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Un’ora e quaranta è durato il discorso-bilancio di Torquato a fine mandato. I critici spietati: come Villaggio, avrebbero esclamato fantozzianamente dinanzi alla visione obbligata del capolavoro palloso russo su pellicola, parole da cult…I non spietati, alla Pannella al discorso di fiducia-sfiducia del primo governo Amato del 1990: “In questo spazio di tempo si può dire il tutto ma non il poco che vuol dire il tutto”.

Torquato ha esagerato nei tempi e nella spiegazione essenzialmente per esperti in conti pubblici sul rendiconto finanziario di dieci anni e passa (lui dice undici comprendendo anche la prima elezione che si tradusse in scioglimento per sfiducia a poche ore dall’insediamento, pareggiando in unica rata del tempo o quasi l’era intervallata e completamente diversa, oltre che antica, di Bosco Lucarelli). Parte dalla pesante relazione Mattei e dai 70 milioni di debiti, ereditati. non solo da Romano,insieme ad un fin troppo vasto esercito di dirigenti e di “comunali”. Spiega come ha rimesso i conti e la situazione in condizioni di accettabilità assieme ad assessori, dirigenti e consiglieri comunali. Tra i suoi possibili successori, presente solo De Maio. La Lanzetta l’ha salutato prima del discorso. La Maiorino non accetta il posto riservato e si pone in plateo. Assenti Romano D’Alessandr0 e il Maiorino.

Si allunga troppo sulla questione delle finanze, se ne accorge, tra suono di campane, e rinuncia ad altre corpose pagine piene di numeri. Lo ascoltano assessori in carica, ex assessori suoi, torquatiani della prima ma anche dell’ultima ora ed in posizioni sparse diversi ma non tanti consiglieri comunali degli ultimi 5 anni. Poi passa al resto: le partecipate con occhio di riguardo alla Multiservizi. La tutela dell’ambiente, del suolo, dello spazio. Gli interventi fatti su scuole, impianti sportivi e poli industriali, sul commercio e sui beni di natura culturale, delle cause amministrative vinte dal Comune, dei concorsi fatti, degli impianti sportivi, del collettamento fognario. In pochi reggono fino al passo finale: il tesoretto dei fondi già ottenuti e quelli possibilmente da ottenere col Pnrr, tesoretto lasciato in eredità a chi verrà dopo di lui e da difendere in nome e per conto della “continuità amministrativa”.  Elenca le cose che riuscirà ancora a fare: la prossima Giunta darà via libera al piano di mobilità, dalla Regione proprio oggi è giunto l’ok all’inizio dei lavoratori per la Rotatoria. Ricorda a sè stesso e a tutti i crucci del “volevo ma non so riuscito a fare”: risolvere la questione Montevescovado in primis, seguita dall’allarme per l’inquinamento atmosferico dovuto in buona parte ad una mobilità complicata al massimo. Ha iniziato così: “Abbiamo sempre operato in nome dell’interesse pubblico, su ogni questione, senza mai arretrare dinanzi ad interessi privati”. Ha chiuso, tra l’approvazione silente di Nunzia, così: “C’è stato un pre-me, mio padre Fulvio, e poi c’è stato un me, questi miei undici anni alla guida della città”.

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