Lo scorso 28 luglio mi è successa una cosa, una cosa che non volevo dire ma che dopo settimane mi risuona ancora dentro. Credo di doverla scrivere perché mi sembrerebbe sbagliato non darle una voce. Non metterla per iscritto. Ecco, il fatto è questo. Mi trovavo a Napoli, in auto, precisamente davanti all’Hotel Ramada erano le 16.30. Ho subito un’aggressione e un tentato scippo mentre ero seduta nella mia macchina in procinto di salutare un’amica alla quale avevo dato un passaggio fino alla stazione. L’uomo di merda che si è avvicinato mi ha chiesto due euro e io ho detto che non li avevo. Al mio terzo rifiuto l’uomo mi ha bloccato il braccio e mi ha tirato le collane dal collo che però non si sono spezzate subito e quindi mi hanno fatto male. Nel tirarle ha tirato via anche un lembo della mia maglietta che si è strappata.
Sono stati minuti interminabili in cui ho cercato di difendermi mentre l’uomo, ma faccio anche fatica a scrivere la parola “uomo”, mi bloccava un braccio per scipparmi le collane dal collo. La mia amica e io abbiamo gridato aiuto e nessuno, malgrado fosse pieno giorno, nessuno ci è venuto in soccorso . Dopo avevo lividi sul braccio e sul collo, la maglietta strappata, ero scioccata e impaurita ma non so come, grazie anche al supporto della persona che si trovava con me, sono andata alla polizia che aveva l’ufficio lì vicino e lì è iniziato un altro capitolo spiacevole di quel giorno. Nel momento stesso in cui mi sono seduta davanti al poliziotto che mi ha fatto sporgere denuncia è iniziato il disagio vero. La prima cosa che ha pensato di dirmi dandomi un’occhiata alla maglietta strappata è stata: “Questa è una nuova moda?”
Io non ho avuto la forza di dire nulla, e mentre proseguiva la procedura per la denuncia (durante la quale il tipo sottolineava costantemente l’inutilità di ciò che stavamo facendo, dovevo chiamare subito il 112 o il 113 e aspettare la volante. Immaginate la lucidità di pensiero che potevamo avere per pensare a una cosa simile, ma mi sono sentita scema comunque) le battute fuori luogo sono proseguite in quest’ordine:
1) Mi preoccupavo di presentarmi direttamente a casa senza prima avvisare i miei, sconvolta, con la maglia strappata e i lividi sul corpo e lui ha pensato di suggerirmi con un sorrisetto anche malizioso: e vabbè a casa ai tuoi genitori dici che i lividi te li ha fatti il fidanzato.
2) Non ho subito perdite economiche diciamo così, la schifezza di essere umano che mi ha aggredita non è riuscito a scipparmi niente eccetto una catenina che mia nonna mi ha regalato e alla quale tenevo molto, che si è spezzata e sarà finita per terra in mille pezzi oppure l’individuo sarà riuscito a prenderla al volo prima di fuggire via.
Dal momento che tra un pianto e l’altro io lamentavo la perdita di questo oggetto il poliziotto, sempre lui, si è premurato di chiedermi se la nonna fosse ancora viva. E sì, nonna ci sta ancora, quando glie l’ho detto, risatina e: vabbè allora te ne fai regalare un’altra.
3) Finalmente lo strazio sembrava finito, ma ricordatevi quanto ho scritto sopra eh, quello che stavo facendo era perfettamente inutile, anzi, gli stavo anche facendo perdere tempo.
La mia amica e io stavamo uscendo e il poliziotto ci ha accompagnato alla porta e mentre uscivamo ha detto, imitando una voce x: Scus’ tieni due euro?
Ora che dire? Io non avevo più parole e neppure la forza di fare nulla se non tornare a casa. Per fortuna chi doveva esserci in quel momento c’è stato e sono riuscita a cavarmela senza danni permanenti o perdite di alcun genere, sono stata fortunata, ma ci sono un po’ di cose che mi hanno fatto stare male, che ancora non dimentico.
Innanzitutto l’aggressione, io ho subito una forma di violenza. Quella persona si è permessa di mettermi le mani addosso senza il mio consenso e ha voluto portarmi via qualcosa di mio, un oggetto a me molto caro.
Nessuno nonostante tutti abbiano visto chiaramente, è intervenuto per aiutarci.
L’atmosfera totalmente respingente che ho respirato in quell’ufficio della polizia quando sono entrata e l’assenza di una parola che fosse una per confortarmi.
Le battute del poliziotto che in quel momento aveva solo un compito, farmi sentire che lui in quanto pubblico ufficiale era lì per aiutarmi e invece si è preoccupato di fare battute sessiste e fuori luogo che hanno solo contributo a farmi sentire peggio. Non farò qui il suo nome, non è questa la sede.
Dopo questo episodio mi sono sentita sola. Ho avuto paura e tutt’ora se qualche sconosciuto si avvicina per strada io mi spavento.
Mi sento come se mi avessero tolto uno strato di pelle, sono scoperta, vulnerabile e indifesa.
Di tutta questa spiacevole e disgustosa esperienza mi è rimasta una sinistra sensazione di solitudine e tristezza.
L’ho scritto all’inizio, non è un paese per donne. Non lo è perché chi avrebbe dovuto aiutarmi ha solo pensato di fare battute e non mi ha rivolto una sola parola davvero utile. Non lo è perché se è tarda notte e devo tornare a casa non posso camminare da sola per strada. Non lo è perché ci sono ancora in giro persone che vogliono prevaricare sulle donne e sulla loro libertà di espressione. Non lo è perché quando cammino per la strada anche in pieno giorno può capitare (ultimamente più spesso) che mi si faccia catcalling: paroline, fischi e tutto quello che sapete. Insomma non c’è pace.
Ci ho pensato tanto prima di scrivere questa cosa e se lo sto facendo non è per ricevere compassione o comprensione di alcun genere, ma perché tutte le donne che leggono in questo momento, tutte le ragazze come me e perfino le più piccole possano sapere cosa può accadere.
Non è giusto.
Voglio chiarire che mai e poi mai sono stata il tipo di persona che fa di tutta l’erba un fascio, né quella che fa “maschi contro femmine” perché la violenza non fa distinzione di sesso o categoria di appartenenza.
Al netto di tutto questo però mi sono chiesta una sola cosa su tutte: se al mio posto ci fosse stato un uomo o un ragazzo, il poliziotto avrebbe fatto le stesse battute?