti attacchi e insulti, quell’abbaglio oggi gli preclude la possibilità di mettere su un eventuale governo di compromesso storico Pd-Fld col compito di portare avanti il Pnrr.