“Il corpo della ragassa” è il primo romanzo di Gianni Brera, dopo le biografìe romanzate di Eberardo Pavesi e Fausto Coppi. E anche il primo della Trilogia di Pianariva, che prende il nome dal paese di fantasia (ma molto simile al paese natale di Brera) in cui si svolgono le vicende. “Il mio vescovo e le animalesse” è la storia del vescovo Rovati, ambientata in quella striscia di terra della campagna pavese, tra il Po e l’Olona, dove si trova il podere della Speziana. “La ballata del pugile suonato” è il suo romanzo della trilogia più denso, impastato di mondi accostati: il pugilato duro e incorrotto dei primi pionieri, la Bassa percorsa da brigatisti neri e partigiani che lungo gli argini del grande fiume sembrano per un attimo sospendere la loro lotta fratricida, la Milano non ancora metropoli ma già popolar-fascista.

Teresa Aguzzi, detta Tirisìn, è la bella figlia di Pasquale, spalatore di rena sugli argini del Po, nella bassa provincia pavese degli anni Trenta. Durante un viaggio in città, la ragazza viene notata dal facoltoso professore Ulderico Quario e subito assunta come cameriera nel suo palazzo. Coadiuvato dalla fedele governante Caterina, il dottore s’improvvisa pigmalione nell’istruire la rozza Tirisìn nelle arti di raffinata femminilità, al fine di poterla esibire come giocattolo sessuale ai propri amici.

In principio Tirisìn mostra qualche perplessità nell’essere coinvolta in questo gioco libertino, ma la felicità del padre, che con il nuovo stipendio è finalmente riuscito a costruire una latrina all’interno della loro povera abitazione, e i buoni consigli di un’esperta maîtresse, la convincono a rendersi partecipe e, anzi, ad assumere un ruolo da protagonista e tentare di trarre il massimo profitto dalla situazione.

Il Corpo della Ragassa è un tipico romanzo italiano moderno (non contemporaneo, si badi bene!), con la sua storia narrata di Tirisin, giovane e bella contadina che si svincola dal suo povero mondo padano trovando fortuna in città senza tuttavia mai abbandonare le proprie radici, nelle quali vi è in fondo uno dei pochi, veri sensi della vita; lo è – romanzo “italiano moderno” – nel narrare di vite semplici che scorrono di pari passo col tempo che se le trascina dietro un po’ come l’acqua con il Po, il grande fiume che attraversa i paesaggi in cui si svolge la storia; e lo è proprio nel rendere vivo come un macro-personaggio l’ambiente di vita, il piccolo paese di pianura immerso tra le nebbie e i pioppeti, le sue case, le sue rive fiumane, le sue cascine, i suoi campi, la sua gente al di fuori del circolo di personaggi del romanzo: un paesaggio che pulsa di propria vitalità, onnipresente, orizzonte sempre uguale eppure irrinunciabile per quelle vite che lo vivono, e in un modo che il paesaggio stesso, in qualche modo, determina… E’ mirabile anche la costruzione dei personaggi che compie Brera, con diffusi e veloci tratti lungo tutto il romanzo senza mai soffermarcisi sopra con troppa insistenza, eppure permettendo al lettore di conoscere, infine, ciò che conta del tal personaggio. Lo stile, come detto, è semplice, godibilissimo e, dunque, leggibilissimo, proprio di un grande scrittore nonché finissimo esteta della scrittura, che senza usare pindarici preziosismi rende l’altrettanto semplice storia narrata grondante di aulicità: un maestro, insomma, e chissà se il mondo del calcio capirà mai completamente quanto fu grande l’onore di avere un Gianni Brera che scrisse di palloni, pedate, polpacci e altre amenità oggi così – nel bene e (soprattutto) nel male – volgari

Ne fu tratto un film: regista Pasquale Festa Campanile, protagonisti Enrico Maria Salerno e Lilli Carati.