A 24 ore dalla morte del Maestro, mentore e amico Francesco Forte, riesco a posare meglio i pensieri, a stemperare gli umori che ieri è stato difficile tener tappati con le paratie stagne imposte dalla dinamicità. Il prof Forte era un intellettuale vero, di quelli che regalano e costruiscono, vogliono essere protagonisti della Storia e sanno poi soprattutto far crescere i giovani, dargli spazio, lasciare dentro di loro un segno, una profonda cicatrice che prende nome di POESIA. Ma era anche – come l’ho più volte definito – un agitatore teatrale. E ancora, era un editore (sua la Oèdipus) con cui ha scovato scrittori, poeti, saggisti raffinati. I Quaderni dell’Agro è solo uno dei tanti progetti che ha dedicato al territorio d’origine, pur lavorando oltre i confini locali per tuffarsi nel mare della drammaturgia e della cultura nazionale e internazionale. Il Teatro Tenda, l’amicizia con Bartolucci, le sperimentazioni teatrali in mezza Italia, Kantor, Pasolini, Rea, gli affondi culturali sulle rotte americane ed asiatiche, decine e decine di giovani che lo hanno seguito nel corso degli anni. Ricordo la prima presentazione cui assistetti, era relatore di non so quale romanzo di un suo studente, alla Mondadori di Nocera (circa 20 anni fa). Maglione rosso, critica caustica e ironica, il pubblico rideva e si faceva affabulare. In seguito abbiamo avuto molto da scrivere e raccontare assieme. Nel corso di quasi 10 anni, ne abbiamo fatte di chiacchierate. Mi stanno particolarmente a cuore l’intervista fiume sui Colloqui di Salerno legati al mondo del teatro e alla figura di Bartolucci (quando lavoravo al quotidiano laCittà), oppure la serata da me organizzata su Domenico Rea quando lui curò l’introduzione critica a Ninfa Plebea e si prestò ad un omaggio strepitoso mentre leggevo stralci del capolavoro reiano (la serata si intitolava Città che legge, appendice della rassegna letteraria “Libri Corsari” che organizzavo insieme a Polis e all’Istituto Galante Oliva); ancora l’approfondimento sulla rivista culturale TAGS dove mi concesse documenti, storie, episodi solo in parte confluiti nel pezzo. E poi le nostre chiacchierate a casa sua, mentre correggeva e lavorava le bozze dei libri, o preparava appunti per le domande che gli propinavo. Quando mi aiutò a cercare alcuni libri di antropologia in vista del mio esame, e quando l’anno in cui frequentavo il Master in Editoria mi inviò una nota sul teatro di Peter Brook. Quando ci siamo sentiti negli ultimi anni per alcuni articoli su Il Mattino. E tante altre occasioni, sempre poche, anche durante la pandemia, provando a immaginare idee e progetti da poter realizzare. Il professore Forte ha lasciato un’eredita enorme, un patrimonio culturale tra letteratura, teatro, fotografia, arte dalle moli impressionanti. Non sempre la Sua terra lo ha capito. E non sempre la Sua terra lo ha meritato, come spesso accade ed è accaduto anche con altri nomi eccellenti. Forte, nonostante tutto, è rimasto nella sua Nocera e da lì ha costruito bellezza in Italia e nel mondo. C’eravamo sentiti prima di Natale e poi prima di Capodanno. Dovevamo vederci, per raccontarci le cose nuove. Poi è andata diversamente. Il prof lascia alle spalle un percorso di vita e di vite, di dialoghi ricchi di contrasti, ironia, spesso anche di scontro. Poteva essere docile e ruvido, ruvidissimo. Cercava nuove reti, collaborazioni, e studiava, analizzava, non si fermava mai. Sono sicuro che si debba organizzare una giornata sulla poesia e sul teatro in suo omaggio, nella prospettiva di una radiosa progettualità per i giovanissimi. Intanto lascio qui alcuni stralci di quell’intervista-biografia pubblicata anni fa. E che oggi suona come una sorta di testamento, almeno per me. Era la prima parte di almeno tre puntate riguardanti teatro e editoria, su una rivista sperimentale. Conservo gelosamente la copia lucida del numero. Una epopea dagli anni Sessanta ai Duemila. Poi le altre due non riuscimmo a finirle. E’ uno stralcio bello lungo (chi vuole legga, chi skippa lo faccia) ma è un modo per lasciar intendere la mole del personaggio, e quel che mi raccontò è solo una minima parte di un percorso di fatica e costruzione. Questo è un omaggio che desidero fare a un intellettuale operativo e vero, dal quale avrei voluto imparare ancora.
… Laureato in lettere classiche, Forte, dopo gli studi in etnologia, negli anni ‘60, intraprende un percorso appassionato in progetti laboratoriali di carattere linguistico e drammaturgico. In questo primo decennio, è protagonista di una piccola rivoluzione culturale nella valle del Sarno, sulla scia di quanto avviene nella capitale e in altre grandi metropoli, dove nascono le prime cantine teatrali, spazi off diversi dai tradizionali edifici deputati all’azione drammaturgica, basati sulla sperimentazione, sulla ricerca, sul contatto concreto tra uomo e arte, tra carne e respiro, ma soprattutto spazi vissuti da giovani desiderosi di creare uno scarto rispetto alle vecchie generazioni e al teatro classico. Il miracolo è che, partendo da una piccola cittadina e conquistando presto il capoluogo di provincia, Forte riesce a costruire negli anni un fervore creativo che non si sarebbe più avuto per molto tempo. Una vera e propria fucina dell’avanguardia salernitana del Secondo Novecento, insieme al Teatrogruppo, con il quale condivide gli spazi fisici di laboratorio, e ai movimenti visivi, fino a “Salerno 75” patrocinati dall’Università… L’anima di Forte è e sarà sempre duplice: da una parte la curiosità di scoprire altre culture, paesi stranieri, assorbendo tutta una tensione di ampio respiro internazionale, dall’altro la scelta di portare al Sud, in Campania e nell’Agro il meglio della sperimentazione mondiale… A segnare per sempre la sua esistenza di intellettuale, animatore, drammaturgo è l’incontro con Giuseppe Bartolucci, critico teatrale e sostenitore dell’avanguardia italiana, nonché figura carismatica intorno alla quale operavano Carmelo Bene, Leo de Berardinis, Carlo Quartucci. Ebbene, Bartolucci vide in Forte e nel territorio nocerino una fonte di nuova linfa creativa. <<Il teatro, prima, e Bartolucci, dopo, hanno occupato un posto di rilievo nella mia vita>> racconta Francesco G. Forte.<<In tutta onestà, se getto lo sguardo all’indietro, ciò che ancora mi sorprende è la dimestichezza che provavo con le tavole del palcoscenico fin dall’adolescenza e che ancora non so spiegarmi da dove potesse venire. Comunque c’era e la misi subito al servizio dei miei compagni di scuola, di strada, di oratorio. I due maggiori successi dell’epoca a Nocera – e non parliamo del centro città, bensì del periferico Rione Piedimonte! – furono Piccola città di Thorthon Wilder e The zoo story di Edward Albee. Un bel gioco che durò poco perché, resomi conto della presenza di una vera vocazione, cominciai a studiare e a sognare lidi lontani e più propizi>>. Per tutti gli anni ‘60 Forte svolge assidua attività di laboratorio linguistico e drammaturgico su testi shakespeariani e pirandelliani, e mette in scena pièce da Kafka, Ionesco, all’interno di cortili e ville comunali… o tra i calcinacci dell’ancora abbandonata chiesa di sant’Apollonia… ma per lo più si tratta di teatrini di fortuna, come il negozio di dischi – “una vera e propria strettoia!” – messo a loro disposizione da Osvaldo Borzelli, devoto amico di Mimì Rea. Il periodo di apprendistato si conclude a Roma, nella stagione 1969-70 (con testi di Roger Vitrac). Ad esso tiene dietro prima l’avventura del collettivo sardo Ich, un gruppo di 25 artisti, attori, tecnici, con i quali gira l’isola per un ‘teatro di agitazione’; subito dopo il laboratorio chiamato, con il solito riferimento al mondo concreto del lavoro, Trademark, cooperativa attiva a Salerno fino al 1988, con la quale partecipa a rassegne di teatro e arte sperimentale italiane ed europee ed effettua lunghe tournée, riscuotendo un forte consenso critico. Testi da Pinter, Beckett, Ionesco, Brecht e scritture sceniche di gruppo. Quindici anni di iperattivismo: alla produzione di spettacoli si uniscono l’organizzazione di rassegne, colloqui internazionali, festival, scambi con teatri di tutta Europa e nordamericani, la promozione di convegni e meeting residenziali sul rapporto tra operatività culturale e Mezzogiorno (Certosa di Padula, 1977), su ‘Teatro / Spazio / Ambiente’, a carattere interdisciplinare e con massiccia presenza di studiosi ed artisti d’oltreoceano e su tematiche centrali delle arti espressive contemporanee. Sono, questi, gli anni in cui Forte, per trovare ulteriori spunti creativi, frequenta anche Matera: qui, torna di continuo: per partecipare ai lunghi cortei antigovernativi, a metà degli anni ‘60; o ricercare, nell’estate del ’64, la migliore postazione per assistere alle riprese del Vangelo pasoliniano; e, dieci anni dopo, presentare il Brecht didattico con la sua piccola compagnia teatrale sotto la piazza di San Pietro Caveoso; e, nel contempo, fare visita all’ “insopportabile” blasfemo e visionario Arrabal costretto lì a girare, alla fine del ‘74, L’albero di Guernica (Francisco Franco sarebbe morto alcuni mesi dopo). Ma alla fine torna sempre a portare nuovi spunti nella nostra provincia. Sostenitori del binomio informazione/formazione, Forte e i suoi compagni, promuovono, negli anni ‘80, la presenza nell’area campana di grandi protagonisti dell’espressività contemporanea, da Eugenio Barba a Robert Ashley, da Merce Cunningham e John Cage a Tadeusz Kantor, adoperandosi perché ogni incontro abbia un forte connotato di pedagogia sociale. Forte accompagna questa mole di lavoro, a una personale attività performativa e la gestione di uno spazio per l’ospitalità a sperimentatori di ogni latitudine. Come artista-performer, sbucano dai ricordi le presenze al Museo di arte moderna di Aarhus, alla Facoltà di filosofia di Skopjie, al Museo del Sannio, all’Università di Lyon, a Critica O a Montecatini, al newyorkese The Kitchen. Poi arriva l’idea di creare uno “Spazio dell’Agro” per l’arte e il teatro sperimentale. <<Lo spazio riservato all’ospitalità dei big del teatro sperimentale era stato ricavato, al centro di Nocera, dal grande piano interrato di uno dei più antichi stabilimenti di trasformazione dei prodotti alimentari della valle del Sarno. Inaugurato da una delle massime rappresentanti della new dance, Simon Forti, nell’autunno del 1978, in questo luogo (presto definito dal critico Enrico Fiore come uno dei centri storici dell’arte contemporanea) giovani provenienti anche da fuori regione hanno potuto, per qualche anno, entrare in contatto con le persone e i fatti più influenti dell’avanguardia del tempo: dalle mostre di Warhol agli spettacoli del californiano Soon 3, dalle performance di Remondi e Caporossi alle prime di spettacoli poi divenuti celebri (Le cinque rose di Jennifer di Ruccello, La fine del Titanic di Tony Neiwiller), dagli incontri con la poesia visiva (Spatola & co) a quelli con intellettuali, filosofi e politici più engagé del momento. Eravamo felici di rubare al mondo idee, progetti che (eravamo convinti) transitando su un territorio devastato e dominato dalle faide tra vecchia e nuova camorra cutoliana, potessero renderlo migliore. Accolsi, per questo, con ironia e favore, il lapsus della pittrice Maria Padula che era venuta a trovarci per parlare del suo amico Leonardo Sinisgalli, ma aveva ritardato molto perché chiedendo in giro indicazioni su come arrivare da noi, diceva Spazio del ladro e non Spazio dell’Agro. Naturalmente, credevamo di essere ladri alla Robin Hood>>. La bomba sociale arriva in un tardo pomeriggio di novembre: la terra campana trema, sventrata da una scossa del X grado della scala Mercalli. La terra trema e dalle macerie appestate non escono solo morti; sbucano, come topi di fogna, anche i padroni del cemento e dell’edilizia. Anche nell’Agro, anche a Nocera. Il delirio sociale sfocia nell’assassinio del sindaco di Pagani, Marcello Torre: si scoprirà in seguito che l’omicidio di stampo camorristico era direttamente legato all’assegnazione degli appalti, contro le cui procedure illecite si era opposto il primo cittadino paganese. Certo, in un momento come questo è facile lasciarsi abbandonare ad un ineluttabile sconforto. Ma anche qui Forte e il suo gruppo di collaboratori e amici riescono a tradurre un’idea in atto concreto, ristabilendo un equilibrio lungo il filo teso della disperazione. Nasce il Teatro Tenda Comunale. Una struttura allestita dove oggi sorge il piccolo parco giochi, lungo via Dodecapoli Etrusca. L’inaugurazione viene affidata a Giorgio Albertazzi e vede protagonisti personaggi come Walter Chiari, Roberto De Simone, Giancarlo Sbragia, Salvo Randone e star internazionali quali Juliette Greco e l’Art Ensemble of Chicago, con spettacoli che raggiungevano la presenza di 900 persone a serata. Qui nel 1983, debutta lo spettacolo di Annibale Ruccello, Notturno di donna con ospiti. Una risposta miracolosa alla devastazione del terremoto… Intanto continuava la collaborazione con Bartolucci. Ciò che era alla base dell’operatività di Forte, e lo univa profondamente al pensiero del famoso critico teatrale, era la funzione pedagogica dell’attività culturale sul territorio: elemento che caratterizzerà sempre il suo approccio, da docente, nei licei. <<Il primo incontro con Bartolucci risale all’epoca di Ricerca Tre, rassegna di teatro nuovo (che si svolse a Salerno nel primo quinquennio dei ‘70), ma il rapporto che da subito si stabilì tra noi riguardò meno il teatro e più la politica e la letteratura>> spiega Forte. <<Certo, accolse un mio spettacolo nella settimana dedicata alla ricerca teatrale, favorì la mia conoscenza con quelli che definivo i martiri del teatro immagine, ma insomma, intuivo che lo animava la stessa ansia che marcava la mia vocazione (però, limitata al mio territorio d’elezione): la pedagogia sociale. Un aspetto che plasmò di sé tutto quel che di buono riuscimmo a combinare insieme nel giro di pochi anni. Il papa dell’avanguardia aveva, insomma, un sogno semplice: insegnare ai giovani. Tra la fine dei ‘70 e i primi anni ‘80, Bartolucci si trovò a frequentare con discreta assiduità Nocera: soggiorni all’insegna tutti del benessere e della quiete, fuori da euforie estetiche e sperimentali. Sopravvenne anche l’occasione per un felice alimento alla sua vocazione pedagogica con i seminari che era felice di tenere per studenti e docenti delle scuole superiori grazie anche ai buoni uffici del preside, il caro Corrado Ruggiero, ancora lontano dallo stupire Cesare Segre e la migliore critica letteraria italiana con il plurilinguismo dei suoi romanzi, prima editi dalla mia casa editrice (Oèdipus) e poi da Marsilio>>. In più di una lettera, Bartolucci scrisse a Forte, a proposito dei seminari sul teatro, tenuti presso l’Istituto Tecnico Commerciale R.Pucci di Nocera Inferiore: “Per me è stata una bella occasione, il corso mi è piaciuto, più che a New York, o San Francisco, più che a Roma e a Palermo. Ho trovato a Nocera Inferiore, calore e assistenza…”. Dopo la sua morte nulla fu più lo stesso. <<La fine di un tempo assai complesso, di ricerca, sperimentazione, avanguardia nelle arti visive e sulla scena teatrale in Italia fu segnata dalla morte di Bartolucci, il 22 settembre 1996>> racconta Forte. <<Fermenti ed energie di quel tempo avevano trovato in lui la guida sensibile e il fulcro di produttività: le sue capacità maieutiche avevano spinto singoli e gruppi a spendersi in creatività, per quel tanto che fossero in grado. Ebbene, da tempo e da più parti si tenta di indagare sulla forza delle sue intuizioni cercandone le fondamenta nel mestiere di critico svolto, all’avvio degli anni ‘60, per quotidiani e per periodici di settore. Ed invece, io sono tra i pochissimi ad avere capito (lo considero un vanto) che per rinvenire le radici di questo grande albero bisogna scavare di più: il suo sguardo strategico non si spiegherebbe, infatti, senza prestare attenzione alla importante produzione giovanile dispiegata, dapprima, sopra un terreno saggistico di chiara impronta marxiana, e volta, successivamente, a tutto vantaggio della letteratura postbellica. Con specialissimo riguardo per le lettere meridionali, per il romanzo realista e, dunque, per il nostro Domenico Rea. Basterebbe rileggersi l’approfondita recensione che il giovane critico Bartolucci scrisse sull’Avanti! nel marzo del 1953 in occasione dell’uscita del reano Ritratto di maggio>>. Ed eccoci arrivati al rapporto tra Forte ed alcuni dei poeti e scrittori nocerini che non solo hanno caratterizzato la vita culturale dell’Agro, ma hanno segnato per sempre anche la narrativa nazionale. Tre nomi su tutti: i già citati Domenico Rea (sorta di padre putativo) e Corrado Ruggiero (considerato un ‘fratello maggiore’), più il poeta dimenticato Gabriele Sellitti. <<Il caso ha voluto che mi avvicinassi ai libri molto presto. Prima dei dodici anni ero già segnato dalla lettura de Il compagno di Pavese, Il quartiere di Pratolini, i racconti di Saroyan (Che ve ne sembra dell’America?) e Gesù fate luce di Rea, ma solo anni dopo presi ad amare le storie dello scrittore nocerino, e a capirle, nella loro struttura aperta, che di tanto ausilio dovevano essere anche nel mio lavoro futuro di docente di lettere nei licei di Nocera, Cava, Sarno: pochi anni in verità, ma tutti densi e all’insegna del comunitarismo, unica dimensione capace di superare la struttura di classe. Pensiamo al celebre racconto Quel che vide Cummeo, alla scuola che il ragazzo frequenta: nel comportamento del maestro come nella disposizione dei banchi è sempre immanente un giudizio di classe: i borghesi – quelli che a casa mangiano bene – possono studiare e quelli che devono alzarsi presto per andare a lavorare, tornano a casa e non c’è da mangiare. Tuttavia, come ha suggerito Renato Barilli, la lotta di classe è presente in Rea ma non si depone mai, non si stabilizza: in fondo i confini sono aperti e incerti perché i borghesi decadono e i poveri di ieri ad un certo punto risalgono. Cioè, la vita è mobile, la vita continua, la vita fluisce. Capivo ancor più la grandezza dello scrittore quando parlavo con lui, per lo più con la scusa di un’intervista per una rivista di letteratura (che non sarebbe mai nata) e mi invitava a leggere le sue storie di miseria alla luce di Boccaccio e Thomas Mann>>. Più assidua e intima, invece era la frequentazione con l’altro grande scrittore, nocerino d’adozione, Corrado Ruggiero, autore di romanzi la cui scrittura è stata definita da Francesco Durante “lavoro di intarsio tra lingua e dialetto” e per questo paragonata a quella di Gadda o Joyce. Basti pensare a Rossa Malupina, (Pironti 2001), Ballata Nucerinese e Nuova Nocera York, editi da Oèdipus nel 2003 e nel 2004, Gennarina, e Verso sera editi da Marsilio nel 2007 e nel 2009. Il ricordo nelle parole di Forte è ancora commosso e inciso. Letterato, filosofo, esperto in giurisprudenza, studioso di costume, lettore onnivoro, Ruggiero partecipò con consigli e suggerimenti ai progetti culturali del gruppo di Forte, rivolti prevalentemente alla scuola e ad iniziative riguardanti la formazione continua degli adulti e a tempo pieno. <<Non ci siamo allontanati neanche quando si trasferì a Milano, per le sue nuove mansioni ispettive (nel 1987 fu nominato Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero della Pubblica Istruzione) ed io da Milano tornai a Salerno. Aveva deciso di diventare scrittore ed io di diventare editore. Ci sembravano gli esiti più giusti delle nostre rispettive esperienze. E, dunque, telefonate quotidiane di qualche ora l’una, poiché Corrado riteneva essenziale la lettura ad alta voce dei testi. Nacquero, così, nell’ordine, Rossa Malupina, Ballata nucerinese con le vicende di Giggino Auriemma e la ‘zoccola cinematografica’ Gilda, Nuova Nocera York, Gennarina, Verso sera (postumo), opere osannate dalla critica e che ben altro riscontro avrebbero avuto se Corrado non se ne fosse andato così presto>>. Un settore a parte, nella casa dei ricordi di quell’epoca dalle venature così forti, merita il poeta Gabriele Sellitti. Un uomo inquieto, semplicemente un poeta vero, nocerino incompreso in terra nocerina, osannato dalla critica nazionale. Sellitti è praticamente scomparso dall’immaginario locale. Pochi se ne ricordano. Così anche in questo passaggio, Forte marca un segno preciso e lo fa pubblicando nei “Quaderni dell’Agro”, rivista trimestrale di approfondimento sulla cultura dell’Agro nocerino per la casa editrice Oèdipus, la vita e alcune lettere del poeta. Poco più che 20 enne, Sellitti, è vincitore del premio Cattolica nel 1951 e nel 1952, giudicato da una giuria composta da nomi del calibro di Eduardo De Filippo, Salvatore Quasimodo, Luigi Russo e Giulio Trevisani. Il suo rapporto con Quasimodo continuerà nel tempo. Il grande poeta, vincitore del Premio Nobel, gli curerà la prefazione del libro Poesia di alcuni pubblicato nel 1966 per Marotta editore. Altro momento della sua carriera letteraria è la partecipazione al Premio Chianciano. In quel caso, Sellitti si trova davanti a due mostri sacri della letteratura italiana e internazionale, all’epoca ritenuti ancora “voci nuove della poesia”: Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini. Ancora Quasimodo scriverà del poeta nocerino: “Il clima della poesia di Sellitti è un chiaro zodiaco di libertà dove gli inni sono intrecciati con fortuna in lettere bianche sui cieli delle officine di periferia”. Il Sellitti, presentato da Francesco Forte nei Quaderni, è un poeta consumato dalla tensione del verso, che vive un’esistenza notturna, che non ha i soldi per andare a ritirare i premi assegnatigli da critici e commissioni di mezza Italia. Giancarlo Vigorelli scriverà di lui: “È una salvezza trovarci ancora di fronte a un poeta così integro, senza falsificazioni, che nel lessico e nel ritmo ha saputo farsi disoccupato, vivo alla giornata, ridotto all’osso, come spesso deve essere stato il suo destino d’uomo, prima che di umiliato ed offeso poeta meridionale”. Intrisa di realismo, la poesia di Sellitti cantava la condizione umana, in particolare quella della sua terra, come nella splendida Le monache rosse che, sottotitolata “Dedicata alle operaie della mia Nocera”, racconta la condizione in cui erano costrette a lavorare le operaie delle industrie conserviere nocerine, disegnando in versi l’immagine delle monache rosse ovvero povere ragazze sporche dell’oro rosso e dalle mani spaccate, costrette a consumare la loro esistenza nella miseria. Eccone un frammento iniziale: “Se andate al reparto pelati se andate vedrete ragazze che sembrano monache rosse, sopra gli zoccoli fermi allo scolo dell’acqua, schizzate di semi di salsa di scorze sul petto sul collo sul capo ravvolto nel fazzoletto di rosso cotone”. Dal teatro alla scrittura, alla poesia. Il passo all’editoria è breve. Proprio negli anni in cui a Milano co-dirigeva il Centro italiano di drammaturgia ‘Outis’(1995-1997) e poi archivi&progetti (Salerno/Milano), Forte, tornato nella terra natia, si impegna alla realizzazione di un altro progetto in terra salernitana: la casa editrice Oèdipus. Qui, come per il teatro, instaura un continuo dialogo con il mondo, ma continua a produrre anche sul suo territorio natio. Pur realizzando prodotti editoriali che vengono discussi e presentati in luoghi come le Università di Tel Aviv e Il Cairo e gli Istituti di cultura di New York, Giakarta, Praga, Monaco, l’intento naturale è anche quello di lasciare semi di cultura nella “fertile terra dell’Agro”… “La scrittura è il rapporto tra lacreazione e la società” scrive Forte, citando Barthes, parlando della genesi di Oèdipus, che nasce nel 1997 per farsi testimone di percorsi nuovi e sperimentali sui quali si sono incamminati in Italia i linguaggi della poesia e narrativi… <<Anche questa attività è svolta con un duplice sguardo: al mondo e uno al nostro territorio>> conferma Forte. <<Lo testimoniano le tre riviste della casa editrice: due, Trivio e Lo stato delle cose, che prendono in esame l’avanguardia letteraria e di pensiero critico internazionale, ed una, i Quaderni dell’Agro che, con il metodo della microstoria europea e del new historicism berkleyano, indaga sul nostro essere qui ed ora. È una lezione che ho appreso nel corso dei miei soggiorni newyorkesi>>




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