Quando si parla di violenza giovanile, spesso non si distingue tra giovani adulti (18 – 25 anni) e minorenni (10 – 17. anni). Eppure, la distinzione è importante: i reati dei minorenni, infatti, sono giudicati secondo il diritto penale minorile (e non secondo il diritto penale degli adulti) e rilevati in statistiche separate. Anche la nozione di violenza è utilizzata in maniera imprecisa: termini come «violenza fisica», «aggressività» o «contegno sconveniente» definiscono realtà completamente diverse che vanno debitamente distinte. Utilizzarli indiscriminatamente significa rischiare di dare un quadro alterato o troppo fosco della situazione.

La violenza giovanile comprende tutta una gamma di azioni aggressive che va dalla violenza psichica o verbale (p. es. il mobbing) alla violenza fisica o sessuale (risse, molestie sessuali) e può giungere a forme più gravi di aggressione e persino all’omicidio passionale e all‘assassinio. Gli atti violenti possono essere commessi contro terzi, ma anche contro animali e oggetti (vandalismo).

È scientificamente assodato che in età giovanile il livello di violenza e la durata della carriera criminale sono inversamente proporzionali all’età in cui il soggetto ha manifestato per la prima volta, da bambino, un comportamento nettamente più aggressivo della norma. La prevenzione deve quindi iniziare il più presto possibile e coprire tutto l’arco dell’infanzia e della gioventù. Il programma «I giovani e la violenza» consiglia di elaborare provvedimenti specifici per bambini, adolescenti e giovani adulti fino ai 25 anni.

La violenza non ha una sola causa, ma è il risultato di una complessa interazione tra numerose concause di diversa origine. Alcuni fattori favoriscono la violenza, altri la inibiscono. Vi sono quindi fattori di rischio e fattori di protezione. L’importanza dei diversi fattori di rischio e di protezione non è costante, ma varia nel tempo dalla prima infanzia alla fine della pubertà. La sfera individuale si amplia progressivamente e i livelli d’influenza e le occasioni d’interazione si moltiplicano e sovrappongono: alla famiglia si aggiungono la scuola e le relazioni con i coetanei, con il vicinato e con un più ampio contesto sociale. È per questo che da oltre 30 anni la ricerca sulla violenza elabora modelli esplicativi per l’analisi e la contestualizzazione dell’influenza sui giovani di diversi fattori.

Fattori di rischio particolarmente gravi sono: la carenza o problematicità dell’attività educativa dei genitori: p. es. negligenza, omissione di sorveglianza, abusi o violenze in famiglia; l’adozione di modelli di comportamento fondati sulla violenza e l’appartenenza a un giro di amicizie malavitoso o incline alla violenza; l’assenza di struttura nelle attività del tempo libero; il basso livello d’istruzione scolastica e la tendenza precoce a marinare la scuola (che aumentano il rischio di sviluppare comportamenti violenti, ma non tanto quanto i fattori citati in precedenza); tra le caratteristiche individuali, anche dati fisici, come per esempio la bassa frequenza cardiaca a riposo, possono essere indizio di un’aggressività latente suscettibile di manifestarsi in atti di violenza.

I fattori di rischio possono cumularsi e interagire, aggravandosi vicendevolmente. I giovani esposti a pochi fattori di rischio raramente diventano violenti. L’inclinazione alla violenza cresce nettamente soltanto con la concomitanza di molti fattori di rischio. Va infine ricordato che tanto la probabilità di commettere atti violenti quanto quella di diventarne vittima possono aumentare considerevolmente con il tempo trascorso in situazioni a rischio (girovagando in città a tarda notte o eccedendo nel consumo di alcol).

Dare un quadro delle dimensioni e dell’evoluzione della criminalità è generalmente difficile. Ai casi noti si aggiunge infatti un numero di reati sommersi difficilmente quantificabili. Un aumento del numero delle condanne o dei casi registrati dalla polizia non significa quindi necessariamente un aumento della criminalità. I dati statistici disponibili non permettono ad oggi un’analisi esaustiva delle dimensioni e dell’evoluzione della violenza giovanile. Esperienze delle giovani vittime di violenza. Negli ultimi 20 anni diversi studi hanno condotto inchieste sulle violenze subite dai giovani e analizzato le risposte degli interpellati. I ricercatori hanno proiettato i risultati sulla popolazione totale confrontandoli poi con dati esteri.

Secondo le proiezioni (che quantificano in circa 500 000 gli adolescenti tra i 12 e i 17 anni residenti in Svizzera), ogni anno i giovani della fascia d’età considerata sarebbero complessivamente oggetto di 230 000 atti di violenza, di cui 50 000 rapine, 35 000 estorsioni, 35 000 atti di violenza sessuale e 130 000 lesioni personali. Allo stesso tempo, in base alle inchieste svolte negli ultimi 20 anni sulla violenza autodichiarata dai giovani, i ricercatori hanno stimato che una netta maggioranza (70-80%) dei giovani non mostra problemi comportamentali e circa il 15-20 per cento risulta a rischio di compiere attivamente atti di violenza. Questo gruppo presenta anche un forte rischio di abusare di alcol e droghe nonché di commettere delitti contro la proprietà. In alcuni casi (tra il 3 e il 6%) è emerso il consolidamento di schemi comportamentali delinquenziali e aggressivi, con un conseguente rischio elevato di recidiva. Tuttavia, i minori effettivamente condannati per reati di violenza in Svizzera e in altri Paesi costituiscono solo lo 0,5 per cento del totale.
È importante rilevare che la maggioranza dei giovani non diventa mai violenta. Soltanto una piccola minoranza perpetra regolarmente atti di violenza anche gravi. Secondo studi dei Paesi vicini, tra il 40 e il 60 % dei delitti commessi dai giovani nati in un determinato anno è opera del 4-6 % di tutti i nati nello stesso anno.





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