Riporto questa toccante intervista fatta dal Corriere della sera alla madre di Simonetta Lamberti, che aveva l’età del mio secondogenito quando venne brutalmente assassinata a Cava de’ Tirreni da camorristi senza cuore, dopo aver trascorso ore allegre al mare, a Vietri sul Mare, che tanto amo, col suo papà.

Quarant’anni senza Simonetta. Come se l’immagina oggi che avrebbe 51 anni?

«Esattamente com’era, per me rimane un’eterna bambina, un angelo, una creatura particolare. Il ricordo è cristallizzato: gli occhi verdi punteggiati di giallo e i capelli biondi».

Le capita di sognarla?

«Oggi no, però ebbi un sogno premonitore due anni prima che l’uccidessero: sognai che stavo a Praiano, il nostro luogo dell’anima, seduta sul bagnasciuga mentre la sera avanzava e ad un certo punto vidi un’ombra alta, esile, con i capelli lunghi che avanzava dal mare portando tra le braccia una bambina morta».

Era sua figlia?

«Sì, era Simonetta. La cosa più inquietante è che aveva tutti i capelli bagnati, all’indietro, e una macchia viola alla tempia. Le stesse cose che ho poi rivisto in lei sul letto di morte. Mi svegliai di soprassalto e dissi tra me e me: meno male, è solo un sogno».

C’erano state minacce prima dell’attentato?

«Due mesi prima a Napoli ero andata a trovare i miei genitori e stavamo aspettando l’autobus io e Simonetta in via Tasso: ad un certo punto mi accorgo che un’utilitaria bianca si ferma accanto a noi e le persone a bordo, vestite da operai, iniziano a fissarci. Arriva il 128 e due di loro salgono con noi e si fermano sul fondo. Intercetto lo sguardo di una che mi indica la bambina e fa il segno che le avrebbe tagliato la gola. Io mi avvicino all’autista, dico che mi stanno minacciando ma nel frattempo i due scendono frettolosamente».

Il suo ex marito, Alfonso Lamberti, scomparso nel 2015, era un magistrato molto impegnato nella lotta alla camorra e furono i clan ad uccidergli la figlia, si è sempre detto per errore, mentre viaggiava in auto con lui. Il bersaglio era suo marito?

«No, guardi, non penso che sia stato un errore, credo che abbiano visto la bambina seduta affianco al padre, di ritorno da una gita a Vietri, appoggiata con la testa al finestrino, e deliberatamente abbiano voluto sparare».

Chi la informò di quanto era accaduto?

«Mio fratello Eugenio, medico chirurgo. L’altro fratello, Giuseppe, viceprefetto, era di turno al Viminale e ricevette la telefonata da Salerno in cui gli dicevano dell’attentato».

Cosa le disse suo fratello Eugenio?

«Che Simonetta era grave, che i medici del Cardarelli stavano tentando di tutto per salvarla, che stava arrivando un neurochirurgo molto bravo con l’elicottero per operarla. Ma il coraggio più grande lo ebbe il mio ex cognato Alfredo».

Perché?

«Mi disse che non c’era più niente da fare, che il cervello della bambina era spappolato e che bisognava portarla a casa, a Cava de’ Tirreni, prima che morisse per evitare l’autopsia».

E lo faceste?

«Sì, l’ambulanza con Simonetta dentro, avanti, e noi dietro, con la polizia. All’autogrill di Nocera l’ambulanza si fermò e i medici ci dissero che la bambina era morta».

E da quel momento cominciò il suo inferno…

«Fu l’inizio di un terremoto che sconquassò la mia famiglia. Buio totale. Se oggi sono qui a parlare con lei lo devo a mia madre».

Cosa c’entra sua madre?

«Un mese dopo la morte di Simonetta tentai il suicidio: ero a Cava, dormivo con mamma e mi alzai durante la notte, mi sentivo di esplodere… allora andai nel soggiorno e scavalcai la ringhiera, eravamo al sesto piano… mia madre mi afferrò e con una forza sovrumana mi tirò dentro. Da quel momento è cominciata la mia rinascita».

Quale rinascita?

«Pablo Neruda diceva che noi non siamo fatti per nascere ma per ri-nascere. Io ho cercato di uscire dal tunnel buio della disperazione con la forza della fede. Come mio figlio Francesco, più grande di un anno di Simonetta, che quel pomeriggio doveva stare con lei in auto. Una circostanza che, crescendo, lo ha provato tantissimo».

Lei poi ha avuto altri due figli.

«Sì, Simonetta Serena, il nome fu un errore del padre, che voleva incarnarsi nella sorellina morta e si ammalò di anoressia: a 15 anni pesava 31 chili e le facevamo le flebo di potassio. E poi Stefano che ha vissuto con me fino a tre mesi fa».

Lei ha perdonato il pentito Antonio Pignataro che si è autodenunciato come componente del gruppo che fece fuoco sulla bimba. Perché?

«Quando ci incontrammo mi fece compassione, quasi si inginocchiò, non riusciva a parlare nè a guardarmi negli occhi. L’ho perdonato, a differenza di Simonetta Serena, perché ho pensato che così posso fare qualcosa anche per lui. Tanto Simonetta nessuno me la riporta in vita».

Cosa consiglia a una madre che prova il suo stesso grande dolore?

«Niente, le forze bisogna trovarle da sola, in sé stessa, nessuno la può aiutare. Però è un dovere continuare a vivere, può darsi che la fine tragica di un figlio possa portare un’evoluzione in positivo, come è accaduto a me, facendo del bene al prossimo. La luce può cacciare l’oscurità».

Domenica sono 40 anni dalla morte di Simonetta. C’è qualche iniziativa per ricordarla?

«A Cava in un primo momento volevano fare qualcosa poi hanno cominciato a litigare fazioni politiche opposte tra loro e allora ho detto: preferisco non fare niente».

Annalisa Capaldo