“Trovare Dio in ciò che conosciamo”, una frase che Bonhoeffer scrisse in una lettera del 30 maggio 1944. Ebbene, tutti si attendono che il nuovo Presidente dei vescovi aiuti il nostro Paese a trovare Dio. Anche i laici ne trarrebbero beneficio, perché non si tratta di tornare tutti in Chiesa in processione in fila per due, come forse avrebbero voluto i precedenti presidenti della Cei. Si tratta piuttosto di “mettere ordine nella propria vita”, per riprendere l’espressione di Ignazio di Loyola che il cardinal Martini ricordava molto spesso, il che può avvenire solo in presenza di un principio ordinatore – che poi lo si chiami Dio, o giustizia, bellezza, verità, amore, bene, è una questione tutto sommato secondaria.

Ha colpito anche a Pagani, in occasione de Pontificale per la Solennità di Sant’Alfonso, la semplicità del presentarsi e del parlare in omelia del da poco presidente della Cei, appunto Matteo Maria Zuppi. Prete di strada – come è rimasto sempre, anche una volta diventato Cardinale – assiduo promotore della Comunità di Sant’Egidio, ha dedicato la sua intera vita ai bambini svantaggiati, ai migranti, ai senza fissa dimora, ai disabili, ai tossicodipendenti, ai carcerati, agli ultimi, agli emarginati. È stato figura di spicco e mediatore nel processo che, nel 1992, ha portato alla pace in Mozambico, che pose fine a oltre 15 anni di guerra civile. È stato simbolo della cooperazione in Africa. Nel 2015, quando divenne arcivescovo di Bologna, scelse di andare a vivere in un dormitorio per preti in pensione, in una umile stanza con un letto, un comò e uno scrittoio uguale a quella di tutti gli altri. Tre anni fa, nel pieno dell’ipnosi sovranista, se ne uscì con parole manifesto sull’immigrazione e sull’accoglienza:“L’accoglienza non è un incubo da evitare, è il modo in cui la società cresce, ringiovanisce, matura. Siamo di fronte al rischio di non commuoversi più per la condizione di chi non ha nulla o è in pericolo”. Parole che fanno riflettere proprie in ore di polemiche sullo sbarco di ulteriori immigrati a Salerno.

 

 

 

E qui si innesta l’esempio di Sant’Alfonso. Carità e Amore sono i due poli su cui ruota tutto il pensiero teologico-pastorale del fondatore dei redentoristi. Fornito di squisita sensibilità pastorale, S. Alfonso ha cercato ed ottenuto quei risultati che a livello pastorale ogni parroco auspicherebbe. Ha trovato il modo più giusto ed opportuno di conciliare due discorsi che, nel corso della storia della Chiesa, sembravano dirigersi ognuno per via diversa: Carità verso Dio e Carità verso il prossimo. Il Nostro dottore partenopeo, poggiandosi su S. Tommaso e su altri insigni maestri cristiani, ha fuso, con quell’arte che è propria dei pastori saggi e sapienti, l’essere  tutto di Dio e del popolo. La Carità verso Dio e verso il prossimo costituiscono la realtà fondante e fondamentale del pensiero alfonsiano. Per Alfonso la Carità è essenzialmente la virtù per la quale noi amiamo Dio da questo amore al Dio trinitario scaturisce l’amore al prossimo. 

Zuppi sottolinea con docile fermezza le parole di Francesco: la pandemia ci ha insegnato che il “si salvi chi può” si traduce rapidamente nel “tutti contro tutti”, allargando la forbice delle disuguaglianze e aumentando la conflittualità. Un alfonsiano moderno e umile, Zuppi stamattina è apparso così, con autorevolezza che non ha bisogno di alzare la voce ma che alza i contenuti della predica.