La frase trae origine da una particolare usanza tipica dell’antica Roma: quando un generale rientrava nella città dopo un trionfo bellico e sfilando nelle strade raccoglieva gli onori che gli venivano tributati dalla folla, correva il rischio di essere sopraffatto dalla superbia e dalle manie di grandezza. Per evitare che ciò accadesse, qualcuno alle sue spalle gli pronunciava la frase: «Respice post te. Hominem te memento» (“Guarda dietro a te. Ricordati che sei un uomo”). Si sintetizza nel Memento Mori. Ma qui vogliamo parlare di vita, non di morte, pur soffermandoci sul cimitero cittadino, tirato in ballo qualche giorno in occasione del centenario della nascita di Mimì Rea, del possibile quadrato degli illustri. Senza polemica alcuna, sia chiaro. Cimitero come vita cosa significa ? Condizioni sempre più dignitose innanzitutto. Poi il problema dell’ossario, parte che messa bene non è. Infine la possibilità, da non trascurare, di intervenire, una volta accertata la titolarità attuale, su cappelle di valore storico e architettonico, roba decisamente interessante, al di là dell’alivelliano uno vale uno che vale per chi crede e per chi non crede ma non riguarda i mattoni bensì le anime. L’orrendo della morte è il suo cerimoniale. Quanto più bello sarebbe andarsene al cimitero da soli, a piedi, e godersi anche quel che c’è di bello in quel posto con l’insegna “Ciò che siamo sarete. Ciò che siete fummo”

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