UN FRATE PAGANESE DIVENTA PARROCO DELLA BASILICA VATICANA DI SAN PIETRO. SI TRATTA DI FRA AGNELLO STOIA, VOCAZIONE GIOVANILE A NOCERA, QUANDO AMMIRAVA PADRE GUGLIELMO SALIERNO E, DI NASCOSTO O QUASI, FREQUENTAVA I FRATI MINORI A SANT’ANTONIO. A MONTELLA PER ANNI E’ STATO PUNTO DI RIFERIMENTO, PARROCO MA ANCHE GUARDIANO. POI IL PRIMO INCARICO A ROMA E ORA SAN PIETRO. SU FACEBOOK HA RACCONTATO LE EMOZIONI DI UNA GIORNATA PARTICOLARE. IN PASSATO INVECE AVEVA RACCONTATO LA SUA GIOVENTU’
IERI

Ho dovuto cercare tra le mie carte per trovarlo. Eccolo! il bianco cartoncino-ricordo della prima comunione: “Santa Maria del presepe, 27 giugno 1976”. E’ strano ma sul cartoncino il nome anagrafico di ‘Aniello’ è stato confuso con ‘Agnello’. Il ricordo della prima comunione me lo ha dato mia madre, quando ero già frate professo. Lo aveva trovato tra le foto di famiglia che aveva portato con sé quando aveva raggiunto papà, a Bardolino sul Garda, trasferendosi col resto della famiglia, dopo il terremoto del 1980.

A ‘Santa Monica’ per tutti ero Nello, Nellino. Forse l’errore del nome è stato di zia Cocca: era lei che presiedeva alla preparazione delle Prime Comunioni. Certo, c’era Emilia, la mia catechista, ma zia Cocca era l’indiscusso regista.

Ho avuto la fortuna di incontrarla qualche anno fa, poco prima che ci lasciasse. Per puro caso, a Pagani nella Chiesa della Purità, a due passi dalla casa che avevo abitato prima che la mia famiglia andasse a vivere a Nocera quando avevo quattro anni, in Via Origlia n. 80. Ti ricordi, ti ricordi, Nellino? continuava a ripetere. Certo che mi ricordo, la rassicuravo: ricordare significava don Gaetano e gli anni da me trascorsi tra corse e partite di pallone sui basoli di via Origlia e le funzioni, in ginocchio, sugli scalini dell’altare di Santa Maria del presepe.

Le immagini che conservo di don Gaetano non sono una foto sbiadita, è un film a colori. Quelli accesi degli anni 70. Aveva un portamento dignitoso e semplice, il sorriso benevolo e due occhi sereni e vigili, uno sguardo intelligente e un po’ mesto, che prestava attenzione a chi aveva davanti, anche a un bambino come me. Era un uomo di cultura ma ero troppo piccolo per poterlo capire, quello che diceva però lo capivo bene perché nelle prediche parlava facile e si presentava modesto, senza la spocchia del professore.

Ricordo che molta gente andava a parlare con lui, la gente normale ma anche quelli che abitavano nei ‘palazzi’ (noi ragazzini che abitavamo e scorrazzavamo ‘int’ ‘e curtìne’ dei portoni di via Origlia le facevamo queste distinzioni). Nel confessionale, vicino alla sacrestia, o nell’ufficio parrocchiale, in fondo alla chiesa dove adesso è il battistero: quel lungo corridoio della chiesa gliel’ho visto fare tante volte avanti e indietro. Raramente faceva quello parallelo. Là ci stava l’organo e, accanto, la stanzetta con le statue dei santi e della Madonna delle funzioni di Maggio, la Madonna della cintura, perché poi della cintura nessuno me lo seppe spiegare… non avevo chiesto a don Gaetano! Quello era uno dei miei luoghi preferiti, ci passavo molto tempo. Quando avevo gli smarts ne offrivo uno a ciascuna statua, glieli lasciavo ai piedi. All’Ecce homo due, era il prediletto.

Don Gaetano aveva un bell’accento e un tono di voce dolce e pacato, ma all’occorrenza anche fermo ed energico. E chi se lo scorda! Una volta mi ha rimproverato e non mi ha fatto servire messa. Eravamo una torma di vandali in sacrestia, ogni domenica a predare le tarcisiane dall’armadio – che non lasciavamo mai in ordine – tra gli strilli di quel povero vecchio di zi’ Ciccio il sacrestano. Quel giorno mi era toccata una di quelle tuniche che non piaceva a nessuno e insistevo per avere quella di un mio compagno: la sua era di quelle belle, con i nastri rossi fluttuanti, cuciti solo con un punto sulla tunica bianca alle spalle e alla vita. La mia, invece, era tutta lisa e aveva le strisce tutte cucite avanti e dietro. Non gli piacque proprio che pretendessi la tarcisiana del mio vicino. Mi fece spogliare e uscire. Era attento a ciascuno di noi e non tollerava che assumessimo questi atteggiamenti tra compagni.

L’atmosfera che si respirava in parrocchia, attorno alla persona di don Gaetano, era di grande fiducia e rispetto e non l’ho mai percepito distante da qualcuno. Aveva grande equilibrio nel tenere i rapporti con tutto quel presepe di umanità che erano i suoi confratelli presbiteri e la comunità dei collaboratori e dei parrocchiani. Certo, per quello che poteva ponderare un ragazzino tra i cinque e i nove anni, perché di quest’età stiamo parlando. Ma che fosse un presepe di umanità quello che mi circondava e a cui appartenevo è vero.

C’erano i più svariati personaggi e un’umanità variopinta che mi diverte ancora ricordare. Molti legati a via Origlia… i portoni, le famiglie, i compagni di gioco. A via Origlia viveva anche don Benedetto: sempre in clergymen, con la sua plombe, e che ha continuato affettuosamente a chiamarmi Nellino anche quando sono venuto in parrocchia a celebrar messa. Altri preti che frequentavano la parrocchia erano l’anziano Monsignore (per noi era Monsignore e basta, non ne ho mai conosciuto il nome), che predicava per mandare in tilt i microfoni tuonando contro i tempi moderni. Il prete dai capelli bianchi e cappello a saturno della messa delle nove in latino. Il frate che arrivava in bicicletta. Avevo davanti agli occhi, senza avvertenza, la Chiesa che muoveva i primi passi del post concilio: posizioni ed idee forti ma rapporti amicali in un clima sereno, da persone intelligenti. Per dirla in un linguaggio più appropriato, una bella e composita comunione sacerdotale.Ora, questa mia testimonianza su don Gaetano Ficuciello, è una testimonianza che non lo ricorda da solo, lo ricorda – come un grappolo o una spiga – circondato da persone e in mezzo a una comunità. E così ve la consegno. Sono ricordi vividi di un ragazzino che a quell’età riceve impronte, come sulla cera. Non sono un elefante, ma se ho conservato buona memoria è perché le tracce sono profonde, una memoria interiore che nel tempo ha anche razionalizzato e riempito di significati quei ricordi, senza trasfigurarli. E ancora lui, don Gaetano, fu il punto di riferimento quando il giorno di san Prisco la processione del santo patrono sostò davanti al n. 80 di via Origlia. Vidi uno che non vestiva come lui, mi avvicinai e chiesi: perché sei vestito così strano? E quell’omone dall’apparenza burbera mi rispose: perché dici strano, è l’abito di san Francesco! E dove abiti? Al convento di sant’Antonio, vieni a trovarmi. L’omone era padre Guglielmo, e da quel giorno cominciai a frequentare la fraternità che un giorno avrei abbracciato.

OGGI

E’ stata una giornata molto lunga ed intensa. Risvegliarsi stamattina a Roma dopo un lungo viaggio da Nocera, dopo il Capitolo provinciale, e stasera dormire nel profondo silenzio del Convento di Montella: un ping-pong tra la Campania e il Lazio nello spazio di poche ore e di tanti Km. Ma non è di una stanchezza fisica che intendo parlare quanto piuttosto delle intense emozioni vissute in queste poche ore. Ve ne condividerò qualcuna, altre rimarranno nel mio cuore come è giusto che sia.
Sono tornato a Roma perché sabato ho invitato a pranzo alcuni amici poveri che volevano salutarmi. Hanno preparato il pranzo le mamme di alcuni ragazzi con cui ho iniziato una bellissima esperienza con il catechismo… poi sono arrivate tutte le altre richieste e a Santi Apostoli siamo diventati un popolo. Ma tutto è iniziato accogliendo insieme, mamme e ragazzini (allora!), i poveri in parrocchia. Era famoso il pranzo mensile a Santi Apostoli per come si mangiava bene!
Sono tornato a Roma per non mancare la sera stessa all’insediamento di fra Mauro del suo titolo cardinalizio del Santissimo Nome di Maria al foro Trajano. Per amicizia nei confronti di fra Mauro, certo, e del Rettore del Santuario mariano, Padre Romano Matrone. E poi sono anche il Priore dell’Arciconfraternita del Santissimo Nome. Tanti motivi per non mancare dunque.
Sono tornato a Roma per celebrare stamattina la mia ultima messa come parroco dei Santi XII Apostoli, dopo circa otto anni di ministero pastorale. Ed ho avuto la gioia di annunciare ai fedeli presenti che non andrò molto lontano perché dal 29 giugno prossimo sarò parroco della Basilica di san Pietro in Vaticano. Sono stato circondato dai confratelli con cui celebro ogni domenica, fra Simone e fra Francesco Scialpi, ma oggi c’erano anche fra Christopher dei Francescani di Halifax in Canada, fra Giovanni Voltan, della Curia generalizia, e fra Francesco Celestino, frate guardiano della Comunità dei Santi Apostoli.
Cento rose rosse adornavano la balaustra: rosse come l’amore, gialle come la luce! Ci hanno ricordato il grande mistero della Trinità, la grande festa che abbiamo celebrato questa domenica. Tanti bambini a fare da chierichetti, finalmente anche bambine: qualche timida quota rosa fa capolino! Nel chiostro, dopo la celebrazione, abbiamo scambiato dei saluti per quanto il tempo e le misure anti-CoVid ci hanno permesso di fare in uno spazio aperto e con confezioni monouso e tutte le precauzioni.
E’ stato bello ringraziare tutti con affetto, le famiglie con i loro bambini cui abbiamo dato un biscotto a forma di agnello. Ed è stato bello ricevere dei significativi doni, da parte del Centro di Ascolto (un paio di sandali e una icona della moltiplicazione dei pani e dei pesci) come dalla Comunità parrocchiale (una bici elettrica, corredata di biglietti con tante pecore e agnelli – giusto perché il destinatario non si confondesse!).
Adesso qui a Montella, dove sono tornato per celebrare i 90 anni di Nannina, una delle veterane della Piana di Folloni e di san Francesco dove ho vissuto 19 anni, sono frastornato per tanta grazia e tanto affetto. Vado a dormire sereno e sazio di quanto bene il Signore ha fatto scorrere. Soprattutto per il bene passato attraverso il cuore e le mani di chi ha operato nel silenzio perché tutto si svolgesse nel migliore dei modi. Ed il mio grazie continua l’eucarestia di stamattina… Buonanotte.