Nella vita tutto può essere superato? La psicologia dice di sì (di Claudia Squitieri )

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La Settimana per il benessere psicologico organizzata dall’Ordine degli  psicologi della Campania, giunta alla IX edizione, ( 8 – 13 ottobre ) ha fatto tappa a Nocera Inferiore.

Nei locali della Biblioteca Comunale, di fronte ad un uditorio attento, le psicologhe Olga Paola Zagaroli, Anna Palo, Raffaella Pulente e Paola Lione hanno approfondito alcuni atteggiamenti che favoriscono il raggiungimento dell’equilibrio necessario per condurre una vita sana.

Il tema proposto quest’anno è quello della resilienza, ( termine derivante latino resilire, che significa rimbalzare, saltare indietro ), meccanismo attraverso il quale gli individui hanno la possibilità di riorganizzare la propria vita in presenza di eventi traumatici, altrimenti devastanti per la psiche.

La resilienza non è un tratto della personalità, non esclude il sostegno dell’altro, non si riferisce a persone insensibili o estranee alle emozioni negative. Essere resilienti vuol dire resistere alle difficoltà dell’esistenza. È una vera e propria risorsa che può essere acquisita in qualunque momento della vita e chiunque può sperimentarla.

Anche nei bambini la resilienza può essere coltivata e accresciuta, soprattutto in situazioni che vedono compromesso l’equilibrio psicologico a causa di traumi subiti. Esistono diversi tipi di strategie per favorire la formazione di una personalità resiliente: la costruzione di una rete sociale, che diventi sostegno per il bambino; la possibilità di concedere al minore lo spazio per esprimere le sue emozioni; l’educazione ad avere una visione positiva di sé.

La costruzione di una visione della vita resiliente parte da lontano, il bambino sviluppa con la figura di riferimento, solitamente la madre, un attaccamento che lo rassicura e lo prepara ad affrontare le relazioni sociali nel futuro in maniera funzionale.

L’attaccamento e la resilienza sono i pilastri del benessere psicologico in vista del consolidamento dell’autonomia e dell’autosufficienza.

Un  attaccamento non riuscito, può modificare lo sviluppo del cervello umano, e l’individuo potrà mostrare tratti di insicurezza, una personalità ambivalente o evitante.

Un meccanismo che conforta l’individuo traumatizzato è la dissociazione, intesa come la via di fuga per convivere con una realtà dura e ingestibile.

In presenza di gravi traumi e nel trattamento di differenti psicopatologie di varia entità, è possibile ricorrere all’ausilio dell’EMDR, un approccio psicoterapico capace di alleviare lo stress legato alla ferita subita.

L’EMDR ( Eye Movement Desensitization and Reprocessing ), ossia la Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari, terapia sottoposta ad un preciso protocollo e esercitata da personale qualificato in continuo aggiornamento, agisce sull’origine di ciò che ha generato il malessere, desensibilizzando l’episodio traumatico e permettendone la rielaborazione in modo positivo. Infatti, la presenza di un trauma significativo, impedisce al cervello di costruire una rete neuronale idonea, il trauma non è vissuto come un evento da inserire nella scatola dei ricordi del soggetto, e conserva il tratto dell’attualità, provocando una oggettiva difficoltà esistenziale.

Anche a Genova, i superstiti del crollo del ponte, sono stati sottoposti ad un simile intervento, un gruppo di 40 terapeuti ha svolto attività di sostegno utilizzando, per superare lo stato di shock determinato dalla tragedia, proprio questa tecnica.

L’EMDR ha l’obiettivo di ripristinare lo stato di equilibrio, attraverso l’attivazione di un atteggiamento resiliente, utile a fronteggiare ogni tipo di problematicità.

Claudia Squitieri

 

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